Posts Tagged ‘Paolo Bacilieri’

Andrea Borgioli 2/2

martedì, 17 gennaio 2012 - 22:30

Il primo post
Andrea Borgioli 1/2

Prosegue la chiacchierata con l’insospettabile Andrea Borgioli, disegnatore che dopo avere promesso già da un po’ sta mantenendo, facendo passi avanti quasi a ogni pagina.
E per tutte quelle foto con la faccia sfocata, che ci volete fare? Son ragazzi.
Fate finta di niente, gli passerà.

• • •

Hai scelto un mestiere in cui il rapporto tra la qualità e la quantità della produzione è cosa delicata, che mette in gioco l’etica del lavoro, le motivazioni di un disegnatore e gli equilibri personali, se non esistenziali: disegnare fumetti seriali è cosa lunga, faticosa e solitaria.
Ti sei mai interrogato sul come e sul perché cerchi di disegnare fumetti in un certo modo? In altre parole, visto che siamo in zona weltanschauung: hai una tua filosofia artistica, professionale, di vita? Le distingui?
Innanzi tutto mi onora far parte di una tradizione che ha visto avvicendarsi una lista infinita di grandissimi talenti che hanno fatto la storia del fumetto italiano, poi perché il fumetto Bonelli è una palestra tanto faticosa quanto fortificante.
Una volta ho sentito una bellissima dichiarazione d’amore di Bacilieri che paragonava il fumetto Bonelli alla trincea dell’editoria in generale. È una metafora molto azzeccata. Quella carta, il formato,la stampa, la serialità, la produzione serrata che deve incidere il meno possibile sulla qualità… tutte componenti che portano il disegnatore a sacrificarsi e, un giorno, a diventare completo, se lavora onestamente (soprattutto verso se stesso). È come essere in fanteria, c’è poco da scherzare.
Per ultimo ma non meno importante: Bonelli si era assunto il dovere morale di pagare i propri collaboratori tanto da permettere loro di vivere, e non è cosa da poco di questi tempi.

Un argomento inesauribile: Palumbo.
Si potrebbero riempire le pagine… finendo sempre per lasciarsi andare a una sonora sviolinata. Nella mia lunga lista dei debiti di riconoscenza a lui spetta l’onere del primo posto. Prima attraverso il suo lavoro (in quinta elementare è divenuto uno dei miei cinque imprescindibili), poi di persona, sorbendosi la mia cartellina negli infiniti pellegrinaggi alle fiere (sempre sorridente, mai una smorfia in anni e anni di stalking). Infine come artefice del mio battesimo del fuoco.
Devo a lui l’opportunità della mia prima storiella pubblicata. Detto questo, mi gongolo nell’essergli contemporaneo e ogni volta che guardo un suo lavoro inedito provo ancora quella strana sensazione che sta a metà tra la vertigine e l’euforia e che mi fa venir voglia di disegnare.

Sei un fan dichiarato di Kazimir Malevič, la cui influenza geometrizzante ha fatto capolino in una prima versione della testata del blog. Un tacconiano astrattista…?!
Sono innamorato da sempre del Suprematismo, ma più per ragioni concettuali che puramente estetiche. Malevic mi affascina perché riuscì a spezzare il legame che sino ad allora esisteva tra la pittura e la realtà, trasportando la prima in un campo perfettamente autonomo. Attraverso la scomposizione in minimi termini a cui ha sottoposto la storia della rappresentazione occidentale è approdato a un nuovo mondo di forme pure fluttuanti. È riuscito ad affacciarsi sul pensiero, oltrepassando la barriera della superficie pittorica.
Allo stesso modo (anche se le due discipline in questo caso non potrebbero essere più lontane) mi piace quando nell’evoluzione stilistica di un disegnatore intravedo la stessa ispirazione alla semplificazione. Non il tirar via in cui incappano tanti autori ormai stanchi per i troppi anni di sovrapproduzione, ma la sana disciplina del togliere. Quella, per fare un esempio, per cui Alex Toth è il più grande disegnatore di tutti i tempi.

Pratt è forse il più suprematista di tutti. La sua evoluzione andava verso la semplificazione delle forme e, parallelamente, delle ombre che le tagliavano. Dopo la sua fase finale, quella in cui il disegno si stava trasformando in una sorta di scrittura, probabilmente avrebbe fatto un bellissimo libro di vignette nere su fondo bianco, arrivando in seguito alle vignette bianche su fondo bianco…

Un altro suprematista puro è Dall’Agnol: il suo ritorno a Dylan Dog nel post-Julia si sta sviluppando in una vorticosa evoluzione di sintesi che a ogni uscita mi lascia sbigottito. Dall’Agnol è uno dei più grandi disegnatori italiani viventi di cui nessuno parla mai.

In un mondo perfetto sei abbastanza veloce da realizzare quante tavole vuoi nel tempo che vuoi, senza ricadute sulla qualità. Puoi quindi permetterti – artisticamente, professionalmente, economicamente – di selezionare e scegliere lavori, incarichi, progetti (non sei un clone di Palumbo: è un esperimento mentale).
Terminata la storia che hai in corso – perché gli impegni vanno rispettati – che cosa faresti, senza doverti preoccupare delle vendite?
Un adattamento di Carmilla di Le Fanu.

Per le illustrazioni: © Andrea Borgioli

Andrea Borgioli 1/2

martedì, 10 gennaio 2012 - 22:30

Per due anni ci siamo fregiati della stupenda testata di Paolo Bacilieri, graditissima a tutti i frequentatori del blog (la potete ammirare in archivio, insieme a tutte le altre che l’hanno preceduta). Da oggi ci farà compagnia il bel disegno di Andrea Borgioli, che per Paolo nutre grande stima e che  qualche anno fa è stato suo collega sulle pagine di Jan Dix.
Toscano fino all’ultimo telomero, Andrea abita da tempo a Bologna, dove gli piombavo in casa già più di dieci anni fa senza neppure saperlo. Il suo appartamento/studio è uno dei posti più ospitali che io conosca in questa città discutibile: datemi un pretesto, uno qualunque, e io lo vado a trovare e mi fermo a cena (va detto che ogni tanto porto anche qualcosa; che piace a me, okay, ma Andrea sembra gradire; certo, è un ragazzo proprio educato che non direbbe mai di no, quindi il dubbio resta).

Andrea è da tempo un bravo disegnatore, brillante e curioso, come non può non essere un fumettista del XXI secolo. Ha sempre in corso la lettura di un libro interessante e con lui non si smetterebbe mai di parlare di argomenti stimolanti, partendo dai fumetti e arrivando dove pare a noi: dalla caccia al bosone di Higgs al degrado etico in Italia, passando per i fondamenti bio-fisiologici della coscienza (ma non ditelo a Hofstadter).
Cosine così.
L’ideale, arrivati al caffè.
In due parti.

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INTERVISTA CON ANDREA BORGIOLI
Raccolta a Bologna nel dicembre 2011

Alza gli occhi dal tavolo di lavoro e guarda la tua libreria per 20 secondi: quali libri hai visto?
Ahimè, sono miope e vedo una distesa di costole irregolari dai colori variegati. Dietro alla maggior parte di quelle costole c’è qualcuno che ho saccheggiato: sono per il mercato libero delle belle intuizioni. Il fumetto non è un organismo inerte, tutto può essere rubato, adattato e trasformato. Uno stile nasce dalla miscela in divenire tra le influenze (variazioni sui temi altrui) e l’errore personale rispetto a una regola. Fare un elenco dei saccheggiati mi imbarazza (per un timore reverenziale autentico): il confronto non regge e suonerebbe pretenzioso. Meglio non scomodarli.

Sei nato nel 1980, disegni a tempo pieno da almeno 10 anni e professionalmente da poco meno. Se ragionassimo per luoghi comuni, dovresti essere cresciuto a pane, manga e supereroi, dall’Image in avanti, mentre l’influenza più evidente – da te dichiarata espressamente – è Ferdinando Tacconi.
Non sarà che il Tacconi degli anni Settanta è condannato a restare moderno anche se evidentemente in Gli Aristocratici i modelli delle auto sono quelli del periodo?
Tacconi è un mostro sacro per ragioni che esulano dal modello delle auto che disegnava o da certi suoi manierismi stilistici tipici del decennio che citi (come spezzava le linee in generale o come risolveva il panneggio di una camicia su un braccio piegato, in particolare).
Tra gli alti e bassi di una produzione vertiginosa che seguiva le logiche e le esigenze del fumetto popolare, la sua grande lezione è stata trovare la chiave di volta che tiene insieme lo spessore della linea, il bianco e le campiture nere. Risultato: estrema leggibilità e sguardo che si riposa sull’insieme della tavola. Che sia ben chiaro: a tutto questo si arriva col lavoro instancabile di una vita; è una sorta di epifania da tavolo inclinato che non piove in testa dall’oggi al domani.
Tacconi purtroppo è mancato una manciata di mesi prima che io iniziassi la mia collaborazione con Bonelli e anche dopo la sua morte non ha ricevuto la gloria che meritava, insieme a tanti altri pionieri della sua generazione.

Copyright © Sergio Bonelli Editore

Sei un po’ retro oppure – pensandoci meglio – che le influenze siano strettamente generazionali è una sciocchezza?
Non mi sento affatto anacronistico: ho subito influenze da disegnatori pescati dalle epoche più disparate ma il punto è che la storia del fumetto dovrebbe essere conosciuta da chi decide di fare questo mestiere.
Il fatto che in prima elementare copiassi Ferri, Bignotti e Donatelli fa parte delle casualità della vita. Da una certa età in poi è solo curiosità e passione. Come dicevo prima, ogni stile è la conseguenza di un altro e andando a ritroso si capisce come mai si finisca sempre ad avere a che fare con quella manciata di disegnatori americani che tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento (arrotondo un po’ per comodità) hanno inventato tutto.

Quindi tu pensi che nel fumetto il disegno sia importante?
Come la carne nel ragù (o la cipolla nel friggione se preferisci), non vedo come sia possibile il contrario. Certo, una storia debole e ben disegnata non la leggo, guardo le figure, ma si perde il senso della questione. Al contrario, una storia molto bella, ma disegnata da cani la leggo comunque anche se non riuscirà a farmi apprezzare i disegni. Negli ultimi anni si tende a considerare il disegno una componente secondaria e ininfluente. Questo porterà ad avere una generazione di disegnatori zoppi e irrecuperabili. Non sono un purista del bel disegno, lungi da me. Semplicemente, per riuscire a disegnar male bisogna necessariamente prima imparare a disegnare bene (e non intendo certo diventare tecnicamente stucchevoli e iperrealistici, ma capire bene quella che Pazienza chiamava “la matematica del segno”).
L’apprendistato è noioso, mi rendo conto (e tra l’altro non finisce mai) ma è indispensabile e ritrovarsi a saper risolvere con originalità stilistica un cavallo senza aver mai studiato e compreso il funzionamento della sua anatomia è un’illusione (ho detto “cavallo” ma il discorso vale anche per l’ananas, i radiatori e via dicendo).
Barare non è un crimine, ma prima o poi lo scontrino si deve pagare, che ci piaccia o meno.

Andrea Borgioli in rete
Il blog personale

Salvo diversa indicazione, per le illustrazioni: Copyright © Andrea Borgioli

Continua

Annunciazione

domenica, 7 febbraio 2010 - 00:01

Non, ahimè, del vincitore del concorsino, che si è rivelato davvero coriaceo anche per i migliori ingegni del comicdom nazionale, che non sono mancati e che ringrazio.
Ci è andato però davvero molto vicino Giorgio Trinchero: potete leggere qui la sua lista. E complimenti a Giorgio.
Riassumiamo in breve quello che trovate in dettaglio nei post precedenti e nei relativi commenti: nella testata omaggiata a questo blog dal bravissimo Paolo Bacilieri, l’Autore  si è gioiosamente rappresentato con alcuni altri fumettisti della sua generazione.

Si tratta di 11 (undici) autori variamente noti, da vere e proprie piccole star del nostro fumetto a nomi di culto, quasi tutti nati negli anni Sessanta e all’incirca dell’età di Paolo (classe 1965).

E, finalmente, eccoli qua questi nomi:

1. Leo Ortolani
2. Silvia Ziche
3. Gipi
4. Davide Toffolo
5. Piero Dall’Agnol
6. Giuseppe Palumbo
7. Vanna Vinci
8. Giovanni Mattioli
9. Luca Enoch
10. Roberto Baldazzini
11. Davide Fabbri

Vi lascio ai “Ma nooooo…!!!”, ai “Ma daaaaiiii…!!!” e ai “Ma non ci assomiglia per niente…!!!” del caso e grazie di nuovo a tutti quelli che hanno partecipato a questo piccolo gioco.

Suggerimento per il concorso

martedì, 2 febbraio 2010 - 22:30

Al momento, i vari partecipanti hanno indovinato complessivamente 9 (nove) autori, uno dei quali “fuori posto”: è stato cioè indicato con un numero che non è il suo.
Un altro, invece, è stato indicato una volta correttamente e una volta fuori posto.
Infine, due autori non sono stati mai nominati, neppure fuori posto.
Trovate tutti i dettagli e le votazioni fin qui arrivate nei commenti agli ultimi tre post: qui, qui e qui.

Ultimi giorni

lunedì, 1 febbraio 2010 - 22:30

Quelli che restano per il concorsino legato alla nostra bellissima testata, l’illustrazione by courtesy of Paolo Bacilieri che accoglie i frequentatori di questo blog.
Si tratta di 11 (undici) autori di fumetti (oltre a Paolo, inconfondibile con i suoi occhiali e mai così gradevolmente verdolino) tutt’altro che semplici da identificare.
Trovate tutti i dettagli negli ultimi due post, questo e questo, e nei relativi commenti, dove alcuni volonterosi sono riusciti ad arrivare a otto autori, anche se non tutti nell’ordine giusto.
I loro tentativi vi siano d’aiuto e suggerimento…!
Ultimi giorni, dicevamo: il concorso scade alla mezzanotte di sabato prossimo, 6 febbraio, quando verrà pubblicata la soluzione (salvo bizzarrie dell’orologio di un qualche server, sincronizzato a modo suo… a volte capita).

Countdown

domenica, 24 gennaio 2010 - 22:00

Sapevo di essere stato un po’ cattivo col nostro concorsetto (quello del post precedente, più un paio di scrollate in basso) e non cercherò nemmeno di bluffare: anch’io alcuni degli autori ho dovuto chiederli a Paolo…

In uno dei commenti, per uno o due degli autori consiglio di lasciarsi guidare dal “carattere” dei ritrattini più che dall’eventuale somiglianza, se non ne siete certi o se vi sembra di coglierla ma non è evidente. Ma è un’indicazione molto scarna.
Come ho già fatto, se qualche altro coraggioso che ci proverà non dovesse indovinare al primo colpo, dirò quante risposte esatte ha dato e a poco a poco, se ci saranno abbastanza tentativi e siete di quelli che si divorano la settimana enigmistica o passatempi altrettanto impegnativi, potrete cominciare a incrociare i dati.

Tra poco, con qualche giorno di anticipo, comunicherò la scadenza del concorso.

Paolo Bacilieri

mercoledì, 13 gennaio 2010 - 22:35

Foto Mauro Romanzi

Spendiamo subito i grazie del caso, che è il caso.
Il primo va a Paolo, perché il suo nome basta e avanza per fare bella figura senza stare a pensare uno dei soliti titoli sciocchini.
Il secondo va  sempre a Paolo per il tempo e le belle immagini.
Il terzo, per la pazienza, va a lui e a Francesca, che hanno aspettato per più di un anno la pubblicazione di queste loro deliziose chiacchiere tra expatriates veronesi, a cui ho fatto da spettatore un po’ alticcio durante una di quelle serate così garbate e rilassanti e divertenti che ti chiedi dov’è il trucco e perché non sono tutte così (poi in effetti il trucco c’era).

Ora dovrei scrivere qualcosa di interessante su Paolo Bacilieri ma, davvero, non sono all’altezza e dopo quattro false partenze ci ho rinunciato e quella meno peggio la trovate qui, insieme a un po’ di informazioni sui suoi lavori.
In breve, Paolo Bacilieri è un bravo, ottimo e secondo me – da tempo – grande autore di fumetti. Niente di originale, lo pensano in tanti.

Da anni Paolo è un piccolo oggetto di culto per un pubblico selezionato e competente (si dice così per evitare il solito “pochi ma buoni”, che sa tanto di scatola di biscottini della zia buonanima), che in lui apprezza uno dei rari, veri e moderni punti d’incontro tra innovazione e tradizione, vocazione popolare e ricercatezza, consapevolezza artistica e immediatezza espressiva.
Della sua generazione (v. sotto), lui, Palumbo e chi altri…? E se andiamo un po’ indietro ad altre generazioni i pochi nomi papabili si fanno imbarazzanti e forse dovrò farmi perdonare da Paolo, che leggendo si porterà la mano alla fronte pensando “Ossignùr, me lo scusino…” (qualcuno di quei nomi ho avuto il coraggio di scriverlo, sempre qui).
Per l’aspetto più evidente ma mai scontato del lavoro di Paolo, il suo disegno, lascio fare alle immagini di corredo all’intervista (per non parlare del suo blog personale, zeppo di pagine a fumetti e disegni stupendi).

Naturalmente è di Paolo la testata di cui questo blog si fregia orgogliosamente a partire dalla data odierna, con qualche accorta e discreta elaborazione  (tip of the hat a Marco Tamagnini, graphic designer extraordinaire).
Ecco qua la versione originale uncut:

I simpatici personaggi della generazione di Paolo sono una rappresentanza di gran rango del miglior fumetto italiano, autori ancora giovani ma sulla breccia già da molti anni, in alcuni casi più di 20.
Li riconoscete? Bravi, perché alcuni non sono per niente facili, roba da intenditori. E – non per portarvi male – ma siete proprio sicuri?
Sì? Okay, in questo caso provate a partecipare al

CONCORSO!


Facendo riferimento ai numerelli appositamente predisposti, inviateci gli 11 nomi che secondo voi corrispondono agli autori qua sopra bacilierati e vincerete un premio senza precedenti e – ve lo garantisco – senza un seguito: sarete intervistati da questo blog.

INCONTRO CON PAOLO BACILIERI
A cura di Francesca Faruolo.
Intervista raccolta a Bologna il 12 dicembre 2008

Non pago di essere “solo” un autore con uno stile personale, ti confronti spesso con situazioni in cui la libertà creativa è vincolata da limiti e costrizioni, come i canoni di genere o la serialità della produzione. Lo consideri un modo di fare sperimentazione?
Una delle cose di cui mi sono accorto è che si impara a fare fumetti solo facendoli e sbagliandoli. Adesso riesco a fare cose che dieci anni fa non mi riuscivano proprio perché ho una concezione più consapevole dei miei limiti. La sperimentazione è utile per sbagliare. Una volta che si è messi alle strette, sperimentare permette di trovare nuove soluzioni.

In una tua storia di Jan Dix, uno dei personaggi è Zeno Porno, o Paolo Bacilieri, se preferisci. È un link, un rimando agli altri tuoi lavori, o una scelta di comodo (facevi prima a disegnarlo)?
È sicuramente la seconda cosa: è un personaggio già pronto, che non devo studiare. E poi stava bene, era adatto alla situazione. Insomma, l’ho usato per biechi fini narrativi: un personaggio è come un vestito comodo, che non riesci mai a lasciare.

Per un disegnatore l’abilità di creare immagini complesse è importante quanto la capacità di trovare scorciatoie che permettono di dosare le energie e tempi. Se condividi questa affermazione, quali economie metti in atto quando disegni?
Per me questo discorso è vero specialmente quando lavoro per Bonelli e mi confronto con i tempi di produzione. Il fatto di avere una scadenza entro cui stare è una cosa bella e importante. Non potrò mai fare quello che faceva Tezuka, produrre migliaia di tavole con la stessa felicità, ma mi interessa comunque il fatto di disegnare tenendo conto di certe necessità. Quindi, per esempio, fare il tirchio su alcune vignette per poter poi scialacquare su altre. È come chiedere al lettore di accettarti nelle diverse fasi: quella in cui risolvi la vignetta con una silhouette e quella in cui disegni molti particolari e fare convivere queste due soluzioni.

Una domanda buffa: cosa pensano i tuoi figli delle cose che fai?
La domanda è interessante perché davvero i miei due figli [di 12 e 16 anni al momento dell’intervista – N.d.R.] sono sempre la mia prima sponda. In genere sono anche i miei più severi critici perché i loro gusti nel tempo sono diventati sempre più specifici e, decisamente, i miei fumetti non rientrano tra le loro preferenze. A loro piace Rat-Man e io ho imparato ad apprezzarlo grazie a loro.

Forse sono ancora troppo giovani per le tue cose.
Questo è veramente difficile da dire perché, per esempio, si sono letti i 14 volumi del Buddha di Tezuka. Però bisogna anche precisare che questo è un capolavoro con una dinamicità e una potenza espressiva tali da sfondare qualunque barriera.

C’è un libro molto bello di Silvina Pratt, prezioso per la descrizione che fa di se stessa, ragazzina cresciuta negli anni Sessanta/Settanta (come me), oltre che per il ritratto poco istituzionale del padre. Silvina racconta di come Hugo si incazzasse quando lei e il fratello preferivano i neri come Kriminal o Satanik a Corto Maltese. Ora, non voglio fare paragoni estremi, ma tra me e i miei figli riconosco un po’ la stessa dinamica. D’altra parte è abbastanza sano e naturale così. Un figlio in adorazione sarebbe insopportabile e invivibile.

Che fumetti disegnava Bacilieri quando aveva 14 anni?
Non erano molto diversi da quelli di adesso, qualcuno lo conservo ancora. Dal punto di vista grafico e narrativo erano molto basici ma sostanzialmente mi interessavano le stesse cose che più o meno mi interessano adesso, come amicizia, atti di eroismo, dinamicità, “morirà, non morirà”…

Fumetti, insomma.
Si, fumetti. E devo dire che guardando le tavole dei miei 14 anni, mi domando se effettivamente ho fatto davvero qualche passo avanti. Sarebbe importante mantenere quella stessa innocenza. L’accumulo di tecnica negli anni ti porta a essere sempre meno istintivo. Dei fumetti a me interessa la “stupidità”. È un valore da salvaguardare.

Hai mai incontrato Magnus di persona?
Si. Io ero all’inizio e lui era nella fase “Centodieci pillole” e “Femmine incantate”. Con il mio agente di allora, Luca Aurelio Staletti, un personaggio leggendario, sono stato a Bologna, a casa di Magnus. Ricordo come se fosse ora la sua faccia che spunta dal bagno pieno di schiuma da barba – non ce l’aveva solo sulle guance, ma dappertutto, spuntavano fuori solo nasone, baffoni e due occhi scuri,vivissimi– con espressione allegra fa: “Ehi, ciao Staletti!” Da allora, per me Magnus è quello. Poi ha guardato le mie poverissime tavole di allora dicendomi delle cose assolutamente intelligenti. Mi spiegò per esempio che disegnare delle persone di colore non vuol dire fare delle figure in negativo (io allora mettevo il nero e lasciavo i tratti del viso in bianco).
Però la cosa veramente importante dell’incontro con Magnus, più ancora delle sue parole, è stata la prova che “la possibilità c’è”, che i marziani esistono. Magnus mi ha colpito per la sua totale mancanza di autorità, era come un folletto, una persona che non proietta ombre.

Molte tue storie hanno ambientazioni venete o veronesi. Senti di avere un rapporto sentimentale con quel territorio, nel senso che provi piacere a evocarlo, o hai invece un atteggiamento più distaccato?
È come per le cose di famiglia: si tratta di una faccenda sentimentale, ma c’è anche una certa respingenza. Parafrasando Billy Wilder, “Quello che odio del Veneto è che non riesco a odiarlo.”


Paolo Bacilieri in rete
Il blog personale
Fummettografia
Servizio by COMICUS.it: intervista, recensioni e contenuti vari

Tutte le immagini a corredo dell’articolo sono di Paolo Bacilieri, Copyright © dei rispettivi detentori


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