Posts Tagged ‘traduzione’

RECENSIONE 1 “WILL EISNER – Una vita per il fumetto”

venerdì, 3 maggio 2013 - 15:00

Annunci

LUCCA 2012 – Translation Slam

lunedì, 1 ottobre 2012 - 15:07

Quest’anno una delle novità di Lucca è Translation Slam, una proposta/sfida/gara/assurdità che propongo ad amici e colleghi traduttori.
Mi sono complici Leonardo Rizzi e Fabrizio Iacona, con cui condivido da tempo opinioni e meditazioni sul fumetto in traduzione (mai molto allegre, negli ultimi anni). È una specie di gioco, a cui giocare nel modo più serio possibile, dopo averne parlato tutti insieme, che si svolgerà in due momenti distinti, nel corso della giornata del 2 novembre: un incontro di presentazione, poi lo Slam vero e proprio. Per iscriversi basta inviare una mail all’indirizzo translationslam@luccacomicsandgames.com.
Qui tutti i dettagli, mentre a seguire riporto il comunicato stampa, scaricabile anche qua.

(more…)

Questo è Foster Wallace

lunedì, 6 giugno 2011 - 19:30

Grazie a Giacomo della Libreria Golconda (un libraio che potete solo augurarvi) sono orgoglioso possessore di una raffinata edizione originale di This Is Water, il saggio di Davide Foster Wallace che in edizione italiana dà il titolo alla raccolta di scritti brevi Questa è l’acqua. Si tratta un discorso pronunciato da Foster Wallace nel 2005, davanti agli studenti del Kenyon College a chiusura dell’anno accademico.
Non è molto lungo ed è stato portato a una dimensione pubblicabile da un apprezzabilissimo lavoro di impaginazione, con un’elegante linea grafica che riporta in ogni pagina un singolo paragrafo, anche solo di una riga (sia detto per inciso, è rassicurante che l’editoria ufficiale e – non proprio ma quasi – di massa riesca ancora a curare prodotti con queste caratteristiche).

This Is Water è un esempio perfetto della lucidità e della tersa chiarezza del pensiero di Foster Wallace, inscindibili dalla sua prosa, che non saprei come chiamare se non spietata: non ci sono sconti al rigore dei ragionamenti, né margini per ambiguità o autoindulgenza nel periodo di Foster Wallace (che produce effetti stupefacenti in un suo libro di argomento logico-matematico necessariamente tra i meno frequentati).

Quasi più che un compito arduo (e lo è spesso), tradurre tanto nitore logico in italiano rappresenta inevitabilmente una sfida, per i tantissimi motivi che vengono sempre ricordati e riassumibili così: la nostra lingua è intrisecamente più propensa dell’inglese alla sfumatura e alle zone grigie del discorso.
Vi propongo a seguire un brevissimo estratto dal volume (certamente molto meno del 15%), con una mia proposta di traduzione, entrambi scaricabili anche da qui.

In the day-to-day trenches of adult life, there is actually no such thing as atheism.
There is no such thing as not worshipping.
Everybody worships.
The only choice we get is what to worship.
And an outstanding reason for choosing some sort of god or spiritual-type thing to worship – be it J.C. or Allah, be it Yahweh or the Wiccan mother-goddess or the Four Noble Truths or some infrangible set of ethical principles – is that pretty much anything else you worship will eat you alive.
If you worship money and things – if they are where you tap real meaning in life – then you will never have enough.
– David Foster Wallace, This Is Water (2005)

Nelle trincee quotidiane della vita adulta l’ateismo non esiste.
Non esiste che si possa scegliere di non adorare alcunché.
Tutti adorano qualcosa.
L’unica scelta che abbiamo realmente è su cosa adorare.
E un motivo davvero sorprendente per scegliere di adorare una qualche specie di dio o di roba spirituale – che sia G.C. o Allah, Yahweh o la dea-madre Wicca o le Quattro Nobili Verità o un qualche inattaccabile corpus di principi etici – è che più o meno qualsiasi altra cosa adoriate vi mangerà vivi.
Se adorate il denaro e le cose – se è lì che attingerete alla ricerca di un senso nella vita – allora non vi basteranno mai.

Nessuno canta il blues come Blind Willie McTell

mercoledì, 30 giugno 2010 - 14:14

Questo post è rivolto a persone con interessi di traduzione e con almeno un’infarinatura (ma anche un po’ di più) di inglese americano. Quel tanto – che non è poi pochissimo – da non arrancare seguendo il testo di cui vi ho proposto la traduzione nel post precedente (il tutto con qualche intercalare inglese scioccherello: prendeteli con umorismo e un po’ di frivolezza, non è spocchia della domenica; i più seriosi sono avvertiti).
Post che ha ricevuto in pochi giorni un numero di contatti molto superiore alla media, per questo periodo dell’anno e della settimana.
Il fascino di una canzone come Blind Willie McTell va sicuramente molto al di là del suo (assoluto) valore musicale, e tocca evidentemente corde profonde. Ma anche limitandoci al più immediato (si fa per dire) fascino intellettuale, i motivi evidenti d’interesse non mancano.
Per esempio il testo sofisticato ma mai ermetico o astratto, che procede per lampi e immagini, tracciando uno scenario di vivezza impressionante e potenza visionaria, in cui si intrecciano i fantasmi della coscienza di un paese, il senso di colpa dell’uomo bianco e il rispetto reverente per la Grande Anima del Blues alimentata dal dolore e dalla sofferenza. Culminante in un senso di consapevolezza fatale e definitivo: nessuno canta il blues come Blind Willie McTell.

A questo proposito vi propongo un paio di interventi – nell’originale inglese – dell’editor, autore e critico di fumetti Adam McGovern. Sono regolarmente in contatto con Adam da almeno cinque anni, spesso per questioni di traduzione (da ma anche verso l’inglese americano) e di una cosa sono certo: non conosco nessuno con la sua esperienza e conoscenza del fumetto angloamericano contemporaneo e, in generale, della pop-culture e del suo ruolo fondamentale nella definizione dell’identità culturale e civile degli Stati Uniti (esperienza e conoscenza conseguenza diretta dell’amore e della passione). Fumetto, musica, narrativa, saggistica, televisione e  nuovi media sono egualmente per Adam campi di esplorazione e conoscenza del proprio paese, senza mai limitarlo negli interessi e nelle letture (chiedetegli se gli piace Primo Levi, poi restate voi ad ascoltarlo, che io ho da fare).

Ora, in occasione del post precedente, ho chiesto l’opinione di Adam su alcuni punti del testo. Sapevo della sua Dylan-filia e davo per scontata la conoscenza della canzone, che comunque gli inviavo. Così non era (e considerata la fama e la tradizione di Blind Willie McTell come pezzo-fantasma, trovo la cosa just fitting). Dire che mi sono sentito davvero orgoglione (termine di ampio uso nel bolognese; spero che sia sufficientemente self-explaining perché non lo spiegherò io: questo blog lo leggono anche i bambini) è dire poco. Adam ha reagito a questa scoperta per lui meravigliosa (come a suo tempo lo fu per me) con l’entusiasmo e l’acume soliti, per non parlare della spontaneità, che ha prodotto un commento che, col suo permesso, condivido con voi in originale (l’osservazione sulle maidens conferma – come pensavo – che le “charcoal gypsy maidens” che “sanno come agitare le loro piume” sono da intendere sostanzialmente alla lettera: ragazze di colore che si esibiscono in spettacolini di frontiera).

Sheer genius — I liked everything I heard from “Infidels” when it came out but to this day have not gotten it (and a quick google search explains that even those who got the album then had to wait longer for this one). Brilliant, unvarnished view of bounty and beauty existing side-by-side with desolation and misery. Keen insight into what white folks have done with zero self-congratulation from the white guy making the admission. I love the lethal contradiction in the lines about seeking God’s goodness as another form of earthly appetite and self-exaltation. I think the line about maidens merely refers to young black women, presumably entertainers some time after slavery, perhaps in the vaudeville/”chitlin circuit” days; finery and transience of the mardi gras or burlesque sort. At first I wondered if Dylan’s overemoting at the end, but then I realized he’s railing against the cruel barricade of his own inability to match the artistry of a man who has that gift due to suffering Dylan also can’t conceive of or help (though perhaps they meet and touch on that plane of regret and pass along a memory in that moment)…

Mi ha colpito molto il commento di Adam al verso finale, dove l’io/Dylan-narrante emerge dolente in tutta la sua frustrazione, di fronte all’evidenza di un modello inarrivabile.
Ma Adam lo dice meglio.
Una sottolineatura un po’ più tecnica precede un’altra bella osservazione su come in pochi versi Dylan riassuma e compendi punti cruciali per la storia e l’anima americane. Il mio dubbio riguardava l’ambiguità del verso

As they were taking down the tents

per il doppio significato di “take down” (“smontare” ma anche “abbattere”). Anche Adam trova il verso effettivamente (e – aggiungo io – genialmente) ambiguo:

I wasn’t sure if this referred to a traveling show or an American Civil War encampment — though this song meanders through the ghostly edifices of all that’s affirming and horrifying in the American South, so it could work as both. It’s not that the flashes have no context, but more like they are compressed into a shared space through the sorcery of Dylan’s perception — joys and wrongs from across 400 years, but side-by-side in the intensity that they still loom in people’s memory, nostalgia or shame.

“Lucca”

mercoledì, 28 ottobre 2009 - 13:33

Detto semplicemente così, in questo periodo dell’anno e in un contesto fumettistico, significa Lucca Comics & Games,  manifestazione importantissima per diversi settori dell’intrattenimento, a partire dagli storici ‘omics (come si declina “fumetto” nella città toscana).
Lucca, quindi.
L’edizione 2009 apre giovedì 29 ottobre e quest’anno seguirò alcune cose, quasi tutte legate alla Scuola che dall’anno scorso gestisco a Bologna insieme a Marco Ficarra di RAM.
Più la presentazione graditissima di, indovinate un po’, Ultima lezione a Gottinga (venerdì 30 ottobre, ore 17.00, Sala Incontri del Palazzo Ducale), titolo definitivo del Gottinga di Davide Osenda. Da queste parti ne abbiamo parlato a più riprese (potete cominciare dal banner in basso a destra, e poi proseguire qua e qua) e vederlo a stampa per le Edizioni 001 con una presentazione di Piergiorgio Odifreddi è una soddisfazione meritatissima per Osenda, uno degli esordi recenti più interessanti. Ma tranquilli, nulla di serioso nonostante la serietà dell’argomento e degli eventi storici che Osenda ha posto abilmente a cornice della storia, tant’è vero che ci trovate anche due righe mie.
Ospite graditissimo, l’amico Stefano Marmi della Scuola Normale Superiore di Pisa, fisico-matematico di fama e ottimo divulgatore, ogni volta che gli impegni accademici e di ricerca gliene lasciano il tempo.

Scuola di traduzione per il fumetto e l’editoria

domenica, 9 novembre 2008 - 01:00

Scuola di traduzione per il fumetto e l'editoriaNon è il nuovo film di Lina Wertmüller ma un’iniziativa che la settimana scorsa ho presentato a Lucca in compagnia di Marco Ficarra di RAM, corresponsabile e mio sodale, oltre a Mirko Tavosanis e Fabrizio Iacona in qualità di complici.
Si tratta dell’edizione riveduta e corretta (la 1.0 dopo la 0.1, per intenderci) di un Master organizzato un paio di anni fa su invito della Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Pisa.

Il corso copre diversi argomenti relativi alla traduzione del fumetto nel senso più lato (e quindi anche questioni di adattamento ed editing, specialmente in riferimento al fumetto orientale), di diritto d’autore e proprietà intellettuale, di organizzazione del lavoro redazionale e di eventi internazionali, ripartendo a Bologna grazie all’interesse dello studio grafico RAM.

Sul blog della Scuola trovate i dettagli sul corso, la maggior parte del programma e dei docenti: l’intero blog è molto essenziale e se siete interessati lo leggerete in una ventina di minuti.
Il corso ha una soglia di attivazione di sei iscritti. Non è quindi scontato che parta, ma naturalmente me lo auguro.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: