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Splendori Americani

martedì, 13 luglio 2010 - 00:04

Come capita spesso, oggi la notizia del giorno arriva da afNews. Faccio passare un po’ di tempo. Non la chiamerei elaborazione del lutto, devo solo abituarmi all’idea.
Risalgo a una delle fonti originali, poi ne cerco una, due, tre altre. Leggo tutto, senza aggiungere molto alla cronaca: è morto Harvey Pekar.

Non ho più di una ventina di minuti per questo post ed è assolutamente impossibile che riesca a dare un’idea di chi fosse Harvey Pekar e quale sia (verbo al presente) il suo posto nella cultura americana degli ultimi 40 anni. Soprattutto quella a fumetti ma stavolta stare a specificarlo sa proprio di piccineria, di sciocco, infantile, mai così giustificato orgoglio di parte.

Non spreco tempo e indignazione per un fatto che è sorprendente anche solo statisticamente: ai fini pratici, Harvey Pekar è inedito nel nostro paese (questa edizione passata quasi inosservata è di due anni fa e non cambia granché; e questo, anch’esso recentissimo, non è un suo lavoro tipico).

Davvero non so come sia possibile una cosa del genere.

L’aneddotica su Pekar è sterminata. Ma basti una sola cosa: per lui disegnava Robert Crumb (a quanto mi risulta, l’unico altro che può dire una cosa del genere è Aleksandar Zograf) e corrono voci di una sua certa soggezione artistica. Sua di Crumb.

Su di lui troverete iperboli a non finire, a cui aggiungo le mie: il Chekhov dell’Ohio, il Bukowski della Middle Class, il Balzac delle periferie urbane. Fanno un po’ ridere e sono tutte inadeguate. D’altra parte qua ci sono di mezzo la Vita e la Poesia. Voi che fareste con 20 minuti per un post su François Villon, Arthur Rimbaud, Alda Merini, Dino Campana e Piero Ciampi, tutti insieme? Sto semplificando cedendo alle frasi a effetto ma ho un alibi: non sono un critico. E non semplifico più di frasi come “la vera arte nasce dal dolore”, una delle iperboli di cui sopra.

Nessuno come Harvey Pekar ha incarnato l’America vera e profonda. Il suo American Splendor è l’unica, grande saga a fumetti della letteratura americana, un documento indispensabile – storia dopo storia, serie dopo serie – per leggere un paese (una cultura?) centrale per la storia recente, al fuori dalla deformazione stereotipizzante dei media, dell’industria culturale e dello show business.

Qui (scusate, non riesco a integrare il codice del video) è lui al 100%.

Pekar è molto caro al mio amico Stefano Gaudiano, che di Pekar custodisce un piccolo segreto. Stefano, ti va di dircelo?

Infine, Pekar era del 1939: come Magnus, Mœbius, Fabrizio De André e altra gente interessante (di Magnus e Mœbius lo sapevo a memoria; lascio a voi qualche ricerchina un po’ frivola: in rete ci sono un sacco di strumenti). Non penso che le coincidenze significhino granché (sorry, Mister Jung), preferirei non sentire nominare la parola “numerologia”, e nel 1939 sono nati sicuramente un bel po’ di gaglioffi o anche solo di soggetti noiosi. Volevo dire di stare un po’ su: non è che in quell’anno abbiano soltanto invaso la Polonia.


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