“Il fantasma del fumetto”

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È il titolo di un articolo che firmo sul nuovo numero della rivista il Mulino, in uscita in questi giorni.
Lo storico periodico di scienze politiche, economiche e sociali è tornato da quest’anno a una formula più vicina ai suoi inizi di magazine di attualità culturale, con un’apertura a 360 gradi: in questo numero uno degli interventi della sezione “tendenze” riguarda l’editoria a fumetti, e per  la precisione il fatidico termine (lo scriverò una sola volta) “graphic novel” (ok, l’ho scritto).
Nell’articolo, oltre a dare una rapida idea di quale sia la varietà e la qualità della produzione più recente al lettore de il Mulino - curioso e culturalmente attrezzato ma forse non frequentatore abituale di fumetti -  spiego perché secondo me del termine in questione si può tranquillamente fare a meno (senza esagerare e possibilmente evitando crociate puriste, sempre fuori luogo quando si discute di uso della lingua).
E, anzi, perché ogni tanto sarebbe anche il caso di diffidarne un po’. Penso infatti che spesso nasconda ancora riserve culturali più o meno latenti, fungendo da alibi lessicale (una forma di politically correct, se preferite) per snobismi o imbarazzi residui nell’utilizzare il termine “fumetto”, specialmente se riferito a opere di cui non è possibile disconoscere (o di cui si vuole affermare) la dignità culturale.

In altri ambiti, assai più cruciali, qualche anno fa ci hanno esortati a “resistere, resistere, resistere”.
Molto più modestamente, nelle vostre dotte discussioni di arte sequenziale, nei vostri interventi sulla nona arte, nelle vostre sbronze con gli amici parlando di letteratura disegnata al bar di Lucca Comics o nell’etilica area Pro di Napoli Comicon, invito tutti  a ripetere “fumetti, fumetti, fumetti”.

A seguire, l’articolo (probabilmente troppo lungo per leggerlo a schermo; qua lo trovate in formato PDF).

Il fantasma del fumetto
Andrea Plazzi

Un fantasma si aggira per gli scaffali delle librerie di tutto il mondo, e persino di quelle italiane. Si chiama “graphic novel” e tradotto alla lettera suona malissimo: “romanzo grafico”. È un termine ormai di largo uso anche nel nostro paese, e non è sempre chiaro cosa indichi e di che cosa sia il fantasma.

Forse di un imbarazzo persistente nei confronti del fumetto?

Per quanto la cosa possa sembrare – questo sì – imbarazzante agli occhi di chiunque non abbia passato gli ultimi quarant’anni a dormire sotto un albero come Rip Van Winkle (della cui storia esistono belle versioni a fumetti), pare proprio di sì.

Il termine “graphic novel” risale almeno al 1964, quando negli Stati Uniti viene usato per indicare fumetti di origine europea, percepiti come sofisticati e meno infantili dei locali “comics”. Oggi lo si attribuisce comunemente ma erroneamente a Will Eisner (1917-2005), uno dei padri del fumetto moderno, che non ne ha mai rivendicato la paternità ma solo l’uso sistematico, nel tentativo di legittimare culturalmente il suo pionieristico Contratto con Dio (“A Contract With God”, 1978). Racconta Eisner nell’introduzione a Contratto con Dio – La Trilogia (Fandango Libri, 2009): “Incoraggiato dall’opera di illustratori sperimentali come Otto Nückel, Franz Masereel e Lynd Ward, che negli anni Trenta avevano pubblicato dei veri e propri romanzi in cui la narrazione procedeva per immagini e senza testo, provai a realizzare qualcosa di ambizioso in un formato simile. Nel vano tentativo di convincere un grosso editore a pubblicarmi, chiamai il mio esperimento ‘graphic novel’.”

Col tempo, il prestigio di Eisner e delle sue opere, considerate capolavori della narrazione a fumetti, ha imposto un’espressione consapevolmente imprecisa (Contratto con Dio è una raccolta di racconti e non un romanzo), più éscamotage promozionale che vero neologismo. Éscamotage che ha funzionato perfettamente: presso il grande pubblico, oggi negli USA la qualifica di “graphic novel” garantisce a un libro a fumetti una patina di rispettabilità impensabile anche solo pochi anni fa. Per contro, l’utilizzo del termine da parte di autori ed editori rivela spesso una certa ansia di accettazione.

Prima di commentare l’uso italiano del termine è interessante rendersi conto della grande varietà di opere che oggi vengono fatte ricadere sotto l’etichetta “graphic novel”. Di seguito riportiamo pochi esempi recenti ma l’elenco potrebbe comprenderne molte decine.

Tra gli antesignani citati da Eisner potrebbe rientrare anche Max Ernst, il cui Una settimana di bontà del 1934 (Adelphi, 2007) viene presentato al lettore di oggi come “graphic novel per soli adulti bambini”. È composto da immagini riprese da feuilletton dell’Ottocento, mute o con brevi didascalie, che occupano un’intera pagina e che, disposte opportunamente in sequenza, raccontano una storia. Pur nascendo in tempi di aperta polemica surrealista contro il formato narrativo del romanzo, stilisticamente l’opera è parente stretto dei lavori di Nückel, Masereel e Ward.

Universalmente riconosciuti come “graphic novel” sono i grandi successi Maus di Art Spiegelman (Einaudi, 2000), tentativo di auto-terapia e straziante rappresentazione dell’Olocausto, e Persepolis di Marjane Satrapi (Lizard, 2007), romanzo di formazione nell’Iran degli Ayatollah.

Coltrane di Paolo Parisi (Black Velvet, 2009) è una biografia del gigante del jazz molto attenta al clima politico e culturale degli anni Sessanta.

Una riuscita sinergia fumettistico-letteraria è Un sogno turco (Rizzoli, 2008), racconto di Giancarlo De Cataldo adattato dal grande autore-disegnatore Giuseppe Palumbo.

Una lieve imperfezione di Adrian Tomine (Rizzoli, 2008) raccoglie il meglio di uno dei “nipotini di Raymond Carver”, autori che con nitore grafico e grande leggibilità declinano a fumetti un minimalismo narrativo emotivamente devastante.

Joe Sacco, autore di Palestina, Goražde: area Protetta e Neven: una storia da Sarajevo (Mondadori, 2002, 2006, 2007), è il caposcuola riconosciuto di un giornalismo a fumetti in cui negli ultimi anni si è distinto il canadese Guy Delisle, con i suoi diari in prima persona dall’Estremo Oriente Pyongyang, Shenzen e Cronache birmane (Fusi Orari, 2006, 2007, 2008).

Più soggetto cinematografico che romanzo, Luchadoras di Peggy Adams (001 Edizioni, 2008) si ispira al dramma delle donne scomparse di Ciudad Juarez; le note di copertina ci informano comunque che “Peggy Adams è un’autrice di graphic novel e un’illustratrice”.

Come sempre, quando un concetto e il termine che lo descrive sono importati da un’altra lingua, è non solo interessante ma necessario domandarsi se e quale espressione italiana è possibile usare al posto di “graphic novel”.

Questa formula, in uso per anni tra gli appassionati italiani, arriva alla stampa generalista attraverso interviste e con ogni probabilità lanci d’agenzia (presumibilmente poco o mal tradotti) su quello che negli USA sembra il fenomeno editoriale del 2003-2004. La necessità giornalisticamente legittima di una parola-chiave spinge probabilmente a evitare ricerche, al contrario di quanto i traduttori sono tenuti a fare sempre. Ricerche che avrebbero rivelato che in Italia è già in uso un’espressione affiancatasi da tempo a “graphic novel” e che ne è l’esatta traduzione (anzi, è persino più precisa). Un’espressione chiara, al contrario per esempio dell’incomprensibile “romanzo grafico”, che ogni tanto fa ancora capolino sulla stampa: si tratta di “romanzo a fumetti”, il cui uso sulla copertina di un libro risale almeno al 1996 (Giovanni Mattioli, Davide Toffolo, Piera degli spiriti, I edizione, Bologna, Kappa Edizioni).

Come per “graphic novel”, l’uso di questo termine è abbastanza libero e a volte indica non il formato narrativo (“romanzo” in senso lato, come lunga storia variamente strutturata e con elementi di fantasia) ma quello editoriale (“romanzo a fumetti” come sinonimo di “libro a fumetti”).

Per esempio, i titoli che abbiamo elencato sono molto diversi tra loro dal punto di vista narrativo, con stili grafici persino più assortiti, ma nell’uso corrente sono considerati “romanzi a fumetti” anche quando si tratta di opere relativamente brevi, “non-fiction” con la struttura del reportage, oppure biografie.

Ci sono diversi motivi per preferire “romanzo a fumetti” a “graphic novel” ma basterebbe quello che abbiamo già anticipato: è un’ottima traduzione.

Un altro è che si tratta di una buona occasione per sprovincializzarsi.

Laicamente, è però anche bene evitare furori integralisti e non andrebbe dimenticato il consiglio di un anonimo curatore dell’Oxford English Dictionary sull’atteggiamento da tenere verso neologismi e termini stranieri, specialmente se sgraditi e prevalenti nell’uso: “Resistere fino alla morte e capitolare prima di morire.”

Il punto è in realtà un altro, e cioè il sospetto che l’utilizzo di un anglicismo à la page, di per sé innocuo, mascheri un persistente pregiudizio culturale verso il termine “fumetto” o persino verso il linguaggio in sé.

Più in generale, negli ultimi anni alcuni episodi inducono a pensare che questi atteggiamenti resistano ancora, al di là delle intenzioni e della stessa buona fede degli interessati.

Dal 2007 la bella collana Guanda Graphic della prestigiosa casa editrice Guanda centellina pochi e ricercati titoli a fumetti. Tra gli altri, un thriller surreal-fantastico ambientato a Parigi nel 1907, con protagonisti Picasso, Satie, Apollinaire e altri artisti del circolo di Gertrude Stein (Nick Bertozzi, Chi vuol uccidere Picasso?); un horror sulla ferocia della quotidianità firmato da un brillante giovane narratore italiano e da due disegnatori dall’efficace sintesi grafica (Gianluca Morozzi, Giuseppe Camuncoli, Michele Petrucci, Il vangelo del coyote); un ottimo adattamento di Kafka da parte di uno dei nomi di punta dell’editoria off statunitense (Peter Kuper, La metamorfosi).

Nel sito della casa editrice i volumi propriamente a fumetti vengono chiamati unicamente “graphic novel” (una sola volta compare l’espressione “adattamento a fumetti”, probabilmente per evitare ripetizioni), ricorrendo in altri casi a perifrasi: Sono figlia dell’Olocausto di Bernice Eisenstein, un libro illustrato dove le nuvolette completano le immagini in un fumetto sui generis, viene definito un “memoir fatto di parole e disegni”.

Sarebbe ingeneroso sospettare di snobismo o prevenzione culturale quella che può essere benissimo una piccola astuzia comunicativa: già nel 2006, per indicare libri e romanzi a fumetti la stampa italiana usa quasi esclusivamente il termine “graphic novel”, che è anche il titolo di una serie di volumi a fumetti allegati a L’Espresso e a La Repubblica, con tirature molto superiori a quelle librarie. Non c’è quindi motivo, né alcunché di male, per non cercare di approfittare della visibilità in qualche modo garantita al termine inglese.

I dubbi tornano però leggendo un’intervista a Luigi Brioschi (http://www.infinitestorie.it/frames.speciali/speciali.asp?ID=617), presidente e direttore editoriale di Guanda. Nel corso dell’intervento qualsiasi riferimento ai titoli di Guanda Graphic è indiretto e l’uso ogni volta di nuove perifrasi sembra rivelare un chiaro imbarazzo. Si parla di “genere graphic” (espressione apparentemente coniata sul momento) e, in merito alle motivazioni all’origine della nuova collana, Brioschi si dice convinto “che si aprano nuove occasioni di incontro e di collaborazione tra scrittura e immagine, tra narratori e illustratori, con esiti piuttosto interessanti.” Auspicio sacrosanto, ma non è un segreto né una novità che queste collaborazioni avvengano da tempo e, al di là dei dettagli tecnico-formali (uno o più autori, lo stile grafico, la struttura narrativa, etc.), il tutto si può parafrasare con “Esistono autori di bei romanzi a fumetti.”

Il termine “fumetti” compare solo dopo la domanda-chiave: “Graphic novel: un genere nuovo. Fino a che punto?” a cui Brioschi risponde: “È evidente che c’è qualche elemento di continuità con i comics, con i fumetti. Ma ci sono anche aspetti di novità nella durata, nello sviluppo della narrazione, nell’appropriazione da parte degli autori di strumenti e tematiche proprie del romanzo.”

Di nuovo, affermazioni più che condivisibili e che diventano tautologicamente vere se accettiamo di chiamare “romanzi a fumetti” le opere in questione.

Avviato all’editoria da Elio Vittorini all’inizio degli anni sessanta, ancora giovane Brioschi è già traduttore di John Updike, Kurt Vonnegut e John Dos Passos. Ha lavorato a lungo in Rizzoli e alle cariche in Guanda va aggiunta quella di consigliere d’amministrazione di Longanesi. Per anni è stato in casa editrice la figura di riferimento, o lo scopritore, di autori come Giorgio Manganelli, Luis Sepúlveda, Nick Hornby, William Trevor e Tiziano Terzani.

È insomma una figura prestigiosa, con un profilo culturale elevato e di grande esperienza.

È della “generazione di Apocalittici e integrati” e sicuramente conosce la celebre analisi di Umberto Eco della prima striscia di Steve Canyon. Non c’è alcun motivo per sospettarlo di snobismo verso il fumetto o di scarsa considerazione per prodotti coraggiosi in cui ha deciso di investire.

Eppure l’imbarazzo nell’utilizzare – o nell’evitare – la parola “fumetti” è palpabile in ogni frase e in ogni ricerca di perifrasi nobilitanti al posto della semplice affermazione: “Abbiamo deciso di pubblicare romanzi a fumetti.”

Ancora più illuminante è il caso seguente, non legato direttamente alla “querelle” (le virgolette sono d’obbligo) Graphic Novel Vs. romanzo a fumetti, proprio perché chiarisce come non siano in discussione onestà intellettuale o buona fede, ma – apparentemente – riserve culturali inconsce e imbarazzi latenti.

Nel 2004 la UTET pubblica Storia del fumetto: da Yellow Kid ai manga di Franco Restaino. L’autore è ordinario di Filosofia Teoretica presso l’Università Tor Vergata di Roma e, come recita la scheda ufficiale del libro, “in una sorta di vita parallela è un appassionato cultore di fumetti”. Col senno di poi, la nota di colore avrebbe dovuto segnalare lo spirito più nostalgico che scientifico dell’operazione. La cosa certo non è censurabile in sé, ma il volume si rivela pieno di errori, imprecisioni, citazioni errate, traduzioni goffamente letterali non corrispondenti all’uso italiano e di ogni sorta di “perle” e svarioni, che siti e forum segnalano e rilanciano impietosi. Parte addirittura una petizione per chiedere alla UTET di ritirare ed emendare il volume, prima che in biblioteche e bibliografie finisca un testo inaccettabile secondo ogni standard scientifico ed editoriale, considerato “pericoloso” per l’autorevolezza della casa editrice e il rilievo accademico dell’autore (preoccupazione fondata: ancora di recente, il libro è stato citato dallo storico Marco Iacona sull’edizione domenicale del Secolo d’Italia del 28 dicembre 2008, fortunatamente su una questione non proprio cruciale come l’età apparente di Asterix). Autore che con grande imbarazzo cerca di difendersi dalle accuse ma è subito chiaro che, in evidente buona fede, non aveva neppure preso in considerazione di applicare all’oggetto della sua passione gli stessi criteri di scientificità, documentazione, verifica delle fonti e in definitiva di pubblicabilità vigenti nel suo ambito originale di studi.

In conclusione, pare proprio che occuparsi di fumetto o anche solo chiamarlo per nome porti alla luce riserve e forme di disagio anche in interlocutori neppure lontanamente sospettabili di miopia culturale o di preconcetti negativi, come un editore prestigioso che vi investe risorse e denaro, o un colto appassionato di vecchia data che vi impegna energie e tempo sottratti allo studio e all’insegnamento. Questo è naturalmente molto interessante e più in generale, per quanto in un ambito circoscritto e specifico, evidenzia bene la natura del pregiudizio, o la sua “biochimica”, come la chiamava Eisner (che, sia detto en passant, le ha dedicato alcuni dei suoi libri più belli, con riferimento all’assai più pernicioso antisemitismo). Una natura istintiva e profonda, che sopravvive anche in presenza di apertura mentale e consapevolezza intellettuale.

Negli ultimi anni una delle spie più evidenti di questo pregiudizio è stato l’uso eufemistico di “graphic novel”, specialmente in riferimento a opere con ambizioni letterarie evidenti, per le quali si esita a utilizzare la parola “fumetto”.

Chi non ha alcun problema a farlo “senza se e senza ma” sa bene che questo linguaggio ha già dato prova di maturità artistica, esprimendo i suoi capolavori, e può consolarsi pensando che in molti casi si tratta di innocuo snobismo o di un pedaggio tutto sommato ragionevole pagato alla moda del momento, che come tale si esaurirà presto.

Al contrario dei tanti, ottimi libri a fumetti che – comunque li si chiami – resteranno.

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18 Risposte to ““Il fantasma del fumetto””

  1. Andrea Alberghini Says:

    Finalmente! Grazie Andrea.

  2. Andrea Plazzi Says:

    Andrea, ti ringrazio per il commento sicuramente positivo, anche se non ho ben chiaro il perché. Stammi bene.

  3. Alabama Says:

    Un articolo molto interessante, grazie per averlo postato integralmente :)

    Qualche tempo fa ero ad una conferenza del prof. Giorgio Amitrano, traduttore di Banana Yoshimoto, in cui si parlava dei rapporti tra letteratura moderna giapponese e manga.
    Lui non mi è parso un grande appassionato di fumetti, ma citava un’opera degli anni ’90 di un’autrice d’avanguardia (Moto Hagio, pressoché sconosciuta da noi) definendola “un capolavoro, anche se non la si può chiamare letteratura”.
    Io ho cominciato a scalpitare, pensando che fosse uno dei soliti dotti discriminatori del fumetto, e alla fine gli ho chiesto perché non la si può definire letteratura, qual è il confine, se conoscesse la definizione “letteratura disegnata”.
    Gliel’ho chiesto in modo civile e lui altrettanto civilmente ha risposto che sì, la conosceva in quanto coniata da Hugo Pratt, che secondo lui il limite è nella forma, che per letteratura tout court si intende un’opera composta di sole parole senza immagini, e che definire un fumetto letteratura equivale a sminuirlo, spogliarlo delle sue connotazioni originali, come se di un film dicessimo “è bello come un quadro”.
    Mi ha risposto che ogni forma di espressione ha i suoi canoni e deve essere trattata per quello che è, e non come riflesso o imitazione di qualcos’altro.

    Io, partita sul piede di guerra e scioccamente prevenuta, sono rimasta colpita dalla sua risposta, un discorso sensato di una persona di cultura che, pur non essendo particolarmente amante del mezzo, non ha problemi a dare al fumetto la dignità che merita.

    Quindi a quanto pare, fortunatamente, possono esistere anche esempi inversi a quelli che hai citato tu, cioè persone al di fuori dell’ambito fumettistico che però, con un minimo di sensibilità e intelligenza, gli riconoscono un valore intrinseco.

    Scusa per la prolissità ma, come al solito, mi hai dato da pensare :)

    Federica (quella che hai conosciuto alla fiera di Bologna tramite Mario di Griò)

  4. Andrea Plazzi Says:

    Non conosco Amitrano (se non di fama, ovviamente) ma “(…)ogni forma di espressione ha i suoi canoni e deve essere trattata per quello che è, e non come riflesso o imitazione di qualcos’altro.” è probabilmente il modo più semplice e sintetico di tagliare corto con le infinite discussioni, sempre troppo prolisse, su fumetto e altro. Non c’è davvero molto da aggiungere, e grazie per il tuo commento.

  5. Gianfranco Goria Says:

    Oggi sei su afNews. :-)

  6. Salvatore Privitera Says:

    Caro Andrea, il tuo articolo è semplicemente meraviglioso. Ne ho praticamente sposato le tesi prima ancora di averlo letto. E questo per la semplice ragione che sono le stesse che difendo alacremente ogni volta che (al bar o in fumetteria) si discuta di fumetti tra amici.
    Inoppugnabile anche l’argomentazione del Prof. Amitrano, che come fai giustamente notare, dovrebbe mettere automaticamente a tacere ogni tentativo di definizione diverso da “fumetto”.
    Tra l’altro questa (per me inutile) dicotomia tra GN e fumetti è stata di recente argomento di dibattito nel gruppo “a Fumetti” su aNobii (http://www.anobii.com/anobi/forum_thread.php?tid=44788&pid=130&lid=#new_thread), con una serie di interventi che, neanche a dirlo, non si discostano poi tanto dalle tue tesi.
    Ancora complimenti per l’articolo e scusa per questo fiume di deliri.
    A presto,
    Salvatore.

  7. Giorgio Salati Says:

    Ciao, ho letto con molto interesse l’articolo, e vorrei porti una questione. Penso che questo sia il luogo ideale per discuterne.

    Io lavorandoci, ovviamente non ho riserve né imbarazzi di sorta circa il fumetto… eppure qualche volta il termine graphic novel lo uso, come sinonimo di fumetto, romanzo a fumetti, romanzo grafico, eccetera. Diciamo che uso i diversi sinonimi in maniera abbastanza indistinta.

    Forse è mia disattenzione lessicale, eppure, se analizzo la questione, mi viene da pensare che “graphic novel”, in quanto più o meno neologismo (almeno per noi italiani), sia in qualche caso un termine utilizzabile. Ad esempio, riguardo al termine “romanzo a fumetti”, ho il timore che qualcuno poco “dentro” al settore possa pensare a un’opera che sia un romanzo, e quindi una storia scritta – Letteratura – però in versione fumettata. Due cose distinte messe insieme in qualche modo. Come se in precedenza esistesse già il romanzo, solo che quella che vai a leggere ne è la versione “minore”, quella a fumetti (probabilmente sono io che faccio voli pindarici). Credo comunque che inorridiremmo se al posto di quello scrivessimo “film a fumetti” o che altro… Non so se capisci quello che intendo…

    Magari sono questioni di lana caprina… e certo, “graphic novel” nella traduzione letterale contiene quel “novel” che significa “romanzo”, quindi le cose non cambiano… però ho l’impressione che a volte vengano usati dei neologismi stranieri dagli stessi addetti ai lavori perché essendo slegati dalla nostra lingua si spogliano di una serie di “turbamenti” emotivi legati ai significati che i termini italiani si portano dietro… per questo, “graphic novel” non come significato letterale di “romanzo grafico”, ma in quanto termine quasi “neutro” per indicare un genere di recente concezione. Certo che non mi verrebbe mai da pensare alla “Ballata del mare salato” come “graphic novel”… perché è stata creata prima che qui da noi si usasse questo termine.

    Scrivo questo ovviamente non per far polemica ma perché è un argomento che mi interessa analizzare, e tu ne sai sicuramente più di me.

    Detto questo, prossimamente cercherò di ridurre l’uso di “graphic novel” e sforzarmi di usare di più “romanzo a fumetti”!

    ciao

    Giorgio

  8. Andrea Plazzi Says:

    SALVATORE: se davvero sei d’accordo su tutto non dovrei neanche risponderti, ma mi sembrava scortese. Sono convinto che ripensandoci qualcosa su cui discutere lo troviamo… scherzi a parte, grazie dell’attenzione con cui evidentemente hai letto il pezzo.
    Ho sbirciato il thread su anobii (a cui dovrò decidermi di iscrivermi, un giorno) ed è davvero stupefacente l’entusiasmo e la costanza con cui chi ama i libri riesce a parlarne, anche in questi aspetti così specializzati.

    GIORGIO: so che qua e là il pezzo sacrifica il taglio critico al colore e ogni tanto, per amore di chiarezza, è forse un po’ più tranchant di quanto ami esserlo di solito.
    Non amo le mode giornalistiche quando appiattiscono e semplificano troppo, e certamente non sono sempre necessarie per divulgare e farsi capire (da appassionato e dilettante di divulgazione scientifica conosco sia la difficoltà sia l’esigenza di comunicare contenuti complessi con un linguaggio semplice).
    Ciò detto, non ho niente contro una formula o una parola d’ordine che aiuti a divulgare un argomento, gusti personali (miei, voglio dire) a parte.
    Chiunque usi deliberatamente e a ragion veduta quel-termine-che-secondo-me-non-è-necessario-usare, convinto in questo modo di essere più chiaro, fa bene a usarlo.
    Anche perché, come accenno brevemente nel pezzo, quando c’è di mezzo la lingua i moralismi e i purismi astratti hanno il fiato corto: l’uso e il tempo decideranno per noi.
    Quello che volevo criticare veramente è l’ipocrisia che rischia di celarsi dietro l’uso mistificante di un termine. Il fatto poi che secondo me quasi sempre non è neppure necessario è solo un’aggravante.
    Che poi con un po’ d’astuzia si possa cavalcare (e persino alimentare) una tendenza per vendere quella-cosa-che-non-è-necessario-nominare a chi non comprerebbe mai fumetti, nella speranza che non se ne accorga, be’, questo è un interessante sottoprodotto e, per esempio, trovo confermata la cosa qui.

  9. giancarlo soldi Says:

    Caro Andrea con piacere ho letto il tuo intervento e per confermarti che non sono un fiancheggiatore occasionale cercherò di farti avere qualcosa di mio che è andato in tv: su Raisat PREMIUM 6 puntate di “I FUMETTI E NOI “oppure, dopo la messa in onda,” Graphic Reporter ovvero il giornalismo a FUMETTI” prossimamente a La Storia Siamo Noi. Con affetto, Giancarlo.

  10. Andrea Plazzi Says:

    Giancarlo, che bella notizia. Le tue trasmissioni, ovvio. E anche che capiti da queste parti. Come si dice, looking forward etc. etc.

  11. Salvatore Privitera Says:

    Ciao Andrea, grazie innanzitutto per la risposta.
    Poi se proprio vogliamo, possiamo anche discutere dell’articolo in maggior dettaglio, ma solo per continuare ad essere d’accordo.
    Il tuo articolo mi ha infatti fatto notare con particolare piacere un aspetto dell’abuso del termine “Graphic Novel”, al quale io personalmente non avevo fatto caso, in parte a causa del fatto che io ho sempre boicottato il termine in questione.
    Mi riferisco ad opere come “Cronache Birmane” di Guy Delisle e Palestina di Joe Sacco. Trattandosi infatti di opere che stanno a metà tra il diario di viaggio e il reportage giornalistico, non possono essere definiti romanzi dal momento che non sono opere di finzione. Definendole Graphic Novel, si mette in luce il pressapochismo (quando non addirittura la malafede) con qui questo termine viene spesso usato.
    Ti ringrazio quindi ancora una volta per la tua puntuale analisi e mi associo a te nel declamare: “fumetti, fumetti, fumetti!!!”.
    Fletto i muscoli e sono nel vuoto…

  12. Luca Baldazzi Says:

    Caro Andrea,
    hai sollevato una questione molto interessante, e sospetto che tu abbia ragione. L’industria culturale si vergogna ancora un po’ del termine “fumetto” e invece di “romanzo a fumetti” preferisce dire “graphic novel”, termine usato anche a sproposito, ma che dona una supposta aura di maggiore rispettabilità. Però la definizione, in qualche modo, funziona, è entrata nell’uso corrente, ha aperto qualche porta e suscitato l’interesse di chi normalmente storcerebbe il naso davanti ai “fumetti”. Temo sia solo una questione di etichette e marketing, per usare una parolaccia.
    A proposito di “big” dell’editoria e fumetto, leggendo le tue considerazioni sull’atteggiamento di Guanda Graphics mi è venuto in mente l’esperimento – isolato e morto subito lì – di Feltrinelli che già nel 1992 pubblicò “L’uomo alla finestra” di Lilia Ambrosi e Lorenzo Mattotti. Libro bellissimo (per me) ma praticamente all’epoca buttato lì senza nessuna promozione o sottolineatura da parte del grande editore: e infatti – se la memoria non mi inganna – non è più stato ristampato. Non ricordo come fu etichettato allora e ora non l’ho sottomano per controllare: sul web lo trovo definito come “romanzo per immagini”. Ah, se l’avessero chiamato “graphic novel”…
    ciao e grazie per aver messo in rete il tuo articolo così interessante e denso di spunti, a presto
    Luca

  13. studiopazzia Says:

    Complimeti per l’articolo. Da lettore di fumetti sono sempre interessato a leggere approfondimenti e riflessioni a proposito. Pensavo. Io non so da dove nasca il termine “fumetto”, ma, non vorrei che fosse nato come denominazione che indica qualcosa di “inferiore” e, quindi, che questo senso di inferiorità sia diventato genetico. Comunque sono dell’opinione che “fumetto” basti e avanzi! Lo dice pure Alan!.

    SP

  14. [emo] Says:

    Leggo con ritardo rispetto all’uscita, ma con grandissimo interesse e condividendo ogni singola lettera del tuo bellissimo articolo.
    Fa sentire molto meno solo (come libraio, come sceneggiatore, come lettore). E quando qua nei commenti integri con “Quello che volevo criticare veramente è l’ipocrisia che rischia di celarsi dietro l’uso mistificante di un termine. Il fatto poi che secondo me quasi sempre non è neppure necessario è solo un’aggravante.” allora mi alzo in piedi commosso ad applaudire.
    Un caro saluto!

  15. Andrea Plazzi Says:

    Emiliano, troppo buono. Precisiamo qui, in pubblico, che non sono in possesso delle tue coordinate IBAN e che non mi hai chiesto di usarle.
    Ricambio il saluto.

    a.

    p.s.: riusciremo a fare qualcosa a Sassari, un giorno…

  16. [emo] Says:

    Più che volentieri, parliamone! :)

  17. aiZerCast Episodio 25: la bella e la birra « Aizercast Says:

    [...] giungeranno qui da noi: Blade Runner e Dracula. Abbiamo continuato parlando dell’articolo Il fantasma del fumetto di Andra Plazzi sul termine Graphic Novel e sul suo abuso. Andrea Plazzi è anche autore [...]

  18. leo Says:

    Ciao Andtrea!
    Posso suggerire anche il termine “giornalino con un sacco di pagine”.
    Oppure , come mi chiedeva quel giornalista del Corriere, “Hai mica una novella grafica di due pagine?”

    Comunque d’ora in avanti dirò “Fumetto, fumetto, fumetto!” E aggiungerò “Fumetto.”
    Perchè c’è sempre qualcuno che non ascolta, all’inizio.

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