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Paper Resistance: macchinazioni

lunedì, 23 marzo 2009 - 07:00

masoL’altro post
[R]esistenza Cartacea

Ci sono parole, come “macchinoso” per dire “complicato” o “macchinazione” come sinonimo di “complotto”, che ci ricordano come le macchine non si sono inserite sempre felicemente nella nostra civiltà (vedi immagine a fianco).
Il termine “macchina” è stato anche associato al potere cristallizzato delle istituzioni, al corpo artificiale che inghiotte l’individuo trasformandone l’esistenza in un insieme di funzioni. C’è poi il tema del dispositivo che diventa strumento di repressione e dell’artificiale che minaccia l’organico.
Nei disegni che Paper Resistance ha realizzato per riviste, libri e mostre negli ultimi anni compaiono spesso macchine e dispositivi con riferimento a questa costellazione di significati.
È il caso di “Handcuffs“, 25 disegni raccolti in volume nel 2008, che raffigurano altrettanti modelli di manette provenienti da paesi ed epoche diverse. Le immagini sono ralizzate e catalogate con un distacco emotivo che sembra la parodia dello spirito con cui ingegni di diverse epoche si sono posti di fronte al problema tecnico di bloccare i polsi delle persone.

caneAnche in “Security First“, la mostra allestita l’estate scorsa al Ram Hotel, Paper Resistance ha “illustrato” (termine ironicamente didascalico usato dall’autore) il rapporto carnefice-vittima con la partecipazione di manganelli, sedie elettriche, cinghie e apparecchi per il rilevamento delle impronte.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’aspetto poliziesco della dialettica tra uomo e macchina. Il dispositivo, la protesi o il supplemento, come si preferisce chiamarlo, non ha solo una valenza repressiva. È anche ciò che di esterno si aggiunge al nostro corpo per renderci parte del grande organismo sociale o permetterci di superare i limiti imposti dalla natura.

E su questo piano Paper Resistance non manca di offrirci stimoli visivi: uno scolaro con zainetto “incorporato” sulla schiena e vigilante meccanico a seguito; due sub metropolitani ricoperti da una seconda pelle in neoprene; un Pistorius “cavallo da corsa” con protesi ortopediche che apre la strada a forme stranianti di realismo.

Nel mondo delle macchine ogni cosa è solo ciò che è, con l’immediata evidenza della superficie. Pensiamo per esempio al “puro dato” che sta dietro alla tecnologia digitale. Allo stesso modo nelle immagini di Paper Resistance, ironia, spunti grotteschi e in certi casi perfino poesia nascono da accostamenti bizzarri e increspature di superficie. Niente complesse simbologie da scardinare, solo un linguaggio limpido che arriva agli occhi e alla mente con un unico artificio: l’attrito del pennello – la “resistenza” – sul piano orizzontale della carta.

(Francesca Faruolo)

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INTERVISTA A PAPER RESISTANCE
Bologna, ottobre 2008

“Handcuffs”, uno dei tuoi lavori connessi al tema del controllo, è composto da una serie di illustrazioni che raffigurano manette di diverse epoche storiche. Dove ti sei documentato per trovare tutta questa varietà di modelli? E come hai deciso la confezione da dare alle immagini?handcuff
La mia fonte è stata la Rete, dove notoriamente si trova di tutto. La ricerca da questo punto di vista è stata semplice: ho disegnato 25 manette ma avrei potuto anche andare avanti perché ce ne sono davvero moltissime. In Rete ci sono ambienti frequentati dai cultori di manette e comunità dove si venerano gli escapisti e l’idea che ci sta dietro: essere legati e riuscire a liberarsi.
Quando ho esposto “Handcuffs” nell’ultima mostra “Security First”, ho cercato di fare qualcosa di nuovo ampliando il concept del controllo per esplorare proprio la dinamica tra vigilante e vigilato, oppresso e oppressore, guardia e ladro.
Quanto al formato, non volevo che “Handcuffs” fosse un libro, ma neanche un insieme di cartoline sciolte. Siccome è un po’ un campionario di manette, ho preso spunto dai campionari dei colori Pantone.

I temi di “Security First” erano la vigilanza urbana, le misure di sicurezza e varie situazioni poliziesche. Nonostante questo immediato riferimento all’attualità, le immagini prendono spesso una piega surreale o per lo meno straniante. C’è un distacco dell’osservatore dalla cosa osservata che ti tiene alla larga da un atteggiamento “militante” in senso stretto. Suppongo che tu ne sia consapevole: hai studiato e ragionato questo approccio o ti viene spontaneo?securityfirst3
Cerco di non cadere nei clichè in quello che faccio. Non solo quando disegno. Non è sempre semplice. Ma per me rappresenta un punto di partenza a priori, di default diciamo. Nel momento in cui produco delle immagini, credo che a rendere efficace un mio disegno sia riuscire a ottenere un risultato “straniante”. Anche se spesso e volentieri quello che faccio prende spunto dal reale, a me non interessa riportare la cronaca della realtà, raccontare l’ultimo o il penultimo evento di cui parliamo un po’ tutti. Per me ha senso (provare a) rappresentare la sostanza degli eventi, dei personaggi e della storia che ci viviamo tutti i giorni. Prendere determinati elementi e assemblarli. In maniera inaspettata magari, ma che comunque abbia un senso, che però non è quello comunemente inteso nelle cose. Ragionare sulle cause e valutarne gli effetti. Il tutto, direi, avviene in modo piuttosto automatico. Diretto, più che spontaneo.

jacksonNel 2008 hai curato la parte visiva di un’edizione di Col sangue agli occhi di George Jackson pubblicata da Agenzia X. Anche qui hai avuto pane per i tuoi denti: poliziotti, manganelli, manette e sbarre d’acciaio…
Col sangue agli occhi (“Blood in my eyes”) raccoglie le lettere di George Jackson dal carcere ed è stato un libro chiave per la controcultura statunitense, e anche europea. Era un classico nelle letture degli attivisti negli anni Settanta. Agenzia X ha deciso di ripubblicarlo inserendo una biografia illustrata di George Jackson e siccome ci conoscevamo perché avevo già lavorato insieme, hanno pensato di chiederlo a me.
È stata una bella collaborazione, anche perché poi il lavoro che ne è venuto fuori ha soddisfatto tutti.
Tra quanto fatto per “Security First”, “Handcuffs” e Col sangue agli occhi credo di aver sviscerato abbastanza queste tematiche negli ultimi tempi. Vediamo se in futuro sarò in grado di fare anche dell’altro…

A proposito di dispositivi: come funziona il tuo meccanismo creativo?
Devo sempre fare i conti col tempo. In genere penso molto prima di disegnare. Poi, quando è il momento di prendere in mano la matita, so già che cosa deve venire fuori. Non eseguo mai dei bozzetti, faccio tutte le prove in testa. Siccome spesso ho i minuti contati devo essere il più focalizzato possibile per conciliare diverse attività. Certo, se avessi più tempo sarei più contento e farei anche qualche prova in più, o sperimenterei qualcos’altro, ma adesso è così che va, ne prendo atto e mi regolo di conseguenza.

Il tuo segno così misurato e definito si presta molto bene a disegnare una realtà sotto controllo. Inoltre una certa forma di rigore e di pulizia formale è per te anche una scelta estetica.
Immagina però di trovarti all’improvviso in un mondo utopico dove non ci sono più logiche di dominio e prevaricazione: che strada prenderesti?
Sicuramente in un mondo del genere Paper Resistance non esisterebbe! Magari esisterebbe Flower Power, spero che comunque possa continuare a disegnare in quel mondo lì…

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Paper Resistance in rete
Paper Resistance website
Security First – Mostra al Ram Hotel
Inguine Mah! – rivista

Tutte le illustrazioni di Paper Resistance a corredo di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons per poterne consentire la diffusione e la condivisione da parte dei lettori a fini non commerciali e riportandone l’origine.

[R]esistenza cartacea

domenica, 15 marzo 2009 - 22:00

Settimana più settimana meno, questo blog compie un anno e un cambio di testata è l’ideale per festeggiare e verificare che siamo ancora qua.
La nuova testata è di Paper Resistance, a cui dedichiamo questo post e il prossimo, con un’intervista realizzata da Francesca
.

L’altro post
Paper Resistance: macchinazioni

Skull

Paper Resistance è un distillato di disegno.
Se non siete certi di conoscerlo ma neppure vi è nuovo, potreste esservi imbattuti nei suoi adesivi attaccati a muri e a pali della luce, in flyer per concerti o mostre. Ha anche pubblicato su carta (nomen, omen), soprattutto sulla rivista Inguine, e per il resto, e per ora, in circuiti abbastanza ristretti. Potete cercare le sue cose nelle librerie che propongono la piccola editoria indipendente (in grassetto ma non tra virgolette).

Un’immagine disegnata può significare qualcosa, al di là dei segni che la compongono, della dimensione estetica e di un’eventuale funzione decorativa, per quanto gradevole. Non è ncessariamente così, e immagino che esistano immagini che possono essere considerate “belle in sé” ma non saprei fare esempi ovvi, che sarebbero comunque di origine matematico-geometrica, o astratti (come l’arte frattale, che da diversi anni non sembra però fornire ispirazione significativa): il tipo di immagine che frequento maggiormente e che conosco meglio – quella legata al fumetto, alla grafica o all’illustrazione – per sua natura o scopo cerca di raccontare una storia, o di spiegare qualcosa.

La funzione narrativa del disegno è valorizzata al massimo dal fumetto “che non fallisce”, per dirla con Magnus. Cioè da una storia la cui regia si realizza per il tramite di disegni a essa funzionali e dall’esecuzione corretta, ma – ricorrendo ancora all’immaginifico lessico magnusiano – non “ingombranti”: per un disegnatore di fumetti disegnare “troppo bene” può essere un problema (“da che pulpito…” verrebbe da dire; ma non divaghiamo).
A sua volta, e a suo modo, l’illustratore “che non fallisce” ha la possibilità di realizzare un piccolo e diverso miracolo: raccontare con singole immagini, e senza parole.

In questi Anni Zero in via d’esaurimento non conosco autore che raggiunga questo tipo di sintesi più di Paper Resistance: una sintesi grafica in cui un segno essenziale, privo di elementi non strettamente necessari alla rappresentazione del soggetto, realizza una sintesi narrativa che racconta con forza. Un naturalismo grafico che non sembra avere ascendenti immediati e la cui feroce asetticità ha forse come unico paragone possibile il grande Massimo Bucchi (cioè un grafico, una persona il cui lavoro – tra le altre cose – è dire più cose possibile con meno segni possibile).

Un distillato di disegno.

Nel primo dizionario online di sinonimi trovato con Google, leggo: “DISTILLATO: concentrato, quintessenza, summa”.
Aggiungerei: Paper Resistance.

(Andrea Plazzi)

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INTERVISTA A PAPER RESISTANCE

Raccolta a Bologna nell’ottobre 2008

Ripercorrendo la tua attività di questi anni è inevitabile parlare di Inguine. Come si è sviluppato questo progetto e che significato ha avuto per te?
Ci sono dentro dall’inizio: dal 2001 quando è nato il collettivo, e dal 2003 con la rivista dove ho iniziato a pubblicare. Si può dire che prima di Inguine non disegnassi perché è solo dal 2001 che ho iniziato ad applicarmi molto di più nel disegno.
Inguine Mah!, la rivista, ha iniziato a uscire nel 2003: ormai sono cinque anni che esce regolarmente in libreria. Prima era un trimestrale di 48 pagine stampato da Coniglio Editore, poi per qualche numero è stato stampato da Fernandel e adesso lavoriamo con Comma 22: è cambiato nelle dimensioni, visto che è diventato un librone con cadenza annuale con oltre 200 pagine…

Fastfood

I tuoi primi lavori?
Le prime cose che ho fatto sono state le figurine. Riprendevo dei personaggi, li ridisegnavo e sotto scrivevo una sorta di piccola bio. Le usavo anche come stickers e, col senno di poi, credo che abbiano avuto una buona risonanza. I personaggi erano musicisti, produttori, ciclisti, calciatori… attrici sparite, terroriste, kamikaze, personaggi che per un motivo o per l’altro mi sembravano interessanti. Da lì sono partito con l’utilizzo di immagine e testo. Anche se in quel caso avevano più un valore iconico che narrativo.

Hai fatto studi accademici?
No, sono completamente autodidatta anche dal punto di vista della tecnica. Non riesco a disegnare nel senso comunemente inteso. Faccio una specie di campionamento disegnato di quello che mi interessa. Per cui recupero delle immagini, le assemblo, le disegno e poi riassemblo tutto al computer. Non ho mai voluto che il fatto di non essere un manico nel disegno diventasse un limite.
Comunque il computer entra solo alla fine del processo. Io uso sempre matita e pennelli per la parte manuale e il computer è solo un mezzo che cerco di usare in maniera non artificiosa, per questo per esempio non inserisco sfumature. Cerco di essere più semplice e lineare possibile.

La tua attività di disegnatore si intreccia con quella di curatore e ideatore di riviste, libri e collane. Per esempio sei curatore di 25 disegni, di cui sono già usciti quattro volumi. Uno di questi è dedicato a disegni tuoi e di Squaz: ce ne parli?
I volumi sono curati da me insieme a Modo Infoshop, una libreria di Bologna, e Donna Bavosa. Il primo volume era dedicato a Ericailcane e Blu, che allora erano alla prima pubblicazione. Nel secondo c’eravamo Squaz e io ed è stato un lavoro molto divertente perché da una parte disegnavo e dall’altro producevo un lavoro mio, o per lo meno mio al 50%.
Dei 25 disegni credo sia interessante la formula del libro diviso in due, a metà per ciascun autore.
E dove ci sono due stili completamente diversi nella realizzazione delle illustrazioni, si riesce sempre alla fine ad avere una certa omogeneità nel prodotto e nella forma. Autoproducendolo poi, riusciamo a mantenere sempre un prezzo piuttosto basso (5 euro) per un prodotto qualitativamente degno (se non altro nella fattura) e credo che di questo la gente si accorga, visto che nei nostri banchetti è sempre il best seller. Siamo addirittura arrivati a ristampare dei titoli, il che per una pubblicazione autoprodotta è un ottimo risultato.
Il quarto 25 disegni è uscito da poco e contiene i disegni di Dem e Rekal, due ragazzi che vengono dal mondo dei graffiti. Hanno dipinto molto sia in Italia che all’estero ma credo che il meglio debba ancora venire, nel senso che vedo il loro stile crescere in maniera esponenziale lavoro dopo lavoro. Entrambi hanno segni molto originali e anche per loro è la prima volta alle prese con una pubblicazione cartacea.
Per questo volume hanno seguito un filo conduttore diciamo botanico, che si collega al tema degli alberi e della vegetazione.

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Se dovessi chiedere a qualcuno di scrivere una storia da disegnare a fumetti, che storia sarebbe? Come potrebbe essere una storia a fumetti di Paper Resistance, che ancora non ne ha fatte?
Ho cominciato a disegnare perché leggevo i fumetti ma non ne faccio, non per ora almeno.
Però se mi capitasse l’occasione, cercherei di raccontare una storia che parla del quotidiano, magari sviluppata in modo un po’ onirico e visionario. Partirei dal reale, dall’attuale o dal passato recentissimo per vederlo sotto un altro punto di vista.
Sul piano narrativo mi piace molto Baronciani. Credo che sia uno dei pochi nomi realmente nuovi del fumetto italiano emersi negli ultimi dieci anni. Tanto per cominciare, ha uno stile grafico notevole, molto personale e riconoscibile. Poi mi piace come tratta il testo: ha un modo di scrivere molto minimale che non coincide con il romanzo a fumetti. La sua è più una forma di poesia a fumetti. Tutti questi elementi messi insieme, danno un valore aggiunto nel suo lavoro, un valore che che potremmo chiamare “originalità”.
Con Alessandro abbiamo già avuto modo di lavorare insieme. Un po’ di anni fa avevamo curato, noi due e Ratigher, IPUNK, una raccolta a fumetti sull’hardcore/punk italiano. Poi c’è stato anche il suo 25 disegni. Quello che succederà domani, questo non lo so, ma se non c’è due senza tre, magari ci ritroveremo con le mani in pasta su qualcos’altro…

(Francesca Faruolo)

La rabbia

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Inguine Mah! – rivista

Tutte le illustrazioni di Paper Resistance a corredo di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons per poterne consentire la diffusione e la condivisione da parte dei lettori a fini non commerciali e riportandone l’origine.


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