Posts Tagged ‘Magnus’

Magnus ritrovato: risplende il Texone

martedì, 19 luglio 2011 - 09:00

Da qualche giorno è in libreria La valle del terrore (Rizzoli-Lizard, 24 Euro), una storia di Tex disegnata da Magnus su testi di Claudio Nizzi.
Il volume spicca per l’apparato redazionale inusualmente corposo: su oltre 300 pagine, “solo” 224 sono a fumetti. Quasi cento pagine extra-fumetto quindi. Come mai?
Si tratta – è questo il punto – del celeberrimo “Texone di Magnus”, un fumetto già famoso anni prima dell’uscita nel giugno 1996, ed è nota la mole spropositata di studi e bozzetti di ogni tipo prodotta da Magnus.

Talmente clamoroso era il caso, coperto ancor prima dell’uscita da un ampio servizio sul magazine Sette del Corriere della Sera, che già nel settembre del 1996 veniva pubblicato un libro espressamente dedicato all’impresa magnusiana, che curai insieme al giornalista Edoardo Rosati.

Il volume Rizzoli-Lizard riprende l’idea, rilanciandola.
Un libro – scusate il pasticcio che state per leggere – che raccoglie il libro e il libro sul libro: la storia a fumetti e una vasta selezione di immagini e di fotografie,  per la cura di Fabio Gadducci, a cui dobbiamo anche gli altri, preziosi titoli magnusiani del catalogo Rizzoli-Lizard, e del sottoscritto.
Per l’occasione, infrango con grande piacere la regola (non proprio ferrea) per cui al più segnalo rapidamente le edizioni a cui collaboro.
Il motivo?
Questo volume, che come gli altri potrebbe essere considerato una semplice ristampa di qualità, con qualche intervento cosmetico e un po’ di testi d’accompagnamento ad hoc, possiede un singolo, fondamentale e abbastanza paradossale elemento di novità.

Il disegno di Magnus.

Frequento in vari modi questa storia da più di 20 anni e ne ho visto nascere in tempo reale molte pagine, dagli schizzi ai celebri “bozzettoni” a matita, alle versioni finali ripassate a china, spesso passando per  diversi stadi intermedi e rifacimenti. Il tutto sui vari tavoli da disegno di Magnus, tra Bologna e la prediletta Castel del Rio, l’eden appenninico in cui trascorse gli ultimi anni di vita (“Io amo svisceratamente, Castel del Rio, che ritengo femmina. Un luogo femmina.”).

Non è la prima volta che La valle del terrore appare con caratteristiche diverse da quelle dell’edizione bonelliana originale (in questo caso, una confezione e un impianto editoriale segnatamente librari) ma, non senza un certo stupore, sfogliando questo volume mi sono reso conto che, con ogni probabilità, per la prima volta possiamo leggere questa storia esattamente come Magnus la pensava disegnandola.

La qualità della riproduzione – un quintessenziale nero-nero su bianco-bianco – è inedita e valorizza come mai prima il duro lavoro di Magnus su luci, ombre e volumi.
Persino una sorprendente edizione in tiratura limitatissima di Alessandro Editore, che nel 1998 riprodusse l’opera in formato originale (un’operazione all’epoca del tutto inedita, nonché un omaggio che pochissimi autori e pochissime opere possono giustificare e vantare), per quanto spettacolare e tipograficamente riuscita, in realtà ne rappresentava una specie di devoto tradimento.
Magnus aveva infatti lavorato al Texone sapendo bene che i disegni sarebbero stati ridotti per la stampa e con questo in mente aveva delineato ogni ombreggiatura, ogni vena di foglia, ogni scheggiatura di sasso. Il tutto verificando lungo la strada la corretta chiusura del tratteggio con un numero di fotocopie e riduzioni  che non conosceremo mai.
Questo scrupolo, questa suprema consapevolezza del disegno e del suo emergere dalla soverchiante massa dei segni, che nella filosofia di Magnus andava “spietatamente” controllata e padroneggiata con “occhio implacabile”, stanno al cuore delle scelte artistiche per questa storia, che tanti anni e tanta fatica sono costate all’autore.
Era il suo modo per porsi “al servizio dell’Eroe”: per Magnus Tex è il fumetto  per antonomasia, a cui nel corso dei decenni hanno dato vita e immagine autori di enorme talento, a partire dall’ammiratissimo Galep.

Per la prima volta, tutto questo lavoro non è “semplicemente” disponibile sulla pagina: tecnicamente, questo era vero anche per le altre edizioni. La novità è che le caratteristiche fisiche di questo volume permettono di riprodurre l’esperienza di lettura per la quale Magnus ha lavorato così duramente (incidentalmente, osserviamo che proprio per questo motivo la visione delle immagini a seguire non è paragonabile a quella dell’edizione a stampa e la loro presenza è esemplificativa; in fondo, questo è un blog).

Quando un lampo illumina la facciata della casa delle vittime designate (pagina 15) il lettore ne vede la luce.

Copyright © Sergio Bonelli Editore

Quando Tex e Kit Carson si scontrano per la prima volta con i perfidi Vendicatori, ogni ramo, ogni sterpo, ogni foglia della foresta è individualmente distinguibile e filtra la luce della luna contribuendo all’illuminazione globale, in primi piani e sfondi (pagine 70-72).

Copyright © Sergio Bonelli Editore

Le ombre si fanno alternativamente luce e buio (con virtuosismo tecnico da fare ammutolire “qualsiasi disegnatore onesto”, come direbbe Giovanni Romanini, imprescindibile collaboratore di Magnus in tutto il Texone), nella sorprendente sequenza dell’attacco alla luce della luna (pagine 140-150).

Copyright © Sergio Bonelli Editore

Il tutto in nero su bianco.
Un semplicissimo nero-nero su bianco-bianco che chiarisce come più nulla finalmente si frapponga tra Magnus e il lettore: non il minimo ma percettibile e inevitabile assorbimento della carta da edicola, non bianca ma sempre leggermente giallognola, che nelle precedenti edizioni ad alta tiratura modificava peso e apertura dei tratteggi; non un formato di stampa diverso da quello che aveva in mente l’autore.

Magnus credeva fermamente che il giudizio finale su una storia, l’unico che per lui contava e che rispettava, spetta al lettore.
A 15 anni dalla prima uscita, questa nuova edizione pone il lettore in piacevole ma serissimo imbarazzo, mettendolo in condizione di decidere se la riproduzione di una storia a fumetti può essere migliore dell’originale.
Forse sì, se davvero l’autore sa mettersi al servizio dell’Eroe e del lettore.
Se l’autore è talmente Grande da farsi umile.
Magnus.

Annunci

Splendori Americani

martedì, 13 luglio 2010 - 00:04

Come capita spesso, oggi la notizia del giorno arriva da afNews. Faccio passare un po’ di tempo. Non la chiamerei elaborazione del lutto, devo solo abituarmi all’idea.
Risalgo a una delle fonti originali, poi ne cerco una, due, tre altre. Leggo tutto, senza aggiungere molto alla cronaca: è morto Harvey Pekar.

Non ho più di una ventina di minuti per questo post ed è assolutamente impossibile che riesca a dare un’idea di chi fosse Harvey Pekar e quale sia (verbo al presente) il suo posto nella cultura americana degli ultimi 40 anni. Soprattutto quella a fumetti ma stavolta stare a specificarlo sa proprio di piccineria, di sciocco, infantile, mai così giustificato orgoglio di parte.

Non spreco tempo e indignazione per un fatto che è sorprendente anche solo statisticamente: ai fini pratici, Harvey Pekar è inedito nel nostro paese (questa edizione passata quasi inosservata è di due anni fa e non cambia granché; e questo, anch’esso recentissimo, non è un suo lavoro tipico).

Davvero non so come sia possibile una cosa del genere.

L’aneddotica su Pekar è sterminata. Ma basti una sola cosa: per lui disegnava Robert Crumb (a quanto mi risulta, l’unico altro che può dire una cosa del genere è Aleksandar Zograf) e corrono voci di una sua certa soggezione artistica. Sua di Crumb.

Su di lui troverete iperboli a non finire, a cui aggiungo le mie: il Chekhov dell’Ohio, il Bukowski della Middle Class, il Balzac delle periferie urbane. Fanno un po’ ridere e sono tutte inadeguate. D’altra parte qua ci sono di mezzo la Vita e la Poesia. Voi che fareste con 20 minuti per un post su François Villon, Arthur Rimbaud, Alda Merini, Dino Campana e Piero Ciampi, tutti insieme? Sto semplificando cedendo alle frasi a effetto ma ho un alibi: non sono un critico. E non semplifico più di frasi come “la vera arte nasce dal dolore”, una delle iperboli di cui sopra.

Nessuno come Harvey Pekar ha incarnato l’America vera e profonda. Il suo American Splendor è l’unica, grande saga a fumetti della letteratura americana, un documento indispensabile – storia dopo storia, serie dopo serie – per leggere un paese (una cultura?) centrale per la storia recente, al fuori dalla deformazione stereotipizzante dei media, dell’industria culturale e dello show business.

Qui (scusate, non riesco a integrare il codice del video) è lui al 100%.

Pekar è molto caro al mio amico Stefano Gaudiano, che di Pekar custodisce un piccolo segreto. Stefano, ti va di dircelo?

Infine, Pekar era del 1939: come Magnus, Mœbius, Fabrizio De André e altra gente interessante (di Magnus e Mœbius lo sapevo a memoria; lascio a voi qualche ricerchina un po’ frivola: in rete ci sono un sacco di strumenti). Non penso che le coincidenze significhino granché (sorry, Mister Jung), preferirei non sentire nominare la parola “numerologia”, e nel 1939 sono nati sicuramente un bel po’ di gaglioffi o anche solo di soggetti noiosi. Volevo dire di stare un po’ su: non è che in quell’anno abbiano soltanto invaso la Polonia.

Paolo Bacilieri

mercoledì, 13 gennaio 2010 - 22:35

Foto Mauro Romanzi

Spendiamo subito i grazie del caso, che è il caso.
Il primo va a Paolo, perché il suo nome basta e avanza per fare bella figura senza stare a pensare uno dei soliti titoli sciocchini.
Il secondo va  sempre a Paolo per il tempo e le belle immagini.
Il terzo, per la pazienza, va a lui e a Francesca, che hanno aspettato per più di un anno la pubblicazione di queste loro deliziose chiacchiere tra expatriates veronesi, a cui ho fatto da spettatore un po’ alticcio durante una di quelle serate così garbate e rilassanti e divertenti che ti chiedi dov’è il trucco e perché non sono tutte così (poi in effetti il trucco c’era).

Ora dovrei scrivere qualcosa di interessante su Paolo Bacilieri ma, davvero, non sono all’altezza e dopo quattro false partenze ci ho rinunciato e quella meno peggio la trovate qui, insieme a un po’ di informazioni sui suoi lavori.
In breve, Paolo Bacilieri è un bravo, ottimo e secondo me – da tempo – grande autore di fumetti. Niente di originale, lo pensano in tanti.

Da anni Paolo è un piccolo oggetto di culto per un pubblico selezionato e competente (si dice così per evitare il solito “pochi ma buoni”, che sa tanto di scatola di biscottini della zia buonanima), che in lui apprezza uno dei rari, veri e moderni punti d’incontro tra innovazione e tradizione, vocazione popolare e ricercatezza, consapevolezza artistica e immediatezza espressiva.
Della sua generazione (v. sotto), lui, Palumbo e chi altri…? E se andiamo un po’ indietro ad altre generazioni i pochi nomi papabili si fanno imbarazzanti e forse dovrò farmi perdonare da Paolo, che leggendo si porterà la mano alla fronte pensando “Ossignùr, me lo scusino…” (qualcuno di quei nomi ho avuto il coraggio di scriverlo, sempre qui).
Per l’aspetto più evidente ma mai scontato del lavoro di Paolo, il suo disegno, lascio fare alle immagini di corredo all’intervista (per non parlare del suo blog personale, zeppo di pagine a fumetti e disegni stupendi).

Naturalmente è di Paolo la testata di cui questo blog si fregia orgogliosamente a partire dalla data odierna, con qualche accorta e discreta elaborazione  (tip of the hat a Marco Tamagnini, graphic designer extraordinaire).
Ecco qua la versione originale uncut:

I simpatici personaggi della generazione di Paolo sono una rappresentanza di gran rango del miglior fumetto italiano, autori ancora giovani ma sulla breccia già da molti anni, in alcuni casi più di 20.
Li riconoscete? Bravi, perché alcuni non sono per niente facili, roba da intenditori. E – non per portarvi male – ma siete proprio sicuri?
Sì? Okay, in questo caso provate a partecipare al

CONCORSO!


Facendo riferimento ai numerelli appositamente predisposti, inviateci gli 11 nomi che secondo voi corrispondono agli autori qua sopra bacilierati e vincerete un premio senza precedenti e – ve lo garantisco – senza un seguito: sarete intervistati da questo blog.

INCONTRO CON PAOLO BACILIERI
A cura di Francesca Faruolo.
Intervista raccolta a Bologna il 12 dicembre 2008

Non pago di essere “solo” un autore con uno stile personale, ti confronti spesso con situazioni in cui la libertà creativa è vincolata da limiti e costrizioni, come i canoni di genere o la serialità della produzione. Lo consideri un modo di fare sperimentazione?
Una delle cose di cui mi sono accorto è che si impara a fare fumetti solo facendoli e sbagliandoli. Adesso riesco a fare cose che dieci anni fa non mi riuscivano proprio perché ho una concezione più consapevole dei miei limiti. La sperimentazione è utile per sbagliare. Una volta che si è messi alle strette, sperimentare permette di trovare nuove soluzioni.

In una tua storia di Jan Dix, uno dei personaggi è Zeno Porno, o Paolo Bacilieri, se preferisci. È un link, un rimando agli altri tuoi lavori, o una scelta di comodo (facevi prima a disegnarlo)?
È sicuramente la seconda cosa: è un personaggio già pronto, che non devo studiare. E poi stava bene, era adatto alla situazione. Insomma, l’ho usato per biechi fini narrativi: un personaggio è come un vestito comodo, che non riesci mai a lasciare.

Per un disegnatore l’abilità di creare immagini complesse è importante quanto la capacità di trovare scorciatoie che permettono di dosare le energie e tempi. Se condividi questa affermazione, quali economie metti in atto quando disegni?
Per me questo discorso è vero specialmente quando lavoro per Bonelli e mi confronto con i tempi di produzione. Il fatto di avere una scadenza entro cui stare è una cosa bella e importante. Non potrò mai fare quello che faceva Tezuka, produrre migliaia di tavole con la stessa felicità, ma mi interessa comunque il fatto di disegnare tenendo conto di certe necessità. Quindi, per esempio, fare il tirchio su alcune vignette per poter poi scialacquare su altre. È come chiedere al lettore di accettarti nelle diverse fasi: quella in cui risolvi la vignetta con una silhouette e quella in cui disegni molti particolari e fare convivere queste due soluzioni.

Una domanda buffa: cosa pensano i tuoi figli delle cose che fai?
La domanda è interessante perché davvero i miei due figli [di 12 e 16 anni al momento dell’intervista – N.d.R.] sono sempre la mia prima sponda. In genere sono anche i miei più severi critici perché i loro gusti nel tempo sono diventati sempre più specifici e, decisamente, i miei fumetti non rientrano tra le loro preferenze. A loro piace Rat-Man e io ho imparato ad apprezzarlo grazie a loro.

Forse sono ancora troppo giovani per le tue cose.
Questo è veramente difficile da dire perché, per esempio, si sono letti i 14 volumi del Buddha di Tezuka. Però bisogna anche precisare che questo è un capolavoro con una dinamicità e una potenza espressiva tali da sfondare qualunque barriera.

C’è un libro molto bello di Silvina Pratt, prezioso per la descrizione che fa di se stessa, ragazzina cresciuta negli anni Sessanta/Settanta (come me), oltre che per il ritratto poco istituzionale del padre. Silvina racconta di come Hugo si incazzasse quando lei e il fratello preferivano i neri come Kriminal o Satanik a Corto Maltese. Ora, non voglio fare paragoni estremi, ma tra me e i miei figli riconosco un po’ la stessa dinamica. D’altra parte è abbastanza sano e naturale così. Un figlio in adorazione sarebbe insopportabile e invivibile.

Che fumetti disegnava Bacilieri quando aveva 14 anni?
Non erano molto diversi da quelli di adesso, qualcuno lo conservo ancora. Dal punto di vista grafico e narrativo erano molto basici ma sostanzialmente mi interessavano le stesse cose che più o meno mi interessano adesso, come amicizia, atti di eroismo, dinamicità, “morirà, non morirà”…

Fumetti, insomma.
Si, fumetti. E devo dire che guardando le tavole dei miei 14 anni, mi domando se effettivamente ho fatto davvero qualche passo avanti. Sarebbe importante mantenere quella stessa innocenza. L’accumulo di tecnica negli anni ti porta a essere sempre meno istintivo. Dei fumetti a me interessa la “stupidità”. È un valore da salvaguardare.

Hai mai incontrato Magnus di persona?
Si. Io ero all’inizio e lui era nella fase “Centodieci pillole” e “Femmine incantate”. Con il mio agente di allora, Luca Aurelio Staletti, un personaggio leggendario, sono stato a Bologna, a casa di Magnus. Ricordo come se fosse ora la sua faccia che spunta dal bagno pieno di schiuma da barba – non ce l’aveva solo sulle guance, ma dappertutto, spuntavano fuori solo nasone, baffoni e due occhi scuri,vivissimi– con espressione allegra fa: “Ehi, ciao Staletti!” Da allora, per me Magnus è quello. Poi ha guardato le mie poverissime tavole di allora dicendomi delle cose assolutamente intelligenti. Mi spiegò per esempio che disegnare delle persone di colore non vuol dire fare delle figure in negativo (io allora mettevo il nero e lasciavo i tratti del viso in bianco).
Però la cosa veramente importante dell’incontro con Magnus, più ancora delle sue parole, è stata la prova che “la possibilità c’è”, che i marziani esistono. Magnus mi ha colpito per la sua totale mancanza di autorità, era come un folletto, una persona che non proietta ombre.

Molte tue storie hanno ambientazioni venete o veronesi. Senti di avere un rapporto sentimentale con quel territorio, nel senso che provi piacere a evocarlo, o hai invece un atteggiamento più distaccato?
È come per le cose di famiglia: si tratta di una faccenda sentimentale, ma c’è anche una certa respingenza. Parafrasando Billy Wilder, “Quello che odio del Veneto è che non riesco a odiarlo.”


Paolo Bacilieri in rete
Il blog personale
Fummettografia
Servizio by COMICUS.it: intervista, recensioni e contenuti vari

Tutte le immagini a corredo dell’articolo sono di Paolo Bacilieri, Copyright © dei rispettivi detentori

“Nuvole a stampa”

sabato, 21 febbraio 2009 - 08:00

Il titolo completo è “NUVOLE A STAMPA – Breve storia dell’editoria a fumetti in Italia” ed è una mostra da me curata che apre mercoledì 25 febbraio, nei locali di Palazzo Italia, l’elegante sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado. Figlia delle idee e del supporto costante di Aleksandar Zograf, come del resto qualsiasi cosa che io faccia e conosca in terra serba (con la possibile eccezione del consumo di rakija – Zograf è astemio –  e di ćevapi – per cui non mi servono suggerimenti), questa mostra è stata caldeggiata e promossa dalla direttrice dell’Istituto Alessandra Bertini Malgarini.

Senza sforzarmi troppo, riporto un estratto dalla mia breve introduzione al catalogo:

Nel 2008 il fumetto italiano è convenzionalmente entrato nel suo secondo secolo di vita (…) e l‘occasione è ottima per ripercorrere un cammino in realtà assai più lungo. NUVOLE A STAMPA – Breve storia dell’editoria a fumetti in Italia cerca di farlo attraverso una selezione necessariamente minima ma – pensiamo – significativa delle molte migliaia (letteralmente) di pubblicazioni che l’hanno via via segnato, testimoniando l’evoluzione sociale e del costume.

Questo approccio, riservato di solito a ricercatori e bibliofili, può risultare assolutamente affascinante anche per l’appassionato, il semplice curioso o il nostalgico delle letture giovanili: la varietà delle pubblicazioni italiane che negli ultimi – almeno – 160 anni hanno proposto fumetti (o formati narrativi antesignani di questo linguaggio) è infatti davvero sorprendente.

La mostra comprende riproduzioni di pubblicazioni accompagnate da testi di Fabio Gadducci, Stefano Priarone, Sergio Rossi e miei, organizzate in quattro sezioni cronologiche (“Dalle origini agli anni Cinquanta”, “Gli anni Sessanta”, “Gli anni Settanta”, “Dagli anni Ottanta a oggi”) e cinque sezioni che abbiamo chiamato “trasversali”, cioè dedicate ad argomenti o autori non legati a questo o a quel periodo ma che attraversano una parte considerevole della storia editoriale del fumetto nel nostro paese, o l’hanno altrimenti segnata. Le cinque sezioni sono “Il Corrierino”,  “Bonelli”, “Disney”, “Hugo Pratt” e “Magnus”. L’appassionato intuirà i motivi dietro a queste scelte, tra le tante possibili.

Dal 25 al 27 febbraio Belgrado ospiterà una serie di “eventi italiani” legati alla promozione e alla divulgazione del nostro fumetto, che seguirò con l’aiuto di amici e colleghi ospiti dell’Istituto: il già citato Fabio Gadducci, esperto e storico di letteratura popolare; Diego Cajelli, sceneggiatore; Paolo Parisi, autore; Giovanni Eccher, regista. Qui trovate il programma completo.
Se passate da Belgrado fate un fischio, che magari sono rimasti un po’ di ćevapi.

Questo post è già troppo lungo ma non posso lasciarvi senza ringraziare nuovamente l’amico Saša Rakezić (lo Zograf di cui sopra). Da un lato, ha fatto di tutto perché gli eventi in questione ricevessero la massima copertura, non fermandosi davanti a nulla. Dall’altro, mi ha chiarito le idee sull’importante nozione di kitsch balcanico. E adesso rispolverate il vostro serbo-croato e datevi una mossa: c’è tutto un mondo intorno.
Mica ceci.

Palumbo: il Disegno

venerdì, 12 settembre 2008 - 00:01

Gli altri post
Palumbo
Palumbo e il terzo uomo
Palumbo: Eterna Artemisia
Palumbo: Un sogno turco

I prossimi post vi parleranno del Palumbo autore e narratore, con anticipazioni sui suoi prossimi lavori.

Io ho approfittato dell’occasione per parlare con lui di Disegno: un elemento della narrazione a fumetti che non va sopravvalutato ma che non si dovrebbe mai sottovalutare, e di cui raramente si parla andando oltre considerazioni superficiali. Ci ho provato, sapendo che sarebbe stato comunque interessante farlo con un autore con la sensibilità grafica e la cultura visiva di Palumbo.

Nei dintorni del tavolo da Disegno

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta a Bologna nel giugno 2008

Fin dagli inizi su Frigidaire, più di 20 anni fa, sei sempre stato il più tecnico dei giovani leoni che cominciavano in quegli anni. Lo attribuivo alle tue letture supereroistiche: un tipo di fumetto che, pur lasciando ampi margini a esagerazioni e iperboli grafiche, richiede un grande controllo e un disegno solido.
L’impressione è che
a un certo punto tu abbia deciso che era venuto il momento di “rompere la gabbia”, cercando stili o tecniche di disegno per limitare o eliminare l’uso preliminare della matita, alla ricerca di spontaneità e velocità maggiori.
Nelle mie cose passate c’è sicuramente un aspetto più calligrafico. Per via della maggiore insicurezza, immagino: la ricerca di un’immagine più rifinita rifletteva le difficoltà tecniche. Questo mi portava a fare, disfare, cancellare, anche con fatica.

D’altra parte, anche Magnus ha sempre fatto molta fatica.
Lui addirittura di fatica ne ha fatta, progressivamente, sempre di più. Dal canto mio, avendo visto all’opera Pazienza, avevo voglia di andare nell’altra direzione. E poi c’era quello che andava “disfacendo” Pratt con Corto Maltese: un’operazione affascinante quanto depauperante. Mi rendevo conto che la storie che stavo leggendo non erano quelle a cui ero abituato: secondo me, Pratt ha esagerato ma la sua idea di rapidità della narrazione, di puro gesto, era importante e non escludeva altri approcci. Lo stesso Pazienza, quando lavorava a colori era molto più preciso che in bianco e nero.
Quando lavoravo in bianco e nero i riferimenti erano il Magnus seriale e gli argentini: un disegno solidissimo ma al servizio di un bianco e nero molto rapido (penso al Breccia di Mort Cinder).

In breve, queste tensioni contrapposte in me ci sono sempre state, fino a quando l’occasione ha fatto il Palumbo ladro: Mario Punzo della Scuola del Fumetto di Napoli mi invitò a eseguire una performance pubblica dal vivo (una cosa strana per noi fumettari, che le performance le facciamo normalmente a casa, sul tavolo da disegno). Si trattava di disegnare su un pannello di diversi metri quadrati, seguendo una semplice traccia a matita che alla fine è risultata quasi invisibile. Fu come se si rompessero le acque, una seconda nascita in cui il disegno – un soggetto di Sìsifo piuttosto complesso, tra l’altro – nacque spontaneamente, lavorando direttamente di pennello e pennarelli, quasi dimenticandomi il disegno di base.
Vedendo il risultato finale, capii che ero in grado di lavorare in maniera diversa da come avevo fatto sino a quel momento e ripresi a fare un po’ di esperimenti col pennello.

C’è poi l’esperienza del “disegno di redazione”, durante il periodo della Phoenix: poco tempo e tanti disegni da fare, per cui il bianco e nero era la scelta obbligata. Penso ai tantissimi disegni realizzati per l’Isaac Asimov Magazine, tutti con i pennarelli trovati sul momento, in redazione, etc.

Arrivo così a Diario di un pazzo, nato su una proposta di Frigidaire in una versione a colori per un numero dedicato alla Cina. Sparagna mi chiese l’adattamento di un classico cinese e lui voleva Lo Scimmiotto. In sei-otto pagine… non ti dico. Accantonata l’idea, mi tuffai nella letteratura cinese e trovai questo racconto di Lu Xun che non conoscevo: leggendolo mi innamorai immediatamente del testo e pensai che potesse essere un’occasione per questo nuovo stile.

Adesso, ogni tanto, mi viene persino a noia il dovere fare le matite, anche se resta un esercizio di ordine e disciplina che ai fumettari può fare solo bene: un lavoro preparatorio a matita prima dell’inchiostrazione fa sì che il lavoro non sia velleitario.

Niente matita per Lu Xun

Niente matita per Lu Xun, autore di "Diario di un pazzo"

Mi sembra che questo abbia avuto una ricaduta anche sul tuo stile più tradizionale (chiamiamolo così), come per esempio negli speciali di Diabolik: campiture di neri e masse modellate con pennellate ampie che fanno pensare a un disegno molto rapido, anche se con una lavorazione ancora convenzionale (prima la matita, poi la china). Il tutto facilitato dalle caratteristiche grafiche del personaggio, a partire dal costume.
Il mio riferimento è il Magnus del periodo nero, con buona pace delle Giussani che forse non ne sarebbero felici. Quelle campiture che citi servono anche a fare “ritrovare a casa” il lettore italiano e prima ancora me stesso. Quanto al costume, devo dire che non ero mai stato un lettore di Diabolik ma graficamente mi era sempre piaciuto.

Non vedo un cambiamento quando lavoro col mio stile “veloce”, a “pennarello diretto”: la differenza sta nella velocità del segno ma l’impianto dei bianchi e dei neri è identico. Può risaltare di più la gestualità del segno, mentre in Diabolik è in evidenza la calligrafia, ma le inquadrature sono circa le stesse, e anche la tecnica e gli strumenti: bianco e nero con pennelli, pennarelli e poco altro.

Stessa storia per EternArtemisia [lavoro di Palumbo di imminente uscita, ampiamente presentato su Scuola di Fumetto e di cui parleremo in un prossimo post – NdR], per cui faccio una vignetta alla volta, una per foglio: poi scansiono e monto la pagina secondo uno schema di riferimento già pronto. Lavoro in questo modo dai tempi di Diario di un pazzo: mi consente la massima libertà di costruzione, assemblaggio e regia. È un bianco e nero basato non sul segno ma sul contrasto e questo mi permette di non avere troppi problemi di scala coi disegni, che comunque riduco sempre nella stessa percentuale.

Fumetto e (aspirante) spettacolo teatrale

Inoltre, questo semplifica l’ulteriore operazione di montaggio video che si farà sulle tavole e che sarà visionabile sul sito della mostra di Artemisia. Realizzeremo una specie di semi-animazione, davvero minima: un balloon che compare e scompare, cose di questo tipo. Era una cosa che volevo fare già in passato, per esempio con Vorrei cantarti una canzone d’amore: uno spettacolo teatrale in cui gli attori avrebbero dovuto recitare su un montaggio video proiettato su schermo e dove, quando la storia richiedeva un pezzo cantato, sul palco uscivano i cantanti.

Devi comunque passare da un modo di disegnare a un altro. Un’alternanza che in certi periodi, a causa delle scadenze incrociate, potrebbe anche diventare frequente: quando capita, non ti costa fatica?
Assolutamente no, e anche questo dovrebbe dare l’idea di come per me si tratti sempre dello stesso tipo di lavoro. Ieri per esempio ho fatto un paio di tavole di Artemisia e oggi sto lavorando su questa [mostrando una tavola di Sogno Turco, di cui parleremo in un prossimo post – NdR]. Non riuscirei mai a restare inchiodato a uno stile, o anche solo a un personaggio.

Nemmeno a uno tuo?
Con Ramarro, per esempio, dopo i due albi per Frigidaire, per me la storia era chiusa. Quando Bernardi mi chiese di fare storie nuove per Nova Express preferii cambiare accettando la proposta di Daniele Brolli di “rivedere” Ramarro sulla sua rivista Cyborg. Fu un’idea vincente: trovo che il suo lavoro funzioni ancora oggi e che quelle storie restino una delle mie cose migliori. Senza privarmi della possibilità di fare Ramarro come ai vecchi tempi, quando mi interessa: come per esempio nel reportage di Ramarro a Mosca che ho fatto per Scuola di fumetto. E un po’ di tempo fa ho fatto una storia per la rivista della Kodansha, un team up tra Ramarro e Cut.

In definitiva, dal tuo punto di vista non c’è una vera differenza tra i tuoi vari stili.
La vera differenza per me c’è tra il colore e il bianco e nero, due esperienze completamente diverse. Col colore ho a disposizione una serie molto più ampia di gamme e sfumature ma c’è il problema della riproduzione: agli inizi l’esperienza di Ramarro è stata deludentissima. Non c’era verso di ottenere una riproduzione soddisfacente dei colori, e lo hanno detto tutti quelli che hanno visto le tavole originali. Con le storie nuove andò un po’ meglio.

In bianco e nero posso ricorrere ai retini, che ogni volta che è possibile uso in forma “tradizionale” (applicandoli a mano, non al computer). Per esempio, insieme a Daniele Brolli stiamo preparando nuove storie della serie Sogni della città che speriamo di fare uscire presto: ho già ordinato i retini alla casa produttrice, per essere certo di mantenere l’uniformità stilistica.

Col Sole 24 Ore come procedi, invece?
Coloro al computer e, in ogni caso, sono collaborazioni abbastanza sporadiche e particolari. All’inizio, avvertivo quasi una sorta di imbarazzo: non sapevano se chiedermi un fumetto o un’illustrazione, e forse non avevano chiarissima la differenza. È anche possibile che fossero titubanti all’idea di pubblicare fumetti su quel tipo di giornale, o che ritenessero di farmi cosa più gradita richiedendomi un’illustrazione, mentre io spiego subito che non c’è nessun problema, anzi. Così, ogni tanto mi chiedono espressamente una vignetta o un’illustrazione “non fumettata”. Altre volte ci accordiamo per dei fumetti, come nel caso di La Monaca di Monza e Dunkerque. Soprattutto nel secondo ho avuto campo libero, perché il testo che avevo ricevuto era ancora da tradurre e dopo averlo letto decisi di realizzare una sorta di prequel rispetto al contenuto dell’articolo, soprattutto per evitare possibili sovrapposizioni ed errori nel caso di diversa interpretazione da parte dei traduttori. Naturalmente, anticipo sempre un bozzetto.

"Dunkerque" - Sole 24 Ore, 25 maggio 2008

Con la Monaca di Monza c’è stato qualche malinteso con l’autrice dell’articolo, secondo cui non avevo rispettato le sue intenzioni. A parte un piccolo problema terminologico, subito superato (per indicare il rapporto tra la Monaca di Monza e il suo spasimante avevo usato il termine tresca, che lei non avrebbe mai usato, giudicandolo moralista), mi si contestava la rappresentazione di quelle monache del Seicento, che avevo disegnato con una tonaca che all’epoca non era in uso. Storicamente l’osservazione è corretta: si trattava sostanzialmente di nobildonne che vivevano in convento, senza un abbigliamento particolare. Ma nell’immaginario del lettore la Monaca di Monza è quella che siamo abituati a immaginarci sin dalla prima edizione illustrata de I Promessi Sposi: un’imprecisione storica cristallizzata e tramandata.
Così, non ho fatto altro che recuperare quell’edizione e riprendere da lì volti e abbigliamenti della monaca e dello spasimante. Se non avessi fatto così, i lettori non l’avrebbero riconosciuta.

"La Monaca di Monza" - Sole 24 Ore, 20 aprile 2008

Lo stesso meccanismo che Will Eisner individua nell’Oliver Twist di Dickens e che denuncia con Fagin l’ebreo. Polanski, invece, col suo film del 2005 riprende al 100% l’immagine tradizionale di Fagin. Possiamo dire che stai alla Monaca di Monza come Polanski sta a Oliver Twist? Il criterio iconografico che hai seguito è lo stesso.
Possiamo dire che ho fatto una scelta precisa di filologia delle immagini.

Palumbo in rete
Il sito ufficiale

Il blog di Palumbo
Il blog di Troglodita
Studio Inventario

Il blog non ufficiale www.palumbomania.blogspot.com riporta copertine, illustrazioni e materiale raro di e su Palumbo.

Se non diversamente indicato, le immagini a corredo dell’articolo sono di e Copyright © Giuseppe Palumbo

Palumbo

venerdì, 5 settembre 2008 - 00:01

Gli altri post
Palumbo: il Disegno
Palumbo e il terzo uomo
Palumbo: Eterna Artemisia
Palumbo: Un sogno turco

Palumbo è Giuseppe Palumbo. Nel seguito lo chiamerò solo per cognome.
Un suo disegno è servito a suo tempo come testata di questo blog (qui trovate l’originale) ed è un bozzetto per il suo progetto “Anton Karas”, di cui scriveremo presto. Io e Francesca abbiamo infatti incontrato Palumbo e dedicheremo cinque post (compreso questo) ad alcuni degli argomenti toccati.
I post, riccamente illustrati con le Meraviglie di Palumbo, verranno pubblicati tutti i venerdì, in modo da darvi un po’ di bellezza in più di cui bearvi nel finesettimana.

Palumbo al lavoro (Foto Andrea Venturini)

Palumbo al lavoro (Foto Andrea Venturini)

Da mesi so che avrei dovuto spiegare i motivi per cui considero Palumbo un caso unico tra gli autori italiani di fumetti (che è solo la più completa delle possibili qualifiche di questo artista visivo). Anche così, resto in imbarazzo.

Autore colto e a tratti concettuale, popolare, crasso, volgare.
Viscerale, istintivo, anarchico, razionale, disciplinato.
Per carattere e formazione (è archeologo), rispettoso della Grande Tradizione che sa guadagnarsi le maiuscole sul campo.
Per istinto, tentato dalla vitalità eversiva e iconoclasta della sperimentazione, che pratica appena può.

Come tutti i disegnatori ama i materiali, gli strumenti, gli aspetti pratici e la manualità del mestiere del disegno: carte, matite, pennini, pennelli, pennarelli, chine, inchiostri, colori. Una materialità che non lo vincola né lo condiziona quando gli strumenti più adatti ai suoi obiettivi artistici o professionali diventano scanner, tavoletta grafica e Photoshop. Di cui a suo tempo (uno di quelli non sospetti) è diventato rapidamente un abile utilizzatore, intuendo e gestendo possibilità e limiti della digitalizzazione.

il sito (www.giuseppepalumbo.com)

Palumbo in rete: il sito

Palumbo sa usare con disinvoltura stili diversi. Diversità che anche con noi ha minimizzato ma di fronte alla quale allievi e colleghi autori sospirano.
Palumbo sviluppa e realizza qualsiasi progetto legato alla grafica e all’illustrazione: copertine e illustrazioni di libri, progetti grafici per CD e cofanetti, poster.
Palumbo rispetta le scadenze.
Palumbo sa lavorare gomito a gomito con redattori, giornalisti, grafici, fotolitisti, tipografi: capisce le loro esigenze, accetta di ricevere consigli utili per la migliore riuscita del lavoro e sa darne a ciascuna di queste figure, perché in momenti diversi della sua carriera (e a volte ancora oggi) è stato uno di loro.
Palumbo regala storie e illustrazioni a riviste e fanzine che non possono pagarle, specialmente se sono fatte da giovani.
Palumbo, quando invitato, partecipa sempre a mostre e festival snobbati da autori molto meno noti di lui, dovunque si svolgano (anche in quel paesino dell’Alta Val Tecchione da cui i vostri amici sono tornati con 27 ore di riprese in tempo reale di paesaggi mozzafiato, cime al tramonto e corolle di fiori che, teneramente, si dischiudono all’alba): seguendo le partecipazioni di Palumbo a mostre e festival ho scoperto località che non conoscevo, migliorando le mie nozioni di geografia.

il Blog

Palumbo in rete: il Blog

È davvero difficile dare un’idea della palumbità (palumbness) senza ricorrere a nomi imbarazzanti anche per Palumbo, che per sua ammissione vi ritroverà modelli riconosciuti.

Il senso della disciplina, il rispetto per la fatica propria e altrui, il rifiuto della distinzione falsa e artificiosa tra un fumetto Alto e uno Basso, la ricerca costante, l’interesse per la Cultura e il rispetto per le culture diverse dalla propria sono quelli di Magnus.

Per parlare del suo eclettismo grafico, dell’incapacità di ripetersi, della tensione costante tra sperimentare e consolidare dobbiamo scomodare Mœbius (assai più di Pazienza, anche se Palumbo potrebbe pensarla diversamente; ma è difficile pensare a Pazienza che consolida qualcosa, mentre Palumbo semina abbondantemente e con generosità anche perché ama raccogliere; discorso diverso, che sfioreremo, è l’influenza di Pazienza sul suo approccio al Disegno).

Palumbo è considerato un maestro ormai da più di una generazione di giovani autori di fumetti, sedotti da un segno grafico potente e personale e da una sintesi unica di mestiere e fantasia, disciplina ed estro artistico.
Palumbo è bravo a insegnare, ama farlo e lo fa da anni in scuole di fumetto e corsi di formazione professionale.
Palumbo, insieme alla moglie Barbara Ferri (“l’altro 51%”), gestisce un intero studio, i relativi collaboratori e tutti i necessari rapporti con i committenti (case editrici, aziende private, enti pubblici), per non parlare delle incombenze amministrative, dello spirito d’iniziativa e imprenditoriale necessario a condurre una struttura di questo tipo, per quanto “orientata artisticamente”.

il Blog di Troglodita

Palumbo in rete: il Blog di Troglodita

Palumbo rappresenta una mutazione dell’editoria a fumetti del nostro paese, dove questa convivenza di attitudini artistiche e professionali altrimenti distinte e spesso contrapposte non sembra avere precedenti. Vincendo le ultime esitazioni, per un paragone mi trovo costretto a ricorrere a un autore/imprenditore/manager di se stesso e di altri come Will Eisner.
Sarà un caso, ma anni fa i due hanno brevemente rischiato di collaborare e oltre a quanto sopra condividono la necessità di lasciare un’impronta personale su qualsiasi lavoro, non importa quanto commerciale, istituzionale o potenzialmente omologante. E la capacità di riuscirci.

Hanno detto di Eisner quello che ogni tanto penso di Palumbo: “Non c’è nessuno come Palumbo. Non c’è mai stato e, nei miei momenti più bui, dubito che ci sarà mai più.”

Palumbo in rete
Il sito ufficiale

Il blog di Palumbo
Il blog di Troglodita
Studio Inventario

Il blog non ufficiale www.palumbomania.blogspot.com riporta copertine, illustrazioni e materiale raro di e su Palumbo.

Tutte le immagini a corredo dell’articolo sono di Giuseppe Palumbo, Copyright © dei rispettivi detentori


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: