Posts Tagged ‘Giuseppe Palumbo’

“The nexus of all realities”

lunedì, 25 aprile 2011 - 18:00

Cioè “il punto d’incontro di tutte le realtà“, un tòpos narrativo ben noto agli appassionati di fantascienza, fantasy e di fumetto supereroistico americano.
E, ora che lo scrivo, un’immagine neanche tanto metaforica per una figura e un’opera come quelle di Will Eisner, che sempre più ci appaiono come luoghi naturali a cui un po’ tutto ciò che ha a che fare col fumetto sembra tendere prima o poi.

Tornando a “nexus”, e stiracchiando un po’ il concetto (cosa non si farebbe per un titolo a effetto…), è l’impressione che comincia a farmi la Libreria Golconda, dove qualche tempo fa si è tenuto questo incontro di cui avevamo parlato. Incontro recuperato e valorizzato dal conduttore Alberto Sebastiani, titolare di un prestigioso blog culturale per l’edizione bolognese di La Repubblica.
Alberto – che in città svolge un’intensa attività di promotore culturale, presentatore di incontri e critico letterario con un occhio di riguardo per il fumetto – con questo blog fa una cosa unica e importantissima: parla degli incontri e degli eventi (termine ineludibile che detesto cordialmente) anche dopo che hanno avuto luogo. Una sorta di bilancio che – slegato dalla tirannia della cronaca e dell’attualità – assolve secondo me a una funzione fondamentale, come sanno bene gli studiosi della memoria: quello di fissare argomenti, fatti e cose prima nella memoria in senso stretto, poi in quella culturale del pubblico, anche di quello che agli eventi non ha partecipato, salvandoli dal rumore di fondo e dalla massa indistinta dei ricordi sbiaditi delle troppe cose che si fanno/dicono/vedono.

Ma divago e, al solito, l’ho presa alla larga. Fatto sta che l’incontro in questione, oltre ad andare bene e a risultare molto, molto cordiale (e ci ha messo del suo l’immenso Palumbo, di passaggio a salutare), come Alberto ha riassunto benissimo ha rivelato nuove connessioni tra fatti, eventi e persone.
Più nexus di così…

“Nei miei occhi” – Elogio e disclaimer

martedì, 14 dicembre 2010 - 21:00

Bastien Vivès, classe 1984, è un bel talento di cui si sottolinea sempre “la giovanissima età” (cosa che una volta si diceva di persone con diversi anni anni meno di lui; ma in effetti è certamente giovane e chissà per quanto tempo continueranno a chiamarlo così; Giuseppe Palumbo, classe 1964, ha smesso di essere “un nuovo talento del fumetto italiano” da… vediamo… cinque o sei anni?). L’esordio italiano era stato neanche due anni fa con Il gusto del cloro e questa traduzione di Dans mes yeux esce ora per (quasi) lo stesso editore, la Black Velvet del nuovo corso Giunti. Nel frattempo Vivès è stato coccolatissimo da Animals, che ci ha permesso di ingannare l’attesa con le sue più agili, vecchie e nuove produzioni blogghesche, che il talento di cui sopra l’hanno confermato al 100%: Bastien Vivès è un autore già grande da molti punti di vista e interessante da tutti.
È un disegnatore dotatissimo, che nasce solido e “imparato”, con padronanza totale – per esempio – delle personalissime anatomie; senza soverchie preoccupazioni di tecnica (disegna al tratto, con uno o più colori a mano o photoshoppati, con matite colorate come in Nei miei occhi); in possesso di uno stile rapido e fresco, parente stretto del bozzetto e originale, pur nella trasparenza dei riferimenti (tra cui per sua ammissione c’è da sempre Gipi).
È un regista persino migliore: lasciando stare i santi (Eisner, Pratt, Muñoz e compagnia) non è facile trovare fanti – o autori – anche di lungo corso a loro agio e con la stessa sicurezza con ogni tipo di inquadratura; e in particolare – come in Nei miei occhi – con le sottigliezze della soggettiva, di cui Vivès dimostra una stupefacente comprensione istintiva; e certamente non conosco autori che dopo pochi anni di attività abbiano mai dimostrato una frazione della capacità di Vivès di condurre con tanta sicurezza l’occhio del lettore dove e quando vuole lui.
Il Vivès narratore – nel senso delle scelte tematiche – è forse quello che più dimostra gli anni che ha e anche qualcuno di meno: pur con dialoghi assai belli e sintetici, dalla tremebonda vicenda di Nei miei occhi cola forse ancora un po’ troppa melassa (il protagonista, dal cui esclusivo punto di vista il lettore segue la storia, conosce una ragazza di cui è chiaro che si innamora; lei no). Con Il gusto del cloro ci era andata un po’ meglio, complice l’ambientazione prevalentemente in piscina, dove le storie d’amore inespresse devono fare a meno delle parole e gli sguardi sono appannati.
Non c’è naturalmente niente di male in queste trame estremamente sentimentali e molti lettori apprezzeranno la sensibilità con cui Vivès ritrae il nascere di un’emozione e il suo potenziale esplodere in ogni direzione, compreso il muro contro cui andrà a sbattere. E probabilmente un numero ancora maggiore apprezzerà il suo adattamento di Tre metri sopra il cielo (così vedremo se in Italia è possibile che  un libro a fumetti venda bene, ma bene davvero).
Non posso però fare a meno di pensare che una così forte connotazione anagrafica (o, se vogliamo, generazionale) sia un limite eccessivo per un autore con questi mezzi espressivi (avevo scritto “con queste potenzialità” ma Vivès le sue potenzialità ha cominciato a realizzarle da subito).

© 2010 Bastien Vivès / Black Velvet

Dialoghi belli e sintetici, dicevamo, estremamente abili nel riprendere l’immediatezza del parlato. Questo anche grazie alla buona traduzione, cosa delicata vista la minore elasticità dell'”italiano del fumetto” (espressione che uso costantemente dopo averla sentita in alcune lezioni del linguista Mirko Tavosanis) nell’esprimere registri colloquiali.
Ci è riuscito bene il traduttore Fabrizio Iacona, che ringrazio insieme alla casa editrice: la traduzione è avvenuta infatti a opera sua durante un workshop tenuto a Bologna a chiusura dell’edizione 2008-2009 del corso di Editoria per il Fumetto e la Traduzione, da me organizzato e diretto in collaborazione con lo studio grafico RAM di Bologna.
Per una svista, all’interno del volume la traduzione è accreditata a “Fabrizio Iacona – Andrea Plazzi” ma – lo ripeto – si tratta di un errore: pur avendo revisionato il testo secondo quanto la buona pratica redazionale imporrebbe senza eccezioni (e che la qualità a picco dei volumi in traduzione degli ultimi anni denuncia come sempre più assente), l’editing effettivo si è mantenuto ampiamente al di sotto dei minimi sindacali per un testo da avviare al lettering e non si configura in alcun modo come co-traduzione (altro malcostume ampiamente praticato).

Palumbo, De Cataldo e il loro “Sogno turco”

lunedì, 24 agosto 2009 - 18:00

È uscito da quasi un anno e ne abbiamo parlato più volte, anche da prima. Ovviamente è il minimo, mica è un instant book. Un sogno turco resta uno dei libri italiani più singolari (per impianto narrativo), affascinanti e spettacolari (per perizia grafica ed esecuzione) degli ultimi anni. Più che giusto, quindi, che – ben oltre i tempi convenzionali della promozione libraria, che con l’eccezione di pochi successi e long-seller tendono a bruciare i titoli nel giro di pochi mesi – gli autori continuino a parlarne e a presentarlo.
Giuseppe Palumbo e Giancarlo De Cataldo presentano Un sogno turco in due occasioni: martedì 25 agosto, alle ore 18:30 a Matera (Palazzo Lanfranchi, Piazzetta Giovanni Pascoli; info 0835 256262); giovedì 27 agosto, alle 21:30 a Pulsano, in provincia di Taranto (Villanova, via Basento; info: 099 5330191).

EternArtemisia: il documentario

mercoledì, 28 gennaio 2009 - 07:00

artemisiagerraInesauribile la vitalità del nuovo progetto di Giuseppe Palumbo. Di EternArtemisia abbiamo parlato più volte e se non c’eravate (l’avevamo anticipato qui), questo vi darà un’idea di come sono andate le cose e di quello che siete ancora in tempo a vedere, fino all’8 febbraio.

New Year’s Palumbo

domenica, 11 gennaio 2009 - 07:00

Abbiamo parlato molto di Giuseppe Palumbo, ma mai abbastanza. Gioiosa quindi questa apertura d’anno che ci porta due iniziative all’insegna della più totale palumbità, un must per chiunque si trovi in area emiliana nei prossimi giorni.

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Il sogno di Palumbo e De Cataldo

mercoledì, 19 novembre 2008 - 23:11

Ne avevamo anticipato uscita e alcuni dettagli: l’idea letteraria, il raffinato approccio all’immagine e diverse stupende illustrazioni.
Un sogno turco di Giancarlo De Cataldo e Giuseppe Palumbo è arrivato nelle librerie e molte promesse sono già mantenute.
Mi accingo a leggerlo e non ci tornerò sopra per una vera e propria recensione (spero piuttosto di leggerne molte) ma le premesse per un racconto avvolgente e suggestivo almeno quanto le immagini evocative e affascinanti di Palumbo ci sono tutte.
Dal punto di vista puramente illustrativo (e tecnico) Palumbo sfiora e forse raggiunge il capolavoro. Ma già a una rapida scorsa del volume è lampante che anche lo storytelling è tra i suoi più brillanti.

Procuratevelo e fatevi una vostra opinione ma non ponete tempo in mezzo: quando per fiuto, mestiere o (perché no) felice casualità la grande editoria dà spazio al talento e realizza simili exploit, bisogna mandare un segnale chiaro e premiare l’uscita.

Palumbo: Un sogno turco

venerdì, 3 ottobre 2008 - 07:00

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Un sogno turco

Tra carte e progetti in corso sulla scrivania di Giuseppe Palumbo, ci salta agli occhi una tavola che da sola è già un racconto. Raffigura i resti di antiche mura con alcuni affreschi in parte cancellati dall’erosione della sabbia e del vento.
Inizia così Un sogno turco, il fumetto in uscita per Rizzoli, che Palumbo ha realizzato basandosi su un racconto scritto da Giancarlo De Cataldo. L’idea è partita dall’autore di Romanzo Criminale e ha avuto una lunga gestazione visto che i primi bozzetti risalgono a circa cinque anni fa. Al momento di riprendere il progetto Palumbo ha pensato però di ripartire da zero, con nuove soluzioni.

D’altra parte è sua abitudine non bagnarsi mai due volte nella stessa acqua. Se L’ultima volta di Anton Karas aveva preso vita su carta di qualità e formato sempre diverso, in Un sogno Turco Palumbo si attiene a una rigorosa scelta del supporto: una carta di cotone colorata. Se in Tomka la durezza della storia richiedeva bianchi e neri dai forti contrasti, qui l’atmosfera si fa più rarefatta.

Vi consiglio di assaporare lentamente l’intervista che segue, perché è l’ultima della serie che abbiamo dedicato a Palumbo. E visto che ormai scorrono i titoli di coda, ne approfitto per ringraziarlo per le bellissime tavole che pubblichiamo in anteprima.

(Francesca Faruolo)

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta nel giugno 2008

Resti di antiche mura

A poca distanza dall’uscita di Tomka, che hai realizato con Massimo Carlotto, stai già pubblicando un nuovo fumetto con De Cataldo. Queste collaborazioni, interessanti dal punto di vista artistico, rispondono anche a precise scelte editoriali. Che idea ti sei fatto? Credi che opere come queste riescano mettere d’accordo i lettori del romanzo e quelli del fumetto. O magari, chissà, creano un nuovo tipo di pubblico?
I grossi editori, come Rizzoli, hanno seguito un trend editoriale sempre più diffuso, quello del romanzo a fumetti. Probabilmente per questioni di opportunità, hanno scelto la strada di affiancare uno scrittore con un nome consolidato a quello di un narratore per immagini di adeguato spessore: forse un escamotage commerciale per poter produrre con maggiori margini di sicurezza dei nuovi graphic novel.
Nel mio caso si è trattato di due incontri (quello con Carlotto e quello con De Cataldo) più o meno fortuiti, ma molto felici creativamente parlando. I nostri lettori? Voglio sperare anch’io che ce ne siano di nuovi, ma mi accontento dei miei pasdaran e di quelli (più numerosi) dei miei amici scrittori. Sul catturare i lettori del romanzo e portarli a leggere fumetti, la vedo più difficile: sono lettori abitudinari, molto di più dei lettori di fumetti.

fantasy mediorientale

Qual è l’ambientazione di Sogno turco?
È genericamente mediorientale e ha come possibile sfondo la strage degli armeni, anche se non si tratta di una ricostruzione storica come avevamo invece fatto con Carlotto per Tomka: è tutto suggerito, una specie di Mille e una notte da orientalisti, più che una fotografia realistica dell’Armenia. Si tratta in primis di una scelta di De Cataldo. È un testo di fantasia, senza alcuna pretesa scientifica e cercherò di impostarlo come una specie di fantasy mediorientale. Un po’ un mio pallino, essendo io archeologo. Quando Giancarlo mi ha proposto la storia è stata una vera goduria: un’apertura su un muro antico ricoperto da affreschi per me era un invito a nozze, quasi come tornare a casa. (mostrando le tavole) Questo è lo storyboard, e ho già realizzato le prime otto pagine. Sembra già “più fumetto” rispetto a Tomka, che secondo me conserva un impianto letterario da racconto in prosa. Già il taglio di partenza di De Cataldo è più cinematografico, con più dialoghi. Ci sono poi parti più scritte che penso io ad adattare, ma l’idea di aprire con un dialogo e delle zoomate è cinematografica e fa entrare prima il lettore nella storia. Nel passaggio al fumetto non dovrò aggiungere nulla, anzi, forse dovrò togliere qualcosa per renderlo più scorrevole. Come già per Tomka, è scritto come un racconto in prosa e il mio compito è adattarlo a fumetti.

western turco-balcanico

Come entra nella storia la strage degli Armeni?
È una specie di western turco-balcanico e anche se a partire dal titolo l’ambientazione è dichiarata, non si va molto oltre. Per esempio, non si cita una località precisa, ma siamo chiaramente agli inizi del Novecento, quando si è verificata la strage degli Armeni, che viene nominata. Ci sarà una ricostruzione, ma poi la cosa resta lì, come una specie di allucinazione, qualcosa che potrebbe anche non essere mai esistito. Che è poi la percezione che molti hanno di queste vicende. A differenza dell’Olocausto, di cui esiste una pletora di documenti inoppugnabili, sulla strage degli Armeni restano quasi solo le testimonianze orali, e poco altro, come per esempio fotografie uscite dal paese per vie traverse. Delle vicissitudini di questi reperti parla La masseria delle allodole.

Per Sogno turco stai usando una carta particolare…
Si, l’idea è quella del Conte Notte: Magnus docet, è lui il maestro. Uso una carta colorata di cotone della Cartiera Magnani, con cui ho in mente di sperimentare una certa soluzione. Userò sempre questa carta, ma si alterneranno sequenze realistiche ad altre più oniriche, e potrei decidere di differenziarle con stili di disegno diversi. Dovrebbe essere a due colori, anche se ancora non ne sono certo.

Altre tavole



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Le immagini a corredo dell’articolo sono Copyright © RCS/Giancarlo De Cataldo/Giuseppe Palumbo

Palumbo: Eterna Artemisia

venerdì, 26 settembre 2008 - 07:00

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Eterna Artemisia di Giuseppe Palumbo, Ed. Comma 22 - 2008

"Eterna Artemisia" di Giuseppe Palumbo, Ed. Comma 22 - 2008

Invitato a realizzare una storia a fumetti per la mostra “Caterina e Maria dei Medici: donne al potere”, Giuseppe Palumbo ha creato Eterna Artemisia, personale elaborazione della leggenda di Artemisia già rievocata nei 15 arazzi del XVII secolo che rappresentano il nucleo centrale dell’esposizione.
Palumbo è risalito alle radici ancestrali del mito, collegando Artemisia alla dea greca Artemide che nella città di Efeso, e in generale nelle regioni mediterranee, era derivata dal più antico culto della Grande Madre.
Seguendo questa traccia ha quindi immaginato un racconto ambientato in un futuro distopico dove tra echi di antiche civiltà del Mediterraneo e scontri mitologici rievocati da visioni (Artemisia è anche il nome botanico della pianta da cui è ricavato l’assenzio) Artemisia riscatterà l’”eterno principio femminile” oppresso dal potere maschile.

Di Artemide, oltre al tempio di Efeso, sopravvive ancora l’emblema che le è appartenuto: una falce di luna, oggi anche simbolo del mondo islamico. Questa associazione può sembrare bizzarra ma la storia, si sa, intreccia i propri fili unendo civiltà e culture apparentemente lontane. Se c’è chi tenta di ripulire le origini tagliando le trame, altri sono pronti a ricucirle, portando alla luce un antico arazzo, o magari un fumetto.

Le tavole di Eterna Artemisia saranno collocate in un’apposita sezione della mostra che aprirà a Palazzo Strozzi il 24 ottobre. I disegni saranno proposti nella versione precedente il montaggio al computer, senza balloon e vignette: scelta sicuramente appropriata che farà apprezzare al meglio la bellezza delle immagini, basate su quel “bianco e nero ottenuto dal contrasto” di cui si è già parlato su questo blog.

(Francesca Faruolo)

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta nel giugno 2008

"Bevi e risvegliati" - pag. 24

Perché l’idea di un fumetto sulla leggenda di Artemisia?
Il direttore di Palazzo Strozzi, James Bradburne, si è fatto l’idea che Caterina de’ Medici prima di addormentarsi leggesse i fumetti, perché aveva attorno a sé nella sua camera da letto una serie di arazzi che raccontavano una storia in sequenza. E in effetti, se pensi che per realizzarli c’è stato qualcuno che ha scritto dei testi, un altro che ha fatto le matite e un altro che ha intessuto… alla fine ci siamo quasi. Quindi la sua idea mi ha affascinato immediatamente. A Bradburne interessava che io reinterpretassi ancora una volta il mito contenuto in questi arazzi per dare l’idea che questa storia potesse continuare. Per il resto ho avuto carta bianca. Gli arazzi di Caterina de’ Medici raffigurano le Storie di Artemisia.

Come prende vita la leggenda di questa regina e quali sono state le tue fonti?
Secondo il mito Artemisia era una regina reggente, moglie di Mausolo, e a lei si deve la costruzione del famoso “mausoleo” dopo la morte del marito. Già nell’antichità c’è stata una confusione tra due regine di nome Artemisia vissute più o meno entrambe in Asia Minore. Artemisia diventò così l’insieme di più figure storiche e questo fece nascere il mito. La prima di queste regine aveva combattuto a Salamina nell’esercito di Serse dimostrando delle incredibili doti da guerriera. Durante la battaglia, per esempio, vedendosi circondata dal nemico aveva attaccato un altro satrapo per deviare da sé l’attacco dei greci e Serse se ne accorse perché stava in alto a guardare la battaglia. Questa Artemisia era quindi una fine stratega. Boccaccio parla del mito di Artemisia nel suo De Mulieribus Illustribus.

Dove finisce il mito e dove inizia la tua immaginazione?
Bradburne mi chiedeva di rinnovare questo pastiche leggendario aggiornando il suo meccanismo mitopoietico. Ho quindi scritto la mia storia partendo dal fatto che il nome “Artemisia” deriva da Artemide, divinità greca che a sua volta riconduce al culto della Grande Madre. Ho voluto così proiettare la figura di Artemisia dalla preistoria, in cui ha avuto origine il mito, a un futuro possibile in cui è ambientato il mio racconto. Ho scoperto lungo il percorso che distopie come quella che descrivo erano già state immaginate e sviluppate proprio con delle teorie alla fine dell’Ottocento. C’era per esempio uno studioso francese che proponeva per le donne una sorta di leva per la procreazione coatta, così come per gli uomini è in uso la leva militare. Le donne dovevano essere riunite in una sorta di alveare allo scopo di mettere al mondo i figli.

Dal passato arcaico al futuro distopico, c’è un bel salto. Ci descrivi a grandi linee come si svolge la storia di Eterna Artemisia?
Siamo in un futuro in cui le donne sono quasi esclusivamente sottomesse agli uomini. Artemisia diventa il capo di una rivoluzione femminile. Il coprotagonista è un personaggio che spero di sviluppare in altre storie. Si chiama Chimera ed è una sorta di versione femminile dell’Uomo Mascherato, che sorveglia e protegge l’eterno Principio Femminile. Nella storia esiste una specie di setta che si tramanda di donna in donna con il compito di riportare alla luce l’eterno Principio tutte le volte che viene schiacciato. Eterna Artemisia racconta la presa di coscienza da parte di una ragazza che non vuole essere una semplice “fattrice” in una società totalmente dominata dagli uomini.

Quali punti di contatto vedi tra la civiltà in cui hai ambientato la tua storia e la realtà di oggi?
In Eterna Artemisia sono finiti certamente alcuni elementi legati alla realtà dei nostri giorni (le sperequazioni sociali risolte con un eccesso di sicurezza e con la separazione piuttosto che con l’integrazione e qui alludo a Samsara la città verticale, organizzata militarmente e sotto lo sguardo continuo di telecamere e polizia, e, al contrario, la città orizzontale, abitata dagli scarti, le Donne e gli Uomini Talpa [il link punta a un articolo sul Blog di “Action 30”, rivista con cui Palumbo collabora. Ndr]; la biopolitica è la chiave di lettura…). Ci sono poi immagini visionarie che ho ripreso dalla realtà, come i grattacieli rotanti eolici che stanno costruendo a Dubai.


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Palumbo e il terzo uomo

venerdì, 19 settembre 2008 - 09:00

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Della musica, che nutriva il lato migliore di sé,
da quel momento si fece uno scudo, a forma di zither.
(G. Palumbo “L’ultima volta di Anton Karas”)

Anton Karas e il suo zither

Anton Karas e il suo zither

Il progetto “tutto personale” di Giuseppe Palumbo si intitola L’ultima volta di Anton Karas ed è una storia che procede per frammenti, seguendo le tracce di un uomo che sparisce nel nulla. Il suo nome è Anton Karas. Vi dice qualcosa?

Anton Karas era un suonatore di zither che si esibiva abitualmente nelle birrerie viennesi per il pubblico locale. Nel 1948 il regista Carol Reed, che era a Vienna per girare Il Terzo Uomo, ebbe occasione di sentirlo suonare e rimase colpito dalle sue composizioni che non erano né valzer né musiche popolari.

Pensò che erano perfette per l’ambientazione del Terzo Uomo e propose ad Anton Karas di realizzare la colonna sonora del film. Senza immaginare lontanamente a quale destino andasse incontro, Anton Karas accettò. Nel 1949 Il Terzo Uomo uscì nelle sale e la colonna sonora riscosse un enorme successo tanto che in quello stesso anno il disco vendette mezzo milione di copie, numero davvero ragguardevole per l’epoca.

Anton Karas divenne da un giorno all’altro una star mondiale, ma non si adattò mai del tutto a questa nuova vita, provando nostalgia per l’ambiente da cui era venuto e per il suo vero pubblico. Nel 1966 decise perciò di abbandonare la scena, uscendo per sempre dallo sfavillante mondo delle celebrità in cui era entrato per caso. La vita di Anton Karas è segnata da questa tensione tra fama e anonimato, fulgore e oscurità su cui Palumbo ha innestato una storia giocata sul tema del doppio.

Il musicista assume qui un ruolo di terzo uomo che lo rende misteriosamente ambiguo: proiettato nel passato come modello cui aspirare, nel presente come ciò che ognuno di noi si lascia alle spalle crescendo, e nel futuro come proiezione dell’ignoto che ci attende. In ogni caso, un’ombra al nostro fianco. Nell’intervista che segue Palumbo ci ha dato qualche indizio per comprendere ciò che l’ha spinto a dar vita a questo personaggio sublimando una vicenda personale in una storia narrata per fotogrammi e impressioni.

(Francesca Faruolo)

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta a Bologna nel giugno 2008

Chi è veramente Anton Karas?
Ho usato Anton Karas come pretesto. In realtà L’ultima volta di Anton Karas è una storia molto personale. Non volevo farlo diventare un racconto autobiografico, però di fatto lo è. Solo che anziché esserci come protagonista “Giuseppe Palumbo – disegnatore”, c’è “Anton Karas – musicista”. L’idea di un’esistenza che diventa di colpo evidente e poi scompare mi piaceva molto. Ricorda un po’ il ciclo della vita. Così il mio Anton Karas non è né il vero Anton Karas, né è Giuseppe Palumbo: è un “terzo uomo”. La storia racconta di me da ragazzino, quando a Matera mi dovevo confrontare con un altro Giuseppe Palumbo. Si chiamava proprio come me ed era l’esatto mio opposto. Faccio un esempio banale: prendeva 10 in tutte le materie e mio padre lo portava sempre ad esempio. “Sì – rispondevo io – però in disegno ha 6!”.

Chissà che tormento…
In realtà mio padre fece bene ad aprire il confronto. Questo ragazzo poi è morto giovanissimo lasciando un vuoto grandissimo. Avrà avuto 14 o 15 anni e la notizia fu un vero shock per gli abitanti di Matera. Io l’ho vissuta molto male. Anche perché facevo fatica a confrontarmi con lui e da quel momento mi è venuto a mancare il contraltare. Ho reagito cercando l’eccellenza che lui rappresentava (per lo meno nei campi in cui potevo farcela!). Io non ero più lo stesso e lui non c’era più: ero diventato io stesso un terzo uomo.

Tavola dal 4° episodio

Tavola del 4° episodio

La carta e il formato della storia sono diversi da episodio in episodio. Come pensi di accorparli?
Si, sono tutti diversi e alla fine li accorperò in un numero di “Troglodita”. Una volta assemblati sarà evidente comunque il perché delle differenti scelte tecniche in relazione allo sviluppo narrativo della storia.

Le tavole sono pensate e preparate secondo un’idea definita in partenza, anche dal punto di vista della sceneggiatura o crei la storia strada facendo?
Ho scritto tutta la storia come se si trattasse di un racconto perciò il lavoro successivo è quello di adattare questo testo alle esigenze del fumetto e di assemblare i disegni.

Perché hai scelto di pubblicare L’Ultima volta di Anton Karas a puntate sul blog di Troglodita?
Ho iniziato a postare così le tavole perché il blog è una sorta di rivista virtuale che serve anche per dar spazio a storie che non so se verranno mai pubblicate. Quindi lo uso come terreno di sperimentazione.

Tavola del 1° episodio


L’ultima volta di Anton Karas
è pubblicato a puntate sul blog di Troglodita, l’antologia di NdA che raccoglie i fumetti e gli esperimenti di Giuseppe Palumbo.
1° episodio
– 19 maggio 2007
2° episodio
– 28 luglio 2007
3° episodio
– 1 settembre 2007
4° episodio – 27 dicembre 2007
5° episodio – 7 settembre 2008

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Palumbo: il Disegno

venerdì, 12 settembre 2008 - 00:01

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I prossimi post vi parleranno del Palumbo autore e narratore, con anticipazioni sui suoi prossimi lavori.

Io ho approfittato dell’occasione per parlare con lui di Disegno: un elemento della narrazione a fumetti che non va sopravvalutato ma che non si dovrebbe mai sottovalutare, e di cui raramente si parla andando oltre considerazioni superficiali. Ci ho provato, sapendo che sarebbe stato comunque interessante farlo con un autore con la sensibilità grafica e la cultura visiva di Palumbo.

Nei dintorni del tavolo da Disegno

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta a Bologna nel giugno 2008

Fin dagli inizi su Frigidaire, più di 20 anni fa, sei sempre stato il più tecnico dei giovani leoni che cominciavano in quegli anni. Lo attribuivo alle tue letture supereroistiche: un tipo di fumetto che, pur lasciando ampi margini a esagerazioni e iperboli grafiche, richiede un grande controllo e un disegno solido.
L’impressione è che
a un certo punto tu abbia deciso che era venuto il momento di “rompere la gabbia”, cercando stili o tecniche di disegno per limitare o eliminare l’uso preliminare della matita, alla ricerca di spontaneità e velocità maggiori.
Nelle mie cose passate c’è sicuramente un aspetto più calligrafico. Per via della maggiore insicurezza, immagino: la ricerca di un’immagine più rifinita rifletteva le difficoltà tecniche. Questo mi portava a fare, disfare, cancellare, anche con fatica.

D’altra parte, anche Magnus ha sempre fatto molta fatica.
Lui addirittura di fatica ne ha fatta, progressivamente, sempre di più. Dal canto mio, avendo visto all’opera Pazienza, avevo voglia di andare nell’altra direzione. E poi c’era quello che andava “disfacendo” Pratt con Corto Maltese: un’operazione affascinante quanto depauperante. Mi rendevo conto che la storie che stavo leggendo non erano quelle a cui ero abituato: secondo me, Pratt ha esagerato ma la sua idea di rapidità della narrazione, di puro gesto, era importante e non escludeva altri approcci. Lo stesso Pazienza, quando lavorava a colori era molto più preciso che in bianco e nero.
Quando lavoravo in bianco e nero i riferimenti erano il Magnus seriale e gli argentini: un disegno solidissimo ma al servizio di un bianco e nero molto rapido (penso al Breccia di Mort Cinder).

In breve, queste tensioni contrapposte in me ci sono sempre state, fino a quando l’occasione ha fatto il Palumbo ladro: Mario Punzo della Scuola del Fumetto di Napoli mi invitò a eseguire una performance pubblica dal vivo (una cosa strana per noi fumettari, che le performance le facciamo normalmente a casa, sul tavolo da disegno). Si trattava di disegnare su un pannello di diversi metri quadrati, seguendo una semplice traccia a matita che alla fine è risultata quasi invisibile. Fu come se si rompessero le acque, una seconda nascita in cui il disegno – un soggetto di Sìsifo piuttosto complesso, tra l’altro – nacque spontaneamente, lavorando direttamente di pennello e pennarelli, quasi dimenticandomi il disegno di base.
Vedendo il risultato finale, capii che ero in grado di lavorare in maniera diversa da come avevo fatto sino a quel momento e ripresi a fare un po’ di esperimenti col pennello.

C’è poi l’esperienza del “disegno di redazione”, durante il periodo della Phoenix: poco tempo e tanti disegni da fare, per cui il bianco e nero era la scelta obbligata. Penso ai tantissimi disegni realizzati per l’Isaac Asimov Magazine, tutti con i pennarelli trovati sul momento, in redazione, etc.

Arrivo così a Diario di un pazzo, nato su una proposta di Frigidaire in una versione a colori per un numero dedicato alla Cina. Sparagna mi chiese l’adattamento di un classico cinese e lui voleva Lo Scimmiotto. In sei-otto pagine… non ti dico. Accantonata l’idea, mi tuffai nella letteratura cinese e trovai questo racconto di Lu Xun che non conoscevo: leggendolo mi innamorai immediatamente del testo e pensai che potesse essere un’occasione per questo nuovo stile.

Adesso, ogni tanto, mi viene persino a noia il dovere fare le matite, anche se resta un esercizio di ordine e disciplina che ai fumettari può fare solo bene: un lavoro preparatorio a matita prima dell’inchiostrazione fa sì che il lavoro non sia velleitario.

Niente matita per Lu Xun

Niente matita per Lu Xun, autore di "Diario di un pazzo"

Mi sembra che questo abbia avuto una ricaduta anche sul tuo stile più tradizionale (chiamiamolo così), come per esempio negli speciali di Diabolik: campiture di neri e masse modellate con pennellate ampie che fanno pensare a un disegno molto rapido, anche se con una lavorazione ancora convenzionale (prima la matita, poi la china). Il tutto facilitato dalle caratteristiche grafiche del personaggio, a partire dal costume.
Il mio riferimento è il Magnus del periodo nero, con buona pace delle Giussani che forse non ne sarebbero felici. Quelle campiture che citi servono anche a fare “ritrovare a casa” il lettore italiano e prima ancora me stesso. Quanto al costume, devo dire che non ero mai stato un lettore di Diabolik ma graficamente mi era sempre piaciuto.

Non vedo un cambiamento quando lavoro col mio stile “veloce”, a “pennarello diretto”: la differenza sta nella velocità del segno ma l’impianto dei bianchi e dei neri è identico. Può risaltare di più la gestualità del segno, mentre in Diabolik è in evidenza la calligrafia, ma le inquadrature sono circa le stesse, e anche la tecnica e gli strumenti: bianco e nero con pennelli, pennarelli e poco altro.

Stessa storia per EternArtemisia [lavoro di Palumbo di imminente uscita, ampiamente presentato su Scuola di Fumetto e di cui parleremo in un prossimo post – NdR], per cui faccio una vignetta alla volta, una per foglio: poi scansiono e monto la pagina secondo uno schema di riferimento già pronto. Lavoro in questo modo dai tempi di Diario di un pazzo: mi consente la massima libertà di costruzione, assemblaggio e regia. È un bianco e nero basato non sul segno ma sul contrasto e questo mi permette di non avere troppi problemi di scala coi disegni, che comunque riduco sempre nella stessa percentuale.

Fumetto e (aspirante) spettacolo teatrale

Inoltre, questo semplifica l’ulteriore operazione di montaggio video che si farà sulle tavole e che sarà visionabile sul sito della mostra di Artemisia. Realizzeremo una specie di semi-animazione, davvero minima: un balloon che compare e scompare, cose di questo tipo. Era una cosa che volevo fare già in passato, per esempio con Vorrei cantarti una canzone d’amore: uno spettacolo teatrale in cui gli attori avrebbero dovuto recitare su un montaggio video proiettato su schermo e dove, quando la storia richiedeva un pezzo cantato, sul palco uscivano i cantanti.

Devi comunque passare da un modo di disegnare a un altro. Un’alternanza che in certi periodi, a causa delle scadenze incrociate, potrebbe anche diventare frequente: quando capita, non ti costa fatica?
Assolutamente no, e anche questo dovrebbe dare l’idea di come per me si tratti sempre dello stesso tipo di lavoro. Ieri per esempio ho fatto un paio di tavole di Artemisia e oggi sto lavorando su questa [mostrando una tavola di Sogno Turco, di cui parleremo in un prossimo post – NdR]. Non riuscirei mai a restare inchiodato a uno stile, o anche solo a un personaggio.

Nemmeno a uno tuo?
Con Ramarro, per esempio, dopo i due albi per Frigidaire, per me la storia era chiusa. Quando Bernardi mi chiese di fare storie nuove per Nova Express preferii cambiare accettando la proposta di Daniele Brolli di “rivedere” Ramarro sulla sua rivista Cyborg. Fu un’idea vincente: trovo che il suo lavoro funzioni ancora oggi e che quelle storie restino una delle mie cose migliori. Senza privarmi della possibilità di fare Ramarro come ai vecchi tempi, quando mi interessa: come per esempio nel reportage di Ramarro a Mosca che ho fatto per Scuola di fumetto. E un po’ di tempo fa ho fatto una storia per la rivista della Kodansha, un team up tra Ramarro e Cut.

In definitiva, dal tuo punto di vista non c’è una vera differenza tra i tuoi vari stili.
La vera differenza per me c’è tra il colore e il bianco e nero, due esperienze completamente diverse. Col colore ho a disposizione una serie molto più ampia di gamme e sfumature ma c’è il problema della riproduzione: agli inizi l’esperienza di Ramarro è stata deludentissima. Non c’era verso di ottenere una riproduzione soddisfacente dei colori, e lo hanno detto tutti quelli che hanno visto le tavole originali. Con le storie nuove andò un po’ meglio.

In bianco e nero posso ricorrere ai retini, che ogni volta che è possibile uso in forma “tradizionale” (applicandoli a mano, non al computer). Per esempio, insieme a Daniele Brolli stiamo preparando nuove storie della serie Sogni della città che speriamo di fare uscire presto: ho già ordinato i retini alla casa produttrice, per essere certo di mantenere l’uniformità stilistica.

Col Sole 24 Ore come procedi, invece?
Coloro al computer e, in ogni caso, sono collaborazioni abbastanza sporadiche e particolari. All’inizio, avvertivo quasi una sorta di imbarazzo: non sapevano se chiedermi un fumetto o un’illustrazione, e forse non avevano chiarissima la differenza. È anche possibile che fossero titubanti all’idea di pubblicare fumetti su quel tipo di giornale, o che ritenessero di farmi cosa più gradita richiedendomi un’illustrazione, mentre io spiego subito che non c’è nessun problema, anzi. Così, ogni tanto mi chiedono espressamente una vignetta o un’illustrazione “non fumettata”. Altre volte ci accordiamo per dei fumetti, come nel caso di La Monaca di Monza e Dunkerque. Soprattutto nel secondo ho avuto campo libero, perché il testo che avevo ricevuto era ancora da tradurre e dopo averlo letto decisi di realizzare una sorta di prequel rispetto al contenuto dell’articolo, soprattutto per evitare possibili sovrapposizioni ed errori nel caso di diversa interpretazione da parte dei traduttori. Naturalmente, anticipo sempre un bozzetto.

"Dunkerque" - Sole 24 Ore, 25 maggio 2008

Con la Monaca di Monza c’è stato qualche malinteso con l’autrice dell’articolo, secondo cui non avevo rispettato le sue intenzioni. A parte un piccolo problema terminologico, subito superato (per indicare il rapporto tra la Monaca di Monza e il suo spasimante avevo usato il termine tresca, che lei non avrebbe mai usato, giudicandolo moralista), mi si contestava la rappresentazione di quelle monache del Seicento, che avevo disegnato con una tonaca che all’epoca non era in uso. Storicamente l’osservazione è corretta: si trattava sostanzialmente di nobildonne che vivevano in convento, senza un abbigliamento particolare. Ma nell’immaginario del lettore la Monaca di Monza è quella che siamo abituati a immaginarci sin dalla prima edizione illustrata de I Promessi Sposi: un’imprecisione storica cristallizzata e tramandata.
Così, non ho fatto altro che recuperare quell’edizione e riprendere da lì volti e abbigliamenti della monaca e dello spasimante. Se non avessi fatto così, i lettori non l’avrebbero riconosciuta.

"La Monaca di Monza" - Sole 24 Ore, 20 aprile 2008

Lo stesso meccanismo che Will Eisner individua nell’Oliver Twist di Dickens e che denuncia con Fagin l’ebreo. Polanski, invece, col suo film del 2005 riprende al 100% l’immagine tradizionale di Fagin. Possiamo dire che stai alla Monaca di Monza come Polanski sta a Oliver Twist? Il criterio iconografico che hai seguito è lo stesso.
Possiamo dire che ho fatto una scelta precisa di filologia delle immagini.

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Palumbo

venerdì, 5 settembre 2008 - 00:01

Gli altri post
Palumbo: il Disegno
Palumbo e il terzo uomo
Palumbo: Eterna Artemisia
Palumbo: Un sogno turco

Palumbo è Giuseppe Palumbo. Nel seguito lo chiamerò solo per cognome.
Un suo disegno è servito a suo tempo come testata di questo blog (qui trovate l’originale) ed è un bozzetto per il suo progetto “Anton Karas”, di cui scriveremo presto. Io e Francesca abbiamo infatti incontrato Palumbo e dedicheremo cinque post (compreso questo) ad alcuni degli argomenti toccati.
I post, riccamente illustrati con le Meraviglie di Palumbo, verranno pubblicati tutti i venerdì, in modo da darvi un po’ di bellezza in più di cui bearvi nel finesettimana.

Palumbo al lavoro (Foto Andrea Venturini)

Palumbo al lavoro (Foto Andrea Venturini)

Da mesi so che avrei dovuto spiegare i motivi per cui considero Palumbo un caso unico tra gli autori italiani di fumetti (che è solo la più completa delle possibili qualifiche di questo artista visivo). Anche così, resto in imbarazzo.

Autore colto e a tratti concettuale, popolare, crasso, volgare.
Viscerale, istintivo, anarchico, razionale, disciplinato.
Per carattere e formazione (è archeologo), rispettoso della Grande Tradizione che sa guadagnarsi le maiuscole sul campo.
Per istinto, tentato dalla vitalità eversiva e iconoclasta della sperimentazione, che pratica appena può.

Come tutti i disegnatori ama i materiali, gli strumenti, gli aspetti pratici e la manualità del mestiere del disegno: carte, matite, pennini, pennelli, pennarelli, chine, inchiostri, colori. Una materialità che non lo vincola né lo condiziona quando gli strumenti più adatti ai suoi obiettivi artistici o professionali diventano scanner, tavoletta grafica e Photoshop. Di cui a suo tempo (uno di quelli non sospetti) è diventato rapidamente un abile utilizzatore, intuendo e gestendo possibilità e limiti della digitalizzazione.

il sito (www.giuseppepalumbo.com)

Palumbo in rete: il sito

Palumbo sa usare con disinvoltura stili diversi. Diversità che anche con noi ha minimizzato ma di fronte alla quale allievi e colleghi autori sospirano.
Palumbo sviluppa e realizza qualsiasi progetto legato alla grafica e all’illustrazione: copertine e illustrazioni di libri, progetti grafici per CD e cofanetti, poster.
Palumbo rispetta le scadenze.
Palumbo sa lavorare gomito a gomito con redattori, giornalisti, grafici, fotolitisti, tipografi: capisce le loro esigenze, accetta di ricevere consigli utili per la migliore riuscita del lavoro e sa darne a ciascuna di queste figure, perché in momenti diversi della sua carriera (e a volte ancora oggi) è stato uno di loro.
Palumbo regala storie e illustrazioni a riviste e fanzine che non possono pagarle, specialmente se sono fatte da giovani.
Palumbo, quando invitato, partecipa sempre a mostre e festival snobbati da autori molto meno noti di lui, dovunque si svolgano (anche in quel paesino dell’Alta Val Tecchione da cui i vostri amici sono tornati con 27 ore di riprese in tempo reale di paesaggi mozzafiato, cime al tramonto e corolle di fiori che, teneramente, si dischiudono all’alba): seguendo le partecipazioni di Palumbo a mostre e festival ho scoperto località che non conoscevo, migliorando le mie nozioni di geografia.

il Blog

Palumbo in rete: il Blog

È davvero difficile dare un’idea della palumbità (palumbness) senza ricorrere a nomi imbarazzanti anche per Palumbo, che per sua ammissione vi ritroverà modelli riconosciuti.

Il senso della disciplina, il rispetto per la fatica propria e altrui, il rifiuto della distinzione falsa e artificiosa tra un fumetto Alto e uno Basso, la ricerca costante, l’interesse per la Cultura e il rispetto per le culture diverse dalla propria sono quelli di Magnus.

Per parlare del suo eclettismo grafico, dell’incapacità di ripetersi, della tensione costante tra sperimentare e consolidare dobbiamo scomodare Mœbius (assai più di Pazienza, anche se Palumbo potrebbe pensarla diversamente; ma è difficile pensare a Pazienza che consolida qualcosa, mentre Palumbo semina abbondantemente e con generosità anche perché ama raccogliere; discorso diverso, che sfioreremo, è l’influenza di Pazienza sul suo approccio al Disegno).

Palumbo è considerato un maestro ormai da più di una generazione di giovani autori di fumetti, sedotti da un segno grafico potente e personale e da una sintesi unica di mestiere e fantasia, disciplina ed estro artistico.
Palumbo è bravo a insegnare, ama farlo e lo fa da anni in scuole di fumetto e corsi di formazione professionale.
Palumbo, insieme alla moglie Barbara Ferri (“l’altro 51%”), gestisce un intero studio, i relativi collaboratori e tutti i necessari rapporti con i committenti (case editrici, aziende private, enti pubblici), per non parlare delle incombenze amministrative, dello spirito d’iniziativa e imprenditoriale necessario a condurre una struttura di questo tipo, per quanto “orientata artisticamente”.

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Palumbo rappresenta una mutazione dell’editoria a fumetti del nostro paese, dove questa convivenza di attitudini artistiche e professionali altrimenti distinte e spesso contrapposte non sembra avere precedenti. Vincendo le ultime esitazioni, per un paragone mi trovo costretto a ricorrere a un autore/imprenditore/manager di se stesso e di altri come Will Eisner.
Sarà un caso, ma anni fa i due hanno brevemente rischiato di collaborare e oltre a quanto sopra condividono la necessità di lasciare un’impronta personale su qualsiasi lavoro, non importa quanto commerciale, istituzionale o potenzialmente omologante. E la capacità di riuscirci.

Hanno detto di Eisner quello che ogni tanto penso di Palumbo: “Non c’è nessuno come Palumbo. Non c’è mai stato e, nei miei momenti più bui, dubito che ci sarà mai più.”

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Tutte le immagini a corredo dell’articolo sono di Giuseppe Palumbo, Copyright © dei rispettivi detentori


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