Posts Tagged ‘Palumbo’

Andrea Borgioli 2/2

martedì, 17 gennaio 2012 - 22:30

Il primo post
Andrea Borgioli 1/2

Prosegue la chiacchierata con l’insospettabile Andrea Borgioli, disegnatore che dopo avere promesso già da un po’ sta mantenendo, facendo passi avanti quasi a ogni pagina.
E per tutte quelle foto con la faccia sfocata, che ci volete fare? Son ragazzi.
Fate finta di niente, gli passerà.

• • •

Hai scelto un mestiere in cui il rapporto tra la qualità e la quantità della produzione è cosa delicata, che mette in gioco l’etica del lavoro, le motivazioni di un disegnatore e gli equilibri personali, se non esistenziali: disegnare fumetti seriali è cosa lunga, faticosa e solitaria.
Ti sei mai interrogato sul come e sul perché cerchi di disegnare fumetti in un certo modo? In altre parole, visto che siamo in zona weltanschauung: hai una tua filosofia artistica, professionale, di vita? Le distingui?
Innanzi tutto mi onora far parte di una tradizione che ha visto avvicendarsi una lista infinita di grandissimi talenti che hanno fatto la storia del fumetto italiano, poi perché il fumetto Bonelli è una palestra tanto faticosa quanto fortificante.
Una volta ho sentito una bellissima dichiarazione d’amore di Bacilieri che paragonava il fumetto Bonelli alla trincea dell’editoria in generale. È una metafora molto azzeccata. Quella carta, il formato,la stampa, la serialità, la produzione serrata che deve incidere il meno possibile sulla qualità… tutte componenti che portano il disegnatore a sacrificarsi e, un giorno, a diventare completo, se lavora onestamente (soprattutto verso se stesso). È come essere in fanteria, c’è poco da scherzare.
Per ultimo ma non meno importante: Bonelli si era assunto il dovere morale di pagare i propri collaboratori tanto da permettere loro di vivere, e non è cosa da poco di questi tempi.

Un argomento inesauribile: Palumbo.
Si potrebbero riempire le pagine… finendo sempre per lasciarsi andare a una sonora sviolinata. Nella mia lunga lista dei debiti di riconoscenza a lui spetta l’onere del primo posto. Prima attraverso il suo lavoro (in quinta elementare è divenuto uno dei miei cinque imprescindibili), poi di persona, sorbendosi la mia cartellina negli infiniti pellegrinaggi alle fiere (sempre sorridente, mai una smorfia in anni e anni di stalking). Infine come artefice del mio battesimo del fuoco.
Devo a lui l’opportunità della mia prima storiella pubblicata. Detto questo, mi gongolo nell’essergli contemporaneo e ogni volta che guardo un suo lavoro inedito provo ancora quella strana sensazione che sta a metà tra la vertigine e l’euforia e che mi fa venir voglia di disegnare.

Sei un fan dichiarato di Kazimir Malevič, la cui influenza geometrizzante ha fatto capolino in una prima versione della testata del blog. Un tacconiano astrattista…?!
Sono innamorato da sempre del Suprematismo, ma più per ragioni concettuali che puramente estetiche. Malevic mi affascina perché riuscì a spezzare il legame che sino ad allora esisteva tra la pittura e la realtà, trasportando la prima in un campo perfettamente autonomo. Attraverso la scomposizione in minimi termini a cui ha sottoposto la storia della rappresentazione occidentale è approdato a un nuovo mondo di forme pure fluttuanti. È riuscito ad affacciarsi sul pensiero, oltrepassando la barriera della superficie pittorica.
Allo stesso modo (anche se le due discipline in questo caso non potrebbero essere più lontane) mi piace quando nell’evoluzione stilistica di un disegnatore intravedo la stessa ispirazione alla semplificazione. Non il tirar via in cui incappano tanti autori ormai stanchi per i troppi anni di sovrapproduzione, ma la sana disciplina del togliere. Quella, per fare un esempio, per cui Alex Toth è il più grande disegnatore di tutti i tempi.

Pratt è forse il più suprematista di tutti. La sua evoluzione andava verso la semplificazione delle forme e, parallelamente, delle ombre che le tagliavano. Dopo la sua fase finale, quella in cui il disegno si stava trasformando in una sorta di scrittura, probabilmente avrebbe fatto un bellissimo libro di vignette nere su fondo bianco, arrivando in seguito alle vignette bianche su fondo bianco…

Un altro suprematista puro è Dall’Agnol: il suo ritorno a Dylan Dog nel post-Julia si sta sviluppando in una vorticosa evoluzione di sintesi che a ogni uscita mi lascia sbigottito. Dall’Agnol è uno dei più grandi disegnatori italiani viventi di cui nessuno parla mai.

In un mondo perfetto sei abbastanza veloce da realizzare quante tavole vuoi nel tempo che vuoi, senza ricadute sulla qualità. Puoi quindi permetterti – artisticamente, professionalmente, economicamente – di selezionare e scegliere lavori, incarichi, progetti (non sei un clone di Palumbo: è un esperimento mentale).
Terminata la storia che hai in corso – perché gli impegni vanno rispettati – che cosa faresti, senza doverti preoccupare delle vendite?
Un adattamento di Carmilla di Le Fanu.

Per le illustrazioni: © Andrea Borgioli

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Paolo Bacilieri

mercoledì, 13 gennaio 2010 - 22:35

Foto Mauro Romanzi

Spendiamo subito i grazie del caso, che è il caso.
Il primo va a Paolo, perché il suo nome basta e avanza per fare bella figura senza stare a pensare uno dei soliti titoli sciocchini.
Il secondo va  sempre a Paolo per il tempo e le belle immagini.
Il terzo, per la pazienza, va a lui e a Francesca, che hanno aspettato per più di un anno la pubblicazione di queste loro deliziose chiacchiere tra expatriates veronesi, a cui ho fatto da spettatore un po’ alticcio durante una di quelle serate così garbate e rilassanti e divertenti che ti chiedi dov’è il trucco e perché non sono tutte così (poi in effetti il trucco c’era).

Ora dovrei scrivere qualcosa di interessante su Paolo Bacilieri ma, davvero, non sono all’altezza e dopo quattro false partenze ci ho rinunciato e quella meno peggio la trovate qui, insieme a un po’ di informazioni sui suoi lavori.
In breve, Paolo Bacilieri è un bravo, ottimo e secondo me – da tempo – grande autore di fumetti. Niente di originale, lo pensano in tanti.

Da anni Paolo è un piccolo oggetto di culto per un pubblico selezionato e competente (si dice così per evitare il solito “pochi ma buoni”, che sa tanto di scatola di biscottini della zia buonanima), che in lui apprezza uno dei rari, veri e moderni punti d’incontro tra innovazione e tradizione, vocazione popolare e ricercatezza, consapevolezza artistica e immediatezza espressiva.
Della sua generazione (v. sotto), lui, Palumbo e chi altri…? E se andiamo un po’ indietro ad altre generazioni i pochi nomi papabili si fanno imbarazzanti e forse dovrò farmi perdonare da Paolo, che leggendo si porterà la mano alla fronte pensando “Ossignùr, me lo scusino…” (qualcuno di quei nomi ho avuto il coraggio di scriverlo, sempre qui).
Per l’aspetto più evidente ma mai scontato del lavoro di Paolo, il suo disegno, lascio fare alle immagini di corredo all’intervista (per non parlare del suo blog personale, zeppo di pagine a fumetti e disegni stupendi).

Naturalmente è di Paolo la testata di cui questo blog si fregia orgogliosamente a partire dalla data odierna, con qualche accorta e discreta elaborazione  (tip of the hat a Marco Tamagnini, graphic designer extraordinaire).
Ecco qua la versione originale uncut:

I simpatici personaggi della generazione di Paolo sono una rappresentanza di gran rango del miglior fumetto italiano, autori ancora giovani ma sulla breccia già da molti anni, in alcuni casi più di 20.
Li riconoscete? Bravi, perché alcuni non sono per niente facili, roba da intenditori. E – non per portarvi male – ma siete proprio sicuri?
Sì? Okay, in questo caso provate a partecipare al

CONCORSO!


Facendo riferimento ai numerelli appositamente predisposti, inviateci gli 11 nomi che secondo voi corrispondono agli autori qua sopra bacilierati e vincerete un premio senza precedenti e – ve lo garantisco – senza un seguito: sarete intervistati da questo blog.

INCONTRO CON PAOLO BACILIERI
A cura di Francesca Faruolo.
Intervista raccolta a Bologna il 12 dicembre 2008

Non pago di essere “solo” un autore con uno stile personale, ti confronti spesso con situazioni in cui la libertà creativa è vincolata da limiti e costrizioni, come i canoni di genere o la serialità della produzione. Lo consideri un modo di fare sperimentazione?
Una delle cose di cui mi sono accorto è che si impara a fare fumetti solo facendoli e sbagliandoli. Adesso riesco a fare cose che dieci anni fa non mi riuscivano proprio perché ho una concezione più consapevole dei miei limiti. La sperimentazione è utile per sbagliare. Una volta che si è messi alle strette, sperimentare permette di trovare nuove soluzioni.

In una tua storia di Jan Dix, uno dei personaggi è Zeno Porno, o Paolo Bacilieri, se preferisci. È un link, un rimando agli altri tuoi lavori, o una scelta di comodo (facevi prima a disegnarlo)?
È sicuramente la seconda cosa: è un personaggio già pronto, che non devo studiare. E poi stava bene, era adatto alla situazione. Insomma, l’ho usato per biechi fini narrativi: un personaggio è come un vestito comodo, che non riesci mai a lasciare.

Per un disegnatore l’abilità di creare immagini complesse è importante quanto la capacità di trovare scorciatoie che permettono di dosare le energie e tempi. Se condividi questa affermazione, quali economie metti in atto quando disegni?
Per me questo discorso è vero specialmente quando lavoro per Bonelli e mi confronto con i tempi di produzione. Il fatto di avere una scadenza entro cui stare è una cosa bella e importante. Non potrò mai fare quello che faceva Tezuka, produrre migliaia di tavole con la stessa felicità, ma mi interessa comunque il fatto di disegnare tenendo conto di certe necessità. Quindi, per esempio, fare il tirchio su alcune vignette per poter poi scialacquare su altre. È come chiedere al lettore di accettarti nelle diverse fasi: quella in cui risolvi la vignetta con una silhouette e quella in cui disegni molti particolari e fare convivere queste due soluzioni.

Una domanda buffa: cosa pensano i tuoi figli delle cose che fai?
La domanda è interessante perché davvero i miei due figli [di 12 e 16 anni al momento dell’intervista – N.d.R.] sono sempre la mia prima sponda. In genere sono anche i miei più severi critici perché i loro gusti nel tempo sono diventati sempre più specifici e, decisamente, i miei fumetti non rientrano tra le loro preferenze. A loro piace Rat-Man e io ho imparato ad apprezzarlo grazie a loro.

Forse sono ancora troppo giovani per le tue cose.
Questo è veramente difficile da dire perché, per esempio, si sono letti i 14 volumi del Buddha di Tezuka. Però bisogna anche precisare che questo è un capolavoro con una dinamicità e una potenza espressiva tali da sfondare qualunque barriera.

C’è un libro molto bello di Silvina Pratt, prezioso per la descrizione che fa di se stessa, ragazzina cresciuta negli anni Sessanta/Settanta (come me), oltre che per il ritratto poco istituzionale del padre. Silvina racconta di come Hugo si incazzasse quando lei e il fratello preferivano i neri come Kriminal o Satanik a Corto Maltese. Ora, non voglio fare paragoni estremi, ma tra me e i miei figli riconosco un po’ la stessa dinamica. D’altra parte è abbastanza sano e naturale così. Un figlio in adorazione sarebbe insopportabile e invivibile.

Che fumetti disegnava Bacilieri quando aveva 14 anni?
Non erano molto diversi da quelli di adesso, qualcuno lo conservo ancora. Dal punto di vista grafico e narrativo erano molto basici ma sostanzialmente mi interessavano le stesse cose che più o meno mi interessano adesso, come amicizia, atti di eroismo, dinamicità, “morirà, non morirà”…

Fumetti, insomma.
Si, fumetti. E devo dire che guardando le tavole dei miei 14 anni, mi domando se effettivamente ho fatto davvero qualche passo avanti. Sarebbe importante mantenere quella stessa innocenza. L’accumulo di tecnica negli anni ti porta a essere sempre meno istintivo. Dei fumetti a me interessa la “stupidità”. È un valore da salvaguardare.

Hai mai incontrato Magnus di persona?
Si. Io ero all’inizio e lui era nella fase “Centodieci pillole” e “Femmine incantate”. Con il mio agente di allora, Luca Aurelio Staletti, un personaggio leggendario, sono stato a Bologna, a casa di Magnus. Ricordo come se fosse ora la sua faccia che spunta dal bagno pieno di schiuma da barba – non ce l’aveva solo sulle guance, ma dappertutto, spuntavano fuori solo nasone, baffoni e due occhi scuri,vivissimi– con espressione allegra fa: “Ehi, ciao Staletti!” Da allora, per me Magnus è quello. Poi ha guardato le mie poverissime tavole di allora dicendomi delle cose assolutamente intelligenti. Mi spiegò per esempio che disegnare delle persone di colore non vuol dire fare delle figure in negativo (io allora mettevo il nero e lasciavo i tratti del viso in bianco).
Però la cosa veramente importante dell’incontro con Magnus, più ancora delle sue parole, è stata la prova che “la possibilità c’è”, che i marziani esistono. Magnus mi ha colpito per la sua totale mancanza di autorità, era come un folletto, una persona che non proietta ombre.

Molte tue storie hanno ambientazioni venete o veronesi. Senti di avere un rapporto sentimentale con quel territorio, nel senso che provi piacere a evocarlo, o hai invece un atteggiamento più distaccato?
È come per le cose di famiglia: si tratta di una faccenda sentimentale, ma c’è anche una certa respingenza. Parafrasando Billy Wilder, “Quello che odio del Veneto è che non riesco a odiarlo.”


Paolo Bacilieri in rete
Il blog personale
Fummettografia
Servizio by COMICUS.it: intervista, recensioni e contenuti vari

Tutte le immagini a corredo dell’articolo sono di Paolo Bacilieri, Copyright © dei rispettivi detentori

Il sogno di Palumbo e De Cataldo

mercoledì, 19 novembre 2008 - 23:11

Ne avevamo anticipato uscita e alcuni dettagli: l’idea letteraria, il raffinato approccio all’immagine e diverse stupende illustrazioni.
Un sogno turco di Giancarlo De Cataldo e Giuseppe Palumbo è arrivato nelle librerie e molte promesse sono già mantenute.
Mi accingo a leggerlo e non ci tornerò sopra per una vera e propria recensione (spero piuttosto di leggerne molte) ma le premesse per un racconto avvolgente e suggestivo almeno quanto le immagini evocative e affascinanti di Palumbo ci sono tutte.
Dal punto di vista puramente illustrativo (e tecnico) Palumbo sfiora e forse raggiunge il capolavoro. Ma già a una rapida scorsa del volume è lampante che anche lo storytelling è tra i suoi più brillanti.

Procuratevelo e fatevi una vostra opinione ma non ponete tempo in mezzo: quando per fiuto, mestiere o (perché no) felice casualità la grande editoria dà spazio al talento e realizza simili exploit, bisogna mandare un segnale chiaro e premiare l’uscita.

Palumbo: il Disegno

venerdì, 12 settembre 2008 - 00:01

Gli altri post
Palumbo
Palumbo e il terzo uomo
Palumbo: Eterna Artemisia
Palumbo: Un sogno turco

I prossimi post vi parleranno del Palumbo autore e narratore, con anticipazioni sui suoi prossimi lavori.

Io ho approfittato dell’occasione per parlare con lui di Disegno: un elemento della narrazione a fumetti che non va sopravvalutato ma che non si dovrebbe mai sottovalutare, e di cui raramente si parla andando oltre considerazioni superficiali. Ci ho provato, sapendo che sarebbe stato comunque interessante farlo con un autore con la sensibilità grafica e la cultura visiva di Palumbo.

Nei dintorni del tavolo da Disegno

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta a Bologna nel giugno 2008

Fin dagli inizi su Frigidaire, più di 20 anni fa, sei sempre stato il più tecnico dei giovani leoni che cominciavano in quegli anni. Lo attribuivo alle tue letture supereroistiche: un tipo di fumetto che, pur lasciando ampi margini a esagerazioni e iperboli grafiche, richiede un grande controllo e un disegno solido.
L’impressione è che
a un certo punto tu abbia deciso che era venuto il momento di “rompere la gabbia”, cercando stili o tecniche di disegno per limitare o eliminare l’uso preliminare della matita, alla ricerca di spontaneità e velocità maggiori.
Nelle mie cose passate c’è sicuramente un aspetto più calligrafico. Per via della maggiore insicurezza, immagino: la ricerca di un’immagine più rifinita rifletteva le difficoltà tecniche. Questo mi portava a fare, disfare, cancellare, anche con fatica.

D’altra parte, anche Magnus ha sempre fatto molta fatica.
Lui addirittura di fatica ne ha fatta, progressivamente, sempre di più. Dal canto mio, avendo visto all’opera Pazienza, avevo voglia di andare nell’altra direzione. E poi c’era quello che andava “disfacendo” Pratt con Corto Maltese: un’operazione affascinante quanto depauperante. Mi rendevo conto che la storie che stavo leggendo non erano quelle a cui ero abituato: secondo me, Pratt ha esagerato ma la sua idea di rapidità della narrazione, di puro gesto, era importante e non escludeva altri approcci. Lo stesso Pazienza, quando lavorava a colori era molto più preciso che in bianco e nero.
Quando lavoravo in bianco e nero i riferimenti erano il Magnus seriale e gli argentini: un disegno solidissimo ma al servizio di un bianco e nero molto rapido (penso al Breccia di Mort Cinder).

In breve, queste tensioni contrapposte in me ci sono sempre state, fino a quando l’occasione ha fatto il Palumbo ladro: Mario Punzo della Scuola del Fumetto di Napoli mi invitò a eseguire una performance pubblica dal vivo (una cosa strana per noi fumettari, che le performance le facciamo normalmente a casa, sul tavolo da disegno). Si trattava di disegnare su un pannello di diversi metri quadrati, seguendo una semplice traccia a matita che alla fine è risultata quasi invisibile. Fu come se si rompessero le acque, una seconda nascita in cui il disegno – un soggetto di Sìsifo piuttosto complesso, tra l’altro – nacque spontaneamente, lavorando direttamente di pennello e pennarelli, quasi dimenticandomi il disegno di base.
Vedendo il risultato finale, capii che ero in grado di lavorare in maniera diversa da come avevo fatto sino a quel momento e ripresi a fare un po’ di esperimenti col pennello.

C’è poi l’esperienza del “disegno di redazione”, durante il periodo della Phoenix: poco tempo e tanti disegni da fare, per cui il bianco e nero era la scelta obbligata. Penso ai tantissimi disegni realizzati per l’Isaac Asimov Magazine, tutti con i pennarelli trovati sul momento, in redazione, etc.

Arrivo così a Diario di un pazzo, nato su una proposta di Frigidaire in una versione a colori per un numero dedicato alla Cina. Sparagna mi chiese l’adattamento di un classico cinese e lui voleva Lo Scimmiotto. In sei-otto pagine… non ti dico. Accantonata l’idea, mi tuffai nella letteratura cinese e trovai questo racconto di Lu Xun che non conoscevo: leggendolo mi innamorai immediatamente del testo e pensai che potesse essere un’occasione per questo nuovo stile.

Adesso, ogni tanto, mi viene persino a noia il dovere fare le matite, anche se resta un esercizio di ordine e disciplina che ai fumettari può fare solo bene: un lavoro preparatorio a matita prima dell’inchiostrazione fa sì che il lavoro non sia velleitario.

Niente matita per Lu Xun

Niente matita per Lu Xun, autore di "Diario di un pazzo"

Mi sembra che questo abbia avuto una ricaduta anche sul tuo stile più tradizionale (chiamiamolo così), come per esempio negli speciali di Diabolik: campiture di neri e masse modellate con pennellate ampie che fanno pensare a un disegno molto rapido, anche se con una lavorazione ancora convenzionale (prima la matita, poi la china). Il tutto facilitato dalle caratteristiche grafiche del personaggio, a partire dal costume.
Il mio riferimento è il Magnus del periodo nero, con buona pace delle Giussani che forse non ne sarebbero felici. Quelle campiture che citi servono anche a fare “ritrovare a casa” il lettore italiano e prima ancora me stesso. Quanto al costume, devo dire che non ero mai stato un lettore di Diabolik ma graficamente mi era sempre piaciuto.

Non vedo un cambiamento quando lavoro col mio stile “veloce”, a “pennarello diretto”: la differenza sta nella velocità del segno ma l’impianto dei bianchi e dei neri è identico. Può risaltare di più la gestualità del segno, mentre in Diabolik è in evidenza la calligrafia, ma le inquadrature sono circa le stesse, e anche la tecnica e gli strumenti: bianco e nero con pennelli, pennarelli e poco altro.

Stessa storia per EternArtemisia [lavoro di Palumbo di imminente uscita, ampiamente presentato su Scuola di Fumetto e di cui parleremo in un prossimo post – NdR], per cui faccio una vignetta alla volta, una per foglio: poi scansiono e monto la pagina secondo uno schema di riferimento già pronto. Lavoro in questo modo dai tempi di Diario di un pazzo: mi consente la massima libertà di costruzione, assemblaggio e regia. È un bianco e nero basato non sul segno ma sul contrasto e questo mi permette di non avere troppi problemi di scala coi disegni, che comunque riduco sempre nella stessa percentuale.

Fumetto e (aspirante) spettacolo teatrale

Inoltre, questo semplifica l’ulteriore operazione di montaggio video che si farà sulle tavole e che sarà visionabile sul sito della mostra di Artemisia. Realizzeremo una specie di semi-animazione, davvero minima: un balloon che compare e scompare, cose di questo tipo. Era una cosa che volevo fare già in passato, per esempio con Vorrei cantarti una canzone d’amore: uno spettacolo teatrale in cui gli attori avrebbero dovuto recitare su un montaggio video proiettato su schermo e dove, quando la storia richiedeva un pezzo cantato, sul palco uscivano i cantanti.

Devi comunque passare da un modo di disegnare a un altro. Un’alternanza che in certi periodi, a causa delle scadenze incrociate, potrebbe anche diventare frequente: quando capita, non ti costa fatica?
Assolutamente no, e anche questo dovrebbe dare l’idea di come per me si tratti sempre dello stesso tipo di lavoro. Ieri per esempio ho fatto un paio di tavole di Artemisia e oggi sto lavorando su questa [mostrando una tavola di Sogno Turco, di cui parleremo in un prossimo post – NdR]. Non riuscirei mai a restare inchiodato a uno stile, o anche solo a un personaggio.

Nemmeno a uno tuo?
Con Ramarro, per esempio, dopo i due albi per Frigidaire, per me la storia era chiusa. Quando Bernardi mi chiese di fare storie nuove per Nova Express preferii cambiare accettando la proposta di Daniele Brolli di “rivedere” Ramarro sulla sua rivista Cyborg. Fu un’idea vincente: trovo che il suo lavoro funzioni ancora oggi e che quelle storie restino una delle mie cose migliori. Senza privarmi della possibilità di fare Ramarro come ai vecchi tempi, quando mi interessa: come per esempio nel reportage di Ramarro a Mosca che ho fatto per Scuola di fumetto. E un po’ di tempo fa ho fatto una storia per la rivista della Kodansha, un team up tra Ramarro e Cut.

In definitiva, dal tuo punto di vista non c’è una vera differenza tra i tuoi vari stili.
La vera differenza per me c’è tra il colore e il bianco e nero, due esperienze completamente diverse. Col colore ho a disposizione una serie molto più ampia di gamme e sfumature ma c’è il problema della riproduzione: agli inizi l’esperienza di Ramarro è stata deludentissima. Non c’era verso di ottenere una riproduzione soddisfacente dei colori, e lo hanno detto tutti quelli che hanno visto le tavole originali. Con le storie nuove andò un po’ meglio.

In bianco e nero posso ricorrere ai retini, che ogni volta che è possibile uso in forma “tradizionale” (applicandoli a mano, non al computer). Per esempio, insieme a Daniele Brolli stiamo preparando nuove storie della serie Sogni della città che speriamo di fare uscire presto: ho già ordinato i retini alla casa produttrice, per essere certo di mantenere l’uniformità stilistica.

Col Sole 24 Ore come procedi, invece?
Coloro al computer e, in ogni caso, sono collaborazioni abbastanza sporadiche e particolari. All’inizio, avvertivo quasi una sorta di imbarazzo: non sapevano se chiedermi un fumetto o un’illustrazione, e forse non avevano chiarissima la differenza. È anche possibile che fossero titubanti all’idea di pubblicare fumetti su quel tipo di giornale, o che ritenessero di farmi cosa più gradita richiedendomi un’illustrazione, mentre io spiego subito che non c’è nessun problema, anzi. Così, ogni tanto mi chiedono espressamente una vignetta o un’illustrazione “non fumettata”. Altre volte ci accordiamo per dei fumetti, come nel caso di La Monaca di Monza e Dunkerque. Soprattutto nel secondo ho avuto campo libero, perché il testo che avevo ricevuto era ancora da tradurre e dopo averlo letto decisi di realizzare una sorta di prequel rispetto al contenuto dell’articolo, soprattutto per evitare possibili sovrapposizioni ed errori nel caso di diversa interpretazione da parte dei traduttori. Naturalmente, anticipo sempre un bozzetto.

"Dunkerque" - Sole 24 Ore, 25 maggio 2008

Con la Monaca di Monza c’è stato qualche malinteso con l’autrice dell’articolo, secondo cui non avevo rispettato le sue intenzioni. A parte un piccolo problema terminologico, subito superato (per indicare il rapporto tra la Monaca di Monza e il suo spasimante avevo usato il termine tresca, che lei non avrebbe mai usato, giudicandolo moralista), mi si contestava la rappresentazione di quelle monache del Seicento, che avevo disegnato con una tonaca che all’epoca non era in uso. Storicamente l’osservazione è corretta: si trattava sostanzialmente di nobildonne che vivevano in convento, senza un abbigliamento particolare. Ma nell’immaginario del lettore la Monaca di Monza è quella che siamo abituati a immaginarci sin dalla prima edizione illustrata de I Promessi Sposi: un’imprecisione storica cristallizzata e tramandata.
Così, non ho fatto altro che recuperare quell’edizione e riprendere da lì volti e abbigliamenti della monaca e dello spasimante. Se non avessi fatto così, i lettori non l’avrebbero riconosciuta.

"La Monaca di Monza" - Sole 24 Ore, 20 aprile 2008

Lo stesso meccanismo che Will Eisner individua nell’Oliver Twist di Dickens e che denuncia con Fagin l’ebreo. Polanski, invece, col suo film del 2005 riprende al 100% l’immagine tradizionale di Fagin. Possiamo dire che stai alla Monaca di Monza come Polanski sta a Oliver Twist? Il criterio iconografico che hai seguito è lo stesso.
Possiamo dire che ho fatto una scelta precisa di filologia delle immagini.

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Il blog non ufficiale www.palumbomania.blogspot.com riporta copertine, illustrazioni e materiale raro di e su Palumbo.

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Palumbo

venerdì, 5 settembre 2008 - 00:01

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Palumbo è Giuseppe Palumbo. Nel seguito lo chiamerò solo per cognome.
Un suo disegno è servito a suo tempo come testata di questo blog (qui trovate l’originale) ed è un bozzetto per il suo progetto “Anton Karas”, di cui scriveremo presto. Io e Francesca abbiamo infatti incontrato Palumbo e dedicheremo cinque post (compreso questo) ad alcuni degli argomenti toccati.
I post, riccamente illustrati con le Meraviglie di Palumbo, verranno pubblicati tutti i venerdì, in modo da darvi un po’ di bellezza in più di cui bearvi nel finesettimana.

Palumbo al lavoro (Foto Andrea Venturini)

Palumbo al lavoro (Foto Andrea Venturini)

Da mesi so che avrei dovuto spiegare i motivi per cui considero Palumbo un caso unico tra gli autori italiani di fumetti (che è solo la più completa delle possibili qualifiche di questo artista visivo). Anche così, resto in imbarazzo.

Autore colto e a tratti concettuale, popolare, crasso, volgare.
Viscerale, istintivo, anarchico, razionale, disciplinato.
Per carattere e formazione (è archeologo), rispettoso della Grande Tradizione che sa guadagnarsi le maiuscole sul campo.
Per istinto, tentato dalla vitalità eversiva e iconoclasta della sperimentazione, che pratica appena può.

Come tutti i disegnatori ama i materiali, gli strumenti, gli aspetti pratici e la manualità del mestiere del disegno: carte, matite, pennini, pennelli, pennarelli, chine, inchiostri, colori. Una materialità che non lo vincola né lo condiziona quando gli strumenti più adatti ai suoi obiettivi artistici o professionali diventano scanner, tavoletta grafica e Photoshop. Di cui a suo tempo (uno di quelli non sospetti) è diventato rapidamente un abile utilizzatore, intuendo e gestendo possibilità e limiti della digitalizzazione.

il sito (www.giuseppepalumbo.com)

Palumbo in rete: il sito

Palumbo sa usare con disinvoltura stili diversi. Diversità che anche con noi ha minimizzato ma di fronte alla quale allievi e colleghi autori sospirano.
Palumbo sviluppa e realizza qualsiasi progetto legato alla grafica e all’illustrazione: copertine e illustrazioni di libri, progetti grafici per CD e cofanetti, poster.
Palumbo rispetta le scadenze.
Palumbo sa lavorare gomito a gomito con redattori, giornalisti, grafici, fotolitisti, tipografi: capisce le loro esigenze, accetta di ricevere consigli utili per la migliore riuscita del lavoro e sa darne a ciascuna di queste figure, perché in momenti diversi della sua carriera (e a volte ancora oggi) è stato uno di loro.
Palumbo regala storie e illustrazioni a riviste e fanzine che non possono pagarle, specialmente se sono fatte da giovani.
Palumbo, quando invitato, partecipa sempre a mostre e festival snobbati da autori molto meno noti di lui, dovunque si svolgano (anche in quel paesino dell’Alta Val Tecchione da cui i vostri amici sono tornati con 27 ore di riprese in tempo reale di paesaggi mozzafiato, cime al tramonto e corolle di fiori che, teneramente, si dischiudono all’alba): seguendo le partecipazioni di Palumbo a mostre e festival ho scoperto località che non conoscevo, migliorando le mie nozioni di geografia.

il Blog

Palumbo in rete: il Blog

È davvero difficile dare un’idea della palumbità (palumbness) senza ricorrere a nomi imbarazzanti anche per Palumbo, che per sua ammissione vi ritroverà modelli riconosciuti.

Il senso della disciplina, il rispetto per la fatica propria e altrui, il rifiuto della distinzione falsa e artificiosa tra un fumetto Alto e uno Basso, la ricerca costante, l’interesse per la Cultura e il rispetto per le culture diverse dalla propria sono quelli di Magnus.

Per parlare del suo eclettismo grafico, dell’incapacità di ripetersi, della tensione costante tra sperimentare e consolidare dobbiamo scomodare Mœbius (assai più di Pazienza, anche se Palumbo potrebbe pensarla diversamente; ma è difficile pensare a Pazienza che consolida qualcosa, mentre Palumbo semina abbondantemente e con generosità anche perché ama raccogliere; discorso diverso, che sfioreremo, è l’influenza di Pazienza sul suo approccio al Disegno).

Palumbo è considerato un maestro ormai da più di una generazione di giovani autori di fumetti, sedotti da un segno grafico potente e personale e da una sintesi unica di mestiere e fantasia, disciplina ed estro artistico.
Palumbo è bravo a insegnare, ama farlo e lo fa da anni in scuole di fumetto e corsi di formazione professionale.
Palumbo, insieme alla moglie Barbara Ferri (“l’altro 51%”), gestisce un intero studio, i relativi collaboratori e tutti i necessari rapporti con i committenti (case editrici, aziende private, enti pubblici), per non parlare delle incombenze amministrative, dello spirito d’iniziativa e imprenditoriale necessario a condurre una struttura di questo tipo, per quanto “orientata artisticamente”.

il Blog di Troglodita

Palumbo in rete: il Blog di Troglodita

Palumbo rappresenta una mutazione dell’editoria a fumetti del nostro paese, dove questa convivenza di attitudini artistiche e professionali altrimenti distinte e spesso contrapposte non sembra avere precedenti. Vincendo le ultime esitazioni, per un paragone mi trovo costretto a ricorrere a un autore/imprenditore/manager di se stesso e di altri come Will Eisner.
Sarà un caso, ma anni fa i due hanno brevemente rischiato di collaborare e oltre a quanto sopra condividono la necessità di lasciare un’impronta personale su qualsiasi lavoro, non importa quanto commerciale, istituzionale o potenzialmente omologante. E la capacità di riuscirci.

Hanno detto di Eisner quello che ogni tanto penso di Palumbo: “Non c’è nessuno come Palumbo. Non c’è mai stato e, nei miei momenti più bui, dubito che ci sarà mai più.”

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