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È importante anche il ritorno

venerdì, 3 febbraio 2012 - 14:00

Credo che sia vero per tutti i viaggi e ancor di più per uno come questo, di cui abbiamo parlato in altri due post (qui e qui).
Si tratta naturalmente di un singolo aspetto, tutto italiano, di un grande evento internazionale, ampiamente documentato online (“Auschwitz 2012”, anche senza le virgolette), oltre al video in apertura e a questo che segue (di cui mi lascia perplesso il commento musicale a rischio di patetico, pur essendo ovviamente il lavoro di persone sincere e coinvolte):

I miei ringraziamenti (non di rito) vanno prima di tutto alla Fondazione Fossoli, e in particolare a Marzia Luppi e a Silvia Mantovani, a cui devo l’invito e prima ancora l’idea – che a me non sarebbe mai venuta – che avrei potuto intervenire in maniera interessante per i Ragazzi del  Treno (è giusto scriverlo così, con le maiuscole).

Di certo non mi sarei aspettato un incontro come quello di mercoledì 25 gennaio, nell’ambiente per me inedito di un vagone ristorante affollato di studenti e docenti della provincia di Modena, con un impianto di amplificazione che funzionava solo reggendo contemporaneamente due diversi microfoni con torsioni di anulari e pollici opponibili che neanche Segovia: si è parlato di parole (lo strumento del mestiere di ogni traduttore) e soprattutto di “parole che offendono”, per cercare di capire cosa sono esattamente, come nascono e se proprio sono le uniche possibili nelle discussioni – anche accese – che inevitabilmente nascono dalle differenze (di qualsiasi tipo).

Il pregiudizio svolge un ruolo fondamentale nella produzione di atteggiamenti discriminatori e a sua volta è alimentato e produce – in un circolo vizioso pericolosissimo e difficile da spezzare – “parole che offendono” che non andrebbero usate per pura imitazione e delle quali occorre essere almeno consapevoli.
Cosa c’entra questo col fumetto, la mia occupazione principale? Potete farvene un’idea leggendo – per esempio – un libro di Will Eisner, uno qualunque (magari cominciando da qui, proseguendo qui e approfondendo qui). Poi ne parliamo.
Non ho visto i presenti cadere da letti agganciati al soffitto, nella miglior tradizione del dibattito fantozziano, né portarsi in massa verso gli scompartimenti attigui (come avrebbero potuto), quindi spero che il tutto abbia avuto un suo perché.

Sono stato molto fortunato con i compagni di viaggio e di scompartimento, tutti più esperti di me, per non parlare della simpatia personale, e qui mi fermo perché a una certà età bisogna tenere d’occhio la glicemia: Luca Brini, inarrestabile operatore di TRC ModenaAndrea Piazzola, guida al Campo di Fossoli (chiedete di lui se vi capita di visitare il campo, come vi consiglio); lo storico e critico cinematografico Carlo Saletti, spietatamente esperto in all things Auschwitz, autore di vari titoli sull’argomento (questa guida può interessare ed essere utilissima a tutti, prima di passare a testi d’approfondimento), attivissimo divulgatore ed evidente bon viveur.

Per apprezzare Paolo Nori non avevo bisogno di fare questo viaggio ma la sua serata presso il Cinema Teatro Kijow di Cracovia è stata stupefacente: Paolo ha letto un suo testo in una stesura ancora inedita (la lettera di un uomo anziano che rievoca fatti importanti della sua vita), con effetti drammaturgici spiazzanti.
Non sono certo che si possa dire che Paolo “recita” quando legge un testo il cui protagonista non ha nulla a che vedere con l’autore, che per propria ammissione in questo caso non vuole essere confuso con l’io narrante di tanti altri suoi lavori. Di certo, la ben nota capacità di Paolo di rendere – e declamare – la lingua parlata in un particolarissimo flusso di coscienza, è certamente quella di un bravo attore, in grado di raggiungere una tensione emotiva fortissima. Specialmente nel finale, che ha strappato una lunga standing ovation a una platea giovanissima, per altri versi turbata da un testo che si potrebbe pensare molto lontano dalla sensibilità degli adolescenti.

L’avventura del Treno è stata seguita e documentata da Claudia Benatti della Gazzetta di Modena. che per tutto il viaggio ha incessantemente seguito, scritto e pubblicato la cronaca dei momenti più importanti. Al rientro mi sono letto tutto e ho ritrovato esattamente quello che avevo visto, e anche molto di più (contrariamente a me, che in viaggio spesso divento pigro, Claudia era evidentemente ovunque…), nonostante la mia insofferenza per la lettura a monitor. Non saprei fare miglior recensione al lavoro di Claudia, che – lo dico da lettore di giornali, con una passioncella strana e un po’ perversa per le cronache locali di città diverse dalla mia, delle quali evidentemente mi manca il contesto della maggior parte delle notizie – è andato al di là delle esigenze immediate e dell’ovvio interesse di una testata locale per un evento di portata internazionale così intimamente legato al territorio.
E ci possono stare anche i momenti di stanca, via.

PASTA FAZOOLA (“Gettate tutti gli stereotipi e uscite con le mani alzate!”)

sabato, 2 aprile 2011 - 20:00

Quello tra parentesi è un plagio dal sublime Tuono Pettinato, a cui mi rivolgo sempre per ispirazione quando resto muto per l’imbarazzo.
Come in questo caso: un bell’articolo (non firmato; peccato) sul cruciale argomento “stereotipi e fumetti”. Incidentalmente, è con questo in mente che Will Eisner ha scritto e disegnato il suo Fagin l’ebreo: un progetto didattico di adattamento a fumetti dell’Oliver Twist di Charles Dickens diventato lungo la strada una dolente e sofisticata riflessione meta-letteraria sulla persistenza del pregiudizio e sulla responsabilità culturale degli scrittori e degli artisti nella sua propagazione (a partire da Eisner stesso, che non si risparmia una parziale autocritica per certi suoi disinvolti usi giovanili di stereotipi razziali). Questo è l’articolo migliore che conosca sull’argomento, mentre qua trovate qualche altra mia considerazione, molto meno concisa.
In questo caso – la rappresentazione  del nemico italiano in un fumetto di propaganda americano del 1941 – le considerazioni sarebbero tantissime, a partire dalla chiara consapevolezza – che mi ha stupito parecchio – che gli autori hanno della distinzione tra italiani del Nord e del Sud, o perlomeno della percezione che di questa distinzione hanno gli italiani stessi (o almeno gli italiani come li percepiscono gli americani del periodo; e così via: meglio fermarci qua e rimandare gli approfondimenti del caso ai testi opportuni).
Ma per chi traduce dall’American English e, inevitabilmente, invidia la stupefacente capacità di questa lingua di trascrivere cadenze, pronunce e fonemi, non importa quanto strampalati, è imperdibile il dialogo tra questi italiani esagitatissimi e quanto mai improbabili.
Ho scritto “improbabili”?


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