Posts Tagged ‘Adam McGovern’

Non è un rigurgito fisiologico

giovedì, 16 dicembre 2010 - 23:50

Mi riferisco alla valenza onomatopeica di Pood, anzi di Pood Comics (ma il dubbio era fondato, come gli anglofoni leggeranno più sotto), che qualcuno potrebbe ricordare da un post di qualche tempo fa.
L’8 dicembre è uscito il numero 2 di questa rivista (che ha un blog di riferimento ma è cartacea!) e un simpatico booktrailer eccolo qua:

Il formato è imbarazzante (si riesce a tenerla in mano ma sfogliarla richiede impegno) e il contenuto è inclassificabile, per stili, generi e varietà: avant-garde, retrò, sperimentale, classico, underground, mainstream, radicale, conservatore, artsy e mi devo fermare perché mi vengono in mente solo aggettivi convenzionali (ci può stare: “convenzionale”), mentre “innovativo” (sì, anche questo) è il minimo. Avete aggettivi che usate poco o che fino a oggi avete letto solo nei fumetti di Tuono Pettinato (“pettinato”, ma certo)?
Finché Pood non ve lo comprate, dovrete credermi sulla parola: gli stanno a pennello. Sì, anche “pettinato”.

All’inizio del 2010 l’amico Adam McGovern mi aveva anticipato la nascita di questo misterioso UFO fumettistico sul cui nome, per deformazione traduttiva, lo interrogai subito. Alcune ricerche avevano infatti dato i risultati più disparati (cosa assai frequente con l’inglese americano contemporaneo, sempre lesto a cogliere varianti, abbreviazioni, scorciatoie, trascrizioni fonetiche, onomatopee e neologismi, non importa quanto arditi): singolari, bizzarri, tecnologici e qui mi fermo, che un altro elenco di aggettivi non si regge.
Vi lascio con la sua risposta, in originale, così imparate a leggere fino in fondo: l’inglese di Adam richiede attenzione…
A proposito, Adam è ovviamente tra gli autori, in coppia col suo complice di sempre, il nostro (ci vuole tutto, il grassetto) Paolo Leandri, più sleek che mai.

(…) Pood was a spontaneous onomatopoeia-without-portfolio blurted intuitively by the publication’s founding conceptualist Geoff Grogan — they had a contest to determine what pood is and nobody won :-). It rhymes with “food,” somewhat abstractly, and to American ears could be the past participle of a juvenile verb for defecation. In general it’s an abstract phonetic to compete with Fantagraphics’ mysterious “MOME” (though I assume they got theirs from Lewis Carroll’s “Jabberwocky”), but catalyzed by the associations of poop and dog-training I improvised our unofficial masthead slogan (which won’t really appear there), “Crapping on culture’s carpet and whacking it with its own rolled-up newspaper since 2010”.

Nessuno canta il blues come Blind Willie McTell

mercoledì, 30 giugno 2010 - 14:14

Questo post è rivolto a persone con interessi di traduzione e con almeno un’infarinatura (ma anche un po’ di più) di inglese americano. Quel tanto – che non è poi pochissimo – da non arrancare seguendo il testo di cui vi ho proposto la traduzione nel post precedente (il tutto con qualche intercalare inglese scioccherello: prendeteli con umorismo e un po’ di frivolezza, non è spocchia della domenica; i più seriosi sono avvertiti).
Post che ha ricevuto in pochi giorni un numero di contatti molto superiore alla media, per questo periodo dell’anno e della settimana.
Il fascino di una canzone come Blind Willie McTell va sicuramente molto al di là del suo (assoluto) valore musicale, e tocca evidentemente corde profonde. Ma anche limitandoci al più immediato (si fa per dire) fascino intellettuale, i motivi evidenti d’interesse non mancano.
Per esempio il testo sofisticato ma mai ermetico o astratto, che procede per lampi e immagini, tracciando uno scenario di vivezza impressionante e potenza visionaria, in cui si intrecciano i fantasmi della coscienza di un paese, il senso di colpa dell’uomo bianco e il rispetto reverente per la Grande Anima del Blues alimentata dal dolore e dalla sofferenza. Culminante in un senso di consapevolezza fatale e definitivo: nessuno canta il blues come Blind Willie McTell.

A questo proposito vi propongo un paio di interventi – nell’originale inglese – dell’editor, autore e critico di fumetti Adam McGovern. Sono regolarmente in contatto con Adam da almeno cinque anni, spesso per questioni di traduzione (da ma anche verso l’inglese americano) e di una cosa sono certo: non conosco nessuno con la sua esperienza e conoscenza del fumetto angloamericano contemporaneo e, in generale, della pop-culture e del suo ruolo fondamentale nella definizione dell’identità culturale e civile degli Stati Uniti (esperienza e conoscenza conseguenza diretta dell’amore e della passione). Fumetto, musica, narrativa, saggistica, televisione e  nuovi media sono egualmente per Adam campi di esplorazione e conoscenza del proprio paese, senza mai limitarlo negli interessi e nelle letture (chiedetegli se gli piace Primo Levi, poi restate voi ad ascoltarlo, che io ho da fare).

Ora, in occasione del post precedente, ho chiesto l’opinione di Adam su alcuni punti del testo. Sapevo della sua Dylan-filia e davo per scontata la conoscenza della canzone, che comunque gli inviavo. Così non era (e considerata la fama e la tradizione di Blind Willie McTell come pezzo-fantasma, trovo la cosa just fitting). Dire che mi sono sentito davvero orgoglione (termine di ampio uso nel bolognese; spero che sia sufficientemente self-explaining perché non lo spiegherò io: questo blog lo leggono anche i bambini) è dire poco. Adam ha reagito a questa scoperta per lui meravigliosa (come a suo tempo lo fu per me) con l’entusiasmo e l’acume soliti, per non parlare della spontaneità, che ha prodotto un commento che, col suo permesso, condivido con voi in originale (l’osservazione sulle maidens conferma – come pensavo – che le “charcoal gypsy maidens” che “sanno come agitare le loro piume” sono da intendere sostanzialmente alla lettera: ragazze di colore che si esibiscono in spettacolini di frontiera).

Sheer genius — I liked everything I heard from “Infidels” when it came out but to this day have not gotten it (and a quick google search explains that even those who got the album then had to wait longer for this one). Brilliant, unvarnished view of bounty and beauty existing side-by-side with desolation and misery. Keen insight into what white folks have done with zero self-congratulation from the white guy making the admission. I love the lethal contradiction in the lines about seeking God’s goodness as another form of earthly appetite and self-exaltation. I think the line about maidens merely refers to young black women, presumably entertainers some time after slavery, perhaps in the vaudeville/”chitlin circuit” days; finery and transience of the mardi gras or burlesque sort. At first I wondered if Dylan’s overemoting at the end, but then I realized he’s railing against the cruel barricade of his own inability to match the artistry of a man who has that gift due to suffering Dylan also can’t conceive of or help (though perhaps they meet and touch on that plane of regret and pass along a memory in that moment)…

Mi ha colpito molto il commento di Adam al verso finale, dove l’io/Dylan-narrante emerge dolente in tutta la sua frustrazione, di fronte all’evidenza di un modello inarrivabile.
Ma Adam lo dice meglio.
Una sottolineatura un po’ più tecnica precede un’altra bella osservazione su come in pochi versi Dylan riassuma e compendi punti cruciali per la storia e l’anima americane. Il mio dubbio riguardava l’ambiguità del verso

As they were taking down the tents

per il doppio significato di “take down” (“smontare” ma anche “abbattere”). Anche Adam trova il verso effettivamente (e – aggiungo io – genialmente) ambiguo:

I wasn’t sure if this referred to a traveling show or an American Civil War encampment — though this song meanders through the ghostly edifices of all that’s affirming and horrifying in the American South, so it could work as both. It’s not that the flashes have no context, but more like they are compressed into a shared space through the sorcery of Dylan’s perception — joys and wrongs from across 400 years, but side-by-side in the intensity that they still loom in people’s memory, nostalgia or shame.

Off The Grid

mercoledì, 7 aprile 2010 - 09:00

Vi segnalo questo post dell’Amico Adam McGovern sull’immaginifico blog collettivo Pood, dove Adam (storicamente in combutta ai testi col nostro Paolo Leandri, forse il migliore e più interessante offspring kirbyano della penisola) ci anticipa un nuovo endeavor chiosando a modo suo sul fatidico spazio bianco tra le vignette.
Collaborando con Adam a varie cosucce tutte più o meno para-fumettistiche, e consapevole del conflitto d’interessi, mi permetto di borbottare tra me e me “That’s cool!” (ma che resti tra noi).
Senza contare che Pood – dove di idee sul fumetto, simpatiche e non proprio da un tanto al chilo, ne trovate un bel po’ – è pieno zeppo di chicchine divertentissime. Pesco quasi a caso quella qua sotto, che dedico al mio amico Harry, che apprezzerà (mi scuso con i normali frequentatori del blog per la cripticità inevitabilmente nerd; ecco un po’ di contesto: la traduzione recita “Con un valoroso gesto di critica letteraria il nostro eroe impedisce che l’asteroide precipiti su Asterios Polyp.” e “fanboy” è il tipico lettore di fumetti dell’immaginario USA, ingenuo e spesso acritico nel suo entusiasmo, tendenzialmente diffidente nei confronti di eccessive intellettualizzazioni dei suoi adorati giornalini; ma tornate, vi prego).


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