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Paper Resistance: macchinazioni

lunedì, 23 marzo 2009 - 07:00

masoL’altro post
[R]esistenza Cartacea

Ci sono parole, come “macchinoso” per dire “complicato” o “macchinazione” come sinonimo di “complotto”, che ci ricordano come le macchine non si sono inserite sempre felicemente nella nostra civiltà (vedi immagine a fianco).
Il termine “macchina” è stato anche associato al potere cristallizzato delle istituzioni, al corpo artificiale che inghiotte l’individuo trasformandone l’esistenza in un insieme di funzioni. C’è poi il tema del dispositivo che diventa strumento di repressione e dell’artificiale che minaccia l’organico.
Nei disegni che Paper Resistance ha realizzato per riviste, libri e mostre negli ultimi anni compaiono spesso macchine e dispositivi con riferimento a questa costellazione di significati.
È il caso di “Handcuffs“, 25 disegni raccolti in volume nel 2008, che raffigurano altrettanti modelli di manette provenienti da paesi ed epoche diverse. Le immagini sono ralizzate e catalogate con un distacco emotivo che sembra la parodia dello spirito con cui ingegni di diverse epoche si sono posti di fronte al problema tecnico di bloccare i polsi delle persone.

caneAnche in “Security First“, la mostra allestita l’estate scorsa al Ram Hotel, Paper Resistance ha “illustrato” (termine ironicamente didascalico usato dall’autore) il rapporto carnefice-vittima con la partecipazione di manganelli, sedie elettriche, cinghie e apparecchi per il rilevamento delle impronte.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’aspetto poliziesco della dialettica tra uomo e macchina. Il dispositivo, la protesi o il supplemento, come si preferisce chiamarlo, non ha solo una valenza repressiva. È anche ciò che di esterno si aggiunge al nostro corpo per renderci parte del grande organismo sociale o permetterci di superare i limiti imposti dalla natura.

E su questo piano Paper Resistance non manca di offrirci stimoli visivi: uno scolaro con zainetto “incorporato” sulla schiena e vigilante meccanico a seguito; due sub metropolitani ricoperti da una seconda pelle in neoprene; un Pistorius “cavallo da corsa” con protesi ortopediche che apre la strada a forme stranianti di realismo.

Nel mondo delle macchine ogni cosa è solo ciò che è, con l’immediata evidenza della superficie. Pensiamo per esempio al “puro dato” che sta dietro alla tecnologia digitale. Allo stesso modo nelle immagini di Paper Resistance, ironia, spunti grotteschi e in certi casi perfino poesia nascono da accostamenti bizzarri e increspature di superficie. Niente complesse simbologie da scardinare, solo un linguaggio limpido che arriva agli occhi e alla mente con un unico artificio: l’attrito del pennello – la “resistenza” – sul piano orizzontale della carta.

(Francesca Faruolo)

protectobot7


INTERVISTA A PAPER RESISTANCE
Bologna, ottobre 2008

“Handcuffs”, uno dei tuoi lavori connessi al tema del controllo, è composto da una serie di illustrazioni che raffigurano manette di diverse epoche storiche. Dove ti sei documentato per trovare tutta questa varietà di modelli? E come hai deciso la confezione da dare alle immagini?handcuff
La mia fonte è stata la Rete, dove notoriamente si trova di tutto. La ricerca da questo punto di vista è stata semplice: ho disegnato 25 manette ma avrei potuto anche andare avanti perché ce ne sono davvero moltissime. In Rete ci sono ambienti frequentati dai cultori di manette e comunità dove si venerano gli escapisti e l’idea che ci sta dietro: essere legati e riuscire a liberarsi.
Quando ho esposto “Handcuffs” nell’ultima mostra “Security First”, ho cercato di fare qualcosa di nuovo ampliando il concept del controllo per esplorare proprio la dinamica tra vigilante e vigilato, oppresso e oppressore, guardia e ladro.
Quanto al formato, non volevo che “Handcuffs” fosse un libro, ma neanche un insieme di cartoline sciolte. Siccome è un po’ un campionario di manette, ho preso spunto dai campionari dei colori Pantone.

I temi di “Security First” erano la vigilanza urbana, le misure di sicurezza e varie situazioni poliziesche. Nonostante questo immediato riferimento all’attualità, le immagini prendono spesso una piega surreale o per lo meno straniante. C’è un distacco dell’osservatore dalla cosa osservata che ti tiene alla larga da un atteggiamento “militante” in senso stretto. Suppongo che tu ne sia consapevole: hai studiato e ragionato questo approccio o ti viene spontaneo?securityfirst3
Cerco di non cadere nei clichè in quello che faccio. Non solo quando disegno. Non è sempre semplice. Ma per me rappresenta un punto di partenza a priori, di default diciamo. Nel momento in cui produco delle immagini, credo che a rendere efficace un mio disegno sia riuscire a ottenere un risultato “straniante”. Anche se spesso e volentieri quello che faccio prende spunto dal reale, a me non interessa riportare la cronaca della realtà, raccontare l’ultimo o il penultimo evento di cui parliamo un po’ tutti. Per me ha senso (provare a) rappresentare la sostanza degli eventi, dei personaggi e della storia che ci viviamo tutti i giorni. Prendere determinati elementi e assemblarli. In maniera inaspettata magari, ma che comunque abbia un senso, che però non è quello comunemente inteso nelle cose. Ragionare sulle cause e valutarne gli effetti. Il tutto, direi, avviene in modo piuttosto automatico. Diretto, più che spontaneo.

jacksonNel 2008 hai curato la parte visiva di un’edizione di Col sangue agli occhi di George Jackson pubblicata da Agenzia X. Anche qui hai avuto pane per i tuoi denti: poliziotti, manganelli, manette e sbarre d’acciaio…
Col sangue agli occhi (“Blood in my eyes”) raccoglie le lettere di George Jackson dal carcere ed è stato un libro chiave per la controcultura statunitense, e anche europea. Era un classico nelle letture degli attivisti negli anni Settanta. Agenzia X ha deciso di ripubblicarlo inserendo una biografia illustrata di George Jackson e siccome ci conoscevamo perché avevo già lavorato insieme, hanno pensato di chiederlo a me.
È stata una bella collaborazione, anche perché poi il lavoro che ne è venuto fuori ha soddisfatto tutti.
Tra quanto fatto per “Security First”, “Handcuffs” e Col sangue agli occhi credo di aver sviscerato abbastanza queste tematiche negli ultimi tempi. Vediamo se in futuro sarò in grado di fare anche dell’altro…

A proposito di dispositivi: come funziona il tuo meccanismo creativo?
Devo sempre fare i conti col tempo. In genere penso molto prima di disegnare. Poi, quando è il momento di prendere in mano la matita, so già che cosa deve venire fuori. Non eseguo mai dei bozzetti, faccio tutte le prove in testa. Siccome spesso ho i minuti contati devo essere il più focalizzato possibile per conciliare diverse attività. Certo, se avessi più tempo sarei più contento e farei anche qualche prova in più, o sperimenterei qualcos’altro, ma adesso è così che va, ne prendo atto e mi regolo di conseguenza.

Il tuo segno così misurato e definito si presta molto bene a disegnare una realtà sotto controllo. Inoltre una certa forma di rigore e di pulizia formale è per te anche una scelta estetica.
Immagina però di trovarti all’improvviso in un mondo utopico dove non ci sono più logiche di dominio e prevaricazione: che strada prenderesti?
Sicuramente in un mondo del genere Paper Resistance non esisterebbe! Magari esisterebbe Flower Power, spero che comunque possa continuare a disegnare in quel mondo lì…

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Paper Resistance in rete
Paper Resistance website
Security First – Mostra al Ram Hotel
Inguine Mah! – rivista

Tutte le illustrazioni di Paper Resistance a corredo di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons per poterne consentire la diffusione e la condivisione da parte dei lettori a fini non commerciali e riportandone l’origine.

I maledetti del Rock

martedì, 23 dicembre 2008 - 07:00
copertinastesaok

Copertina del Catalogo edito da Il Grifo. Disegno: Dario Borzini - "Area"

Il disegno sarà il mezzo, il rock il messaggio“, con questo proposito apre il 28 dicembre a Città di Castello (PG) la mostra “I maledetti del rock – Da Clem Sacco ai 99 Posse” dedicata alla musica italiana di rottura.

Oltre a presentare una raccolta di memorabilia, l’esposizione comprende una sezione originale costituita dai disegni realizzati appositamente da alcuni illustratori e autori di fumetti, tra cui Massimo Cavezzali, Fernando Fusco, Massimo Giacon, Tanino Liberatore, Marina Pazienza, Davide Reviati, Corrado Roi, Andrea Vivaldo. Le loro tavole sono un omaggio ai tanti musicisti che – come recita il comunicato – “non hanno accettato imperanti logiche di mercato, la censura di testi e costume, e soprattutto la sottile e implacabile opera di appiattimento culturale dei programmi tv e patinati concorsi canori.”

Alcuni nomi: Giorgio Gaber, Rino Gaetano, Demetrio Stratos, Giovanni Lindo Ferretti, Vasco Rossi.

Secondo il concept dell’esposizione, le tavole suggellano anche il rapporto tra fumetto e musica che inizia a delinearsi a partire dagli anni ’50, quando il rock come fenomeno giovanile viene associato al fumetto per teen-ager, per poi esplodere negli anni ’80 con la nascita delle radio libere e la diffusione dell’autoproduzione.

Curata da Altotevere Live e allestita a Palazzo dal Podestà di Città di Castello la mostra proseguirà fino a domenica 18 gennaio 2009. Il catalogo sarà pubblicato dallo storico editore Il Grifo e prevede contributi critici di Vincenzo Sparagna, Freak Antoni e Luca Frazzi.

Vi proponiamo in anteprima due tavole della mostra che i rispettivi autori ci hanno gentilmente anticipato. Si tratta dell’illustrazione che Davide Reviati ha dedicato a Piero Ciampi e dell’omaggio di Andrea Vivaldo a Faust’O.

A seguire una breve chiacchierata con Giuseppe Sterparelli di Altrotevere Live, l’associazione cha ha messo in piedi il progetto. Giuseppe ci ha raccontato alcuni retroscena dell’organizzazione e il suo punto di vista sulla situazione della musica indipendente in Italia.

Davide Reviati - "Piero Ciampi"

INTERVISTA A GIUSEPPE STERPARELLI (Ass. Altotevere Live)
Raccolta nel dicembre 2008

“I maledetti del rock” ripercorre un pezzo di storia recente della musica italiana, intrecciandosi, com’è naturale, con la storia del costume a partire dai grandi cambiamenti del dopoguerra. Che tipo di materiale avete raccolto e quali sono state le vostre fonti?
Si tratta di materiale originale che gli autori hanno prodotto con molto trasporto; ognuno di loro è in qualche modo legato al rock, inteso a 360 gradi. Alcuni disegnatori  sono musicisti, come per esempio Corrado Roi, ineguagliabile conoscitore della materia. Altri curano webzine sul punk. È stato abbastanza semplice trovare le persone giuste, un po’ meno per me riuscire a dirigere tutto in pochi mesi e praticamente da solo! Nella mostra verranno esposte anche memorabilia come dischi, riviste, gadgets, fumetti messi a disposizione da privati e collezionisti che conoscevamo grazie all’esperienza di organizzatori di eventi musicali.

C’è stato qualcosa che vi ha particolarmente entusiasmato trovare o ritrovare?
Abbiamo appena concluso la grafica del catalogo, che oltre alle tavole conterrà saggi di Luca Frazzi, penna di Rumore e grande critico rock, ma anche di Vincenzo Sparagna, guru e rivoluzionario dell’editoria, e di Freak Antoni. Abbiamo potuto contare su materiale iconografico di Frigidaire, Muzak, Gong, Cramps Music, Harpo’s Bazar, insomma gemme di incredibile bellezza, con tutto il fascino degli anni Settanta!

Avete assegnato voi un musicista a ogni illustratore o sono stati gli illustratori a scegliere il soggetto secondo le proprie preferenze? C’è qualche “accoppiata” che avete trovato particolarmente interessante?
Hanno quasi tutti scelto l’artista che sentivano più vicino, non sempre ritraendo ‘il musicista’, quanto le suggestioni date dai personaggi delle canzoni, come nel caso di Liberatore che ha scelto la ‘lucciola’ di Finardi, o dai testi, etc. Gli autori più giovani si sono mostrati disponibili a ‘opzionare’ più soggetti e ad accordarsi con le inevitabili commissioni degli organizzatori. Così è successo anche che alcuni disegnatori si sono innamorati di musicisti che magari non conoscevano. Un’accoppiata stimolante è stata Marina Pazienza in un personale quanto toccante omaggio a Paz, oppure Massimo Giacon che ha ricordato il mondo di Radio Alice, forse la più fantasiosa e sicuramente la più coraggiosa delle famose radio libere.

Spesso si sente dire che oggi le microtendenze hanno più potere che in passato, contribuendo a cambiare gli scenari globali. Esiste quindi ancora una “cultura dominante” contro cui scagliarsi o piuttosto, nell’era di Internet (e del cosidetto relativismo culturale), questa storica contrapposizione sta perdendo mordente?
Il web è naturalmente una risorsa per chi ha meno voce ma anche un mare magnum in cui disperdersi è facile; quando proviene da tutte le direzioni, la comunicazione può anche allontanare; quello che può salvarci da una cultura dello spettacolo così povera come quella della tv italiana è solo la presenza attiva ai concerti, a teatro… è dal ‘vedere’ nello stesso momento in cui ‘si annusa’, ovvero nello spettacolo dal vivo, che scatta la ‘scintilla’ e magari la voglia di imbracciare una chitarra e cambiare qualcosa… ancora oggi.

A proposito di scontro tra cultura istituzionale e circuiti indipendenti, cosa pensate della recente proposta lanciata da Giuliano Sangiorgi di creare una sinergia tra il MEI e il Festival di Sanremo?
Il MEI non se la passa troppo bene e deve far fronte a cambiamenti generali che colpiscono tutti i settori; preferisco che continui a esistere con qualche compromesso, piuttosto che vederla finire.
Mentalità aperta e poche barricate, sennò ci si perde nel mare magnum di prima…

Palumbo: Un sogno turco

venerdì, 3 ottobre 2008 - 07:00

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Palumbo: Eterna Artemisia
Palumbo e il terzo uomo

Un sogno turco

Tra carte e progetti in corso sulla scrivania di Giuseppe Palumbo, ci salta agli occhi una tavola che da sola è già un racconto. Raffigura i resti di antiche mura con alcuni affreschi in parte cancellati dall’erosione della sabbia e del vento.
Inizia così Un sogno turco, il fumetto in uscita per Rizzoli, che Palumbo ha realizzato basandosi su un racconto scritto da Giancarlo De Cataldo. L’idea è partita dall’autore di Romanzo Criminale e ha avuto una lunga gestazione visto che i primi bozzetti risalgono a circa cinque anni fa. Al momento di riprendere il progetto Palumbo ha pensato però di ripartire da zero, con nuove soluzioni.

D’altra parte è sua abitudine non bagnarsi mai due volte nella stessa acqua. Se L’ultima volta di Anton Karas aveva preso vita su carta di qualità e formato sempre diverso, in Un sogno Turco Palumbo si attiene a una rigorosa scelta del supporto: una carta di cotone colorata. Se in Tomka la durezza della storia richiedeva bianchi e neri dai forti contrasti, qui l’atmosfera si fa più rarefatta.

Vi consiglio di assaporare lentamente l’intervista che segue, perché è l’ultima della serie che abbiamo dedicato a Palumbo. E visto che ormai scorrono i titoli di coda, ne approfitto per ringraziarlo per le bellissime tavole che pubblichiamo in anteprima.

(Francesca Faruolo)

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta nel giugno 2008

Resti di antiche mura

A poca distanza dall’uscita di Tomka, che hai realizato con Massimo Carlotto, stai già pubblicando un nuovo fumetto con De Cataldo. Queste collaborazioni, interessanti dal punto di vista artistico, rispondono anche a precise scelte editoriali. Che idea ti sei fatto? Credi che opere come queste riescano mettere d’accordo i lettori del romanzo e quelli del fumetto. O magari, chissà, creano un nuovo tipo di pubblico?
I grossi editori, come Rizzoli, hanno seguito un trend editoriale sempre più diffuso, quello del romanzo a fumetti. Probabilmente per questioni di opportunità, hanno scelto la strada di affiancare uno scrittore con un nome consolidato a quello di un narratore per immagini di adeguato spessore: forse un escamotage commerciale per poter produrre con maggiori margini di sicurezza dei nuovi graphic novel.
Nel mio caso si è trattato di due incontri (quello con Carlotto e quello con De Cataldo) più o meno fortuiti, ma molto felici creativamente parlando. I nostri lettori? Voglio sperare anch’io che ce ne siano di nuovi, ma mi accontento dei miei pasdaran e di quelli (più numerosi) dei miei amici scrittori. Sul catturare i lettori del romanzo e portarli a leggere fumetti, la vedo più difficile: sono lettori abitudinari, molto di più dei lettori di fumetti.

fantasy mediorientale

Qual è l’ambientazione di Sogno turco?
È genericamente mediorientale e ha come possibile sfondo la strage degli armeni, anche se non si tratta di una ricostruzione storica come avevamo invece fatto con Carlotto per Tomka: è tutto suggerito, una specie di Mille e una notte da orientalisti, più che una fotografia realistica dell’Armenia. Si tratta in primis di una scelta di De Cataldo. È un testo di fantasia, senza alcuna pretesa scientifica e cercherò di impostarlo come una specie di fantasy mediorientale. Un po’ un mio pallino, essendo io archeologo. Quando Giancarlo mi ha proposto la storia è stata una vera goduria: un’apertura su un muro antico ricoperto da affreschi per me era un invito a nozze, quasi come tornare a casa. (mostrando le tavole) Questo è lo storyboard, e ho già realizzato le prime otto pagine. Sembra già “più fumetto” rispetto a Tomka, che secondo me conserva un impianto letterario da racconto in prosa. Già il taglio di partenza di De Cataldo è più cinematografico, con più dialoghi. Ci sono poi parti più scritte che penso io ad adattare, ma l’idea di aprire con un dialogo e delle zoomate è cinematografica e fa entrare prima il lettore nella storia. Nel passaggio al fumetto non dovrò aggiungere nulla, anzi, forse dovrò togliere qualcosa per renderlo più scorrevole. Come già per Tomka, è scritto come un racconto in prosa e il mio compito è adattarlo a fumetti.

western turco-balcanico

Come entra nella storia la strage degli Armeni?
È una specie di western turco-balcanico e anche se a partire dal titolo l’ambientazione è dichiarata, non si va molto oltre. Per esempio, non si cita una località precisa, ma siamo chiaramente agli inizi del Novecento, quando si è verificata la strage degli Armeni, che viene nominata. Ci sarà una ricostruzione, ma poi la cosa resta lì, come una specie di allucinazione, qualcosa che potrebbe anche non essere mai esistito. Che è poi la percezione che molti hanno di queste vicende. A differenza dell’Olocausto, di cui esiste una pletora di documenti inoppugnabili, sulla strage degli Armeni restano quasi solo le testimonianze orali, e poco altro, come per esempio fotografie uscite dal paese per vie traverse. Delle vicissitudini di questi reperti parla La masseria delle allodole.

Per Sogno turco stai usando una carta particolare…
Si, l’idea è quella del Conte Notte: Magnus docet, è lui il maestro. Uso una carta colorata di cotone della Cartiera Magnani, con cui ho in mente di sperimentare una certa soluzione. Userò sempre questa carta, ma si alterneranno sequenze realistiche ad altre più oniriche, e potrei decidere di differenziarle con stili di disegno diversi. Dovrebbe essere a due colori, anche se ancora non ne sono certo.

Altre tavole



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Le immagini a corredo dell’articolo sono Copyright © RCS/Giancarlo De Cataldo/Giuseppe Palumbo

Palumbo: Eterna Artemisia

venerdì, 26 settembre 2008 - 07:00

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Eterna Artemisia di Giuseppe Palumbo, Ed. Comma 22 - 2008

"Eterna Artemisia" di Giuseppe Palumbo, Ed. Comma 22 - 2008

Invitato a realizzare una storia a fumetti per la mostra “Caterina e Maria dei Medici: donne al potere”, Giuseppe Palumbo ha creato Eterna Artemisia, personale elaborazione della leggenda di Artemisia già rievocata nei 15 arazzi del XVII secolo che rappresentano il nucleo centrale dell’esposizione.
Palumbo è risalito alle radici ancestrali del mito, collegando Artemisia alla dea greca Artemide che nella città di Efeso, e in generale nelle regioni mediterranee, era derivata dal più antico culto della Grande Madre.
Seguendo questa traccia ha quindi immaginato un racconto ambientato in un futuro distopico dove tra echi di antiche civiltà del Mediterraneo e scontri mitologici rievocati da visioni (Artemisia è anche il nome botanico della pianta da cui è ricavato l’assenzio) Artemisia riscatterà l’”eterno principio femminile” oppresso dal potere maschile.

Di Artemide, oltre al tempio di Efeso, sopravvive ancora l’emblema che le è appartenuto: una falce di luna, oggi anche simbolo del mondo islamico. Questa associazione può sembrare bizzarra ma la storia, si sa, intreccia i propri fili unendo civiltà e culture apparentemente lontane. Se c’è chi tenta di ripulire le origini tagliando le trame, altri sono pronti a ricucirle, portando alla luce un antico arazzo, o magari un fumetto.

Le tavole di Eterna Artemisia saranno collocate in un’apposita sezione della mostra che aprirà a Palazzo Strozzi il 24 ottobre. I disegni saranno proposti nella versione precedente il montaggio al computer, senza balloon e vignette: scelta sicuramente appropriata che farà apprezzare al meglio la bellezza delle immagini, basate su quel “bianco e nero ottenuto dal contrasto” di cui si è già parlato su questo blog.

(Francesca Faruolo)

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta nel giugno 2008

"Bevi e risvegliati" - pag. 24

Perché l’idea di un fumetto sulla leggenda di Artemisia?
Il direttore di Palazzo Strozzi, James Bradburne, si è fatto l’idea che Caterina de’ Medici prima di addormentarsi leggesse i fumetti, perché aveva attorno a sé nella sua camera da letto una serie di arazzi che raccontavano una storia in sequenza. E in effetti, se pensi che per realizzarli c’è stato qualcuno che ha scritto dei testi, un altro che ha fatto le matite e un altro che ha intessuto… alla fine ci siamo quasi. Quindi la sua idea mi ha affascinato immediatamente. A Bradburne interessava che io reinterpretassi ancora una volta il mito contenuto in questi arazzi per dare l’idea che questa storia potesse continuare. Per il resto ho avuto carta bianca. Gli arazzi di Caterina de’ Medici raffigurano le Storie di Artemisia.

Come prende vita la leggenda di questa regina e quali sono state le tue fonti?
Secondo il mito Artemisia era una regina reggente, moglie di Mausolo, e a lei si deve la costruzione del famoso “mausoleo” dopo la morte del marito. Già nell’antichità c’è stata una confusione tra due regine di nome Artemisia vissute più o meno entrambe in Asia Minore. Artemisia diventò così l’insieme di più figure storiche e questo fece nascere il mito. La prima di queste regine aveva combattuto a Salamina nell’esercito di Serse dimostrando delle incredibili doti da guerriera. Durante la battaglia, per esempio, vedendosi circondata dal nemico aveva attaccato un altro satrapo per deviare da sé l’attacco dei greci e Serse se ne accorse perché stava in alto a guardare la battaglia. Questa Artemisia era quindi una fine stratega. Boccaccio parla del mito di Artemisia nel suo De Mulieribus Illustribus.

Dove finisce il mito e dove inizia la tua immaginazione?
Bradburne mi chiedeva di rinnovare questo pastiche leggendario aggiornando il suo meccanismo mitopoietico. Ho quindi scritto la mia storia partendo dal fatto che il nome “Artemisia” deriva da Artemide, divinità greca che a sua volta riconduce al culto della Grande Madre. Ho voluto così proiettare la figura di Artemisia dalla preistoria, in cui ha avuto origine il mito, a un futuro possibile in cui è ambientato il mio racconto. Ho scoperto lungo il percorso che distopie come quella che descrivo erano già state immaginate e sviluppate proprio con delle teorie alla fine dell’Ottocento. C’era per esempio uno studioso francese che proponeva per le donne una sorta di leva per la procreazione coatta, così come per gli uomini è in uso la leva militare. Le donne dovevano essere riunite in una sorta di alveare allo scopo di mettere al mondo i figli.

Dal passato arcaico al futuro distopico, c’è un bel salto. Ci descrivi a grandi linee come si svolge la storia di Eterna Artemisia?
Siamo in un futuro in cui le donne sono quasi esclusivamente sottomesse agli uomini. Artemisia diventa il capo di una rivoluzione femminile. Il coprotagonista è un personaggio che spero di sviluppare in altre storie. Si chiama Chimera ed è una sorta di versione femminile dell’Uomo Mascherato, che sorveglia e protegge l’eterno Principio Femminile. Nella storia esiste una specie di setta che si tramanda di donna in donna con il compito di riportare alla luce l’eterno Principio tutte le volte che viene schiacciato. Eterna Artemisia racconta la presa di coscienza da parte di una ragazza che non vuole essere una semplice “fattrice” in una società totalmente dominata dagli uomini.

Quali punti di contatto vedi tra la civiltà in cui hai ambientato la tua storia e la realtà di oggi?
In Eterna Artemisia sono finiti certamente alcuni elementi legati alla realtà dei nostri giorni (le sperequazioni sociali risolte con un eccesso di sicurezza e con la separazione piuttosto che con l’integrazione e qui alludo a Samsara la città verticale, organizzata militarmente e sotto lo sguardo continuo di telecamere e polizia, e, al contrario, la città orizzontale, abitata dagli scarti, le Donne e gli Uomini Talpa [il link punta a un articolo sul Blog di “Action 30”, rivista con cui Palumbo collabora. Ndr]; la biopolitica è la chiave di lettura…). Ci sono poi immagini visionarie che ho ripreso dalla realtà, come i grattacieli rotanti eolici che stanno costruendo a Dubai.


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Palumbo e il terzo uomo

venerdì, 19 settembre 2008 - 09:00

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Della musica, che nutriva il lato migliore di sé,
da quel momento si fece uno scudo, a forma di zither.
(G. Palumbo “L’ultima volta di Anton Karas”)

Anton Karas e il suo zither

Anton Karas e il suo zither

Il progetto “tutto personale” di Giuseppe Palumbo si intitola L’ultima volta di Anton Karas ed è una storia che procede per frammenti, seguendo le tracce di un uomo che sparisce nel nulla. Il suo nome è Anton Karas. Vi dice qualcosa?

Anton Karas era un suonatore di zither che si esibiva abitualmente nelle birrerie viennesi per il pubblico locale. Nel 1948 il regista Carol Reed, che era a Vienna per girare Il Terzo Uomo, ebbe occasione di sentirlo suonare e rimase colpito dalle sue composizioni che non erano né valzer né musiche popolari.

Pensò che erano perfette per l’ambientazione del Terzo Uomo e propose ad Anton Karas di realizzare la colonna sonora del film. Senza immaginare lontanamente a quale destino andasse incontro, Anton Karas accettò. Nel 1949 Il Terzo Uomo uscì nelle sale e la colonna sonora riscosse un enorme successo tanto che in quello stesso anno il disco vendette mezzo milione di copie, numero davvero ragguardevole per l’epoca.

Anton Karas divenne da un giorno all’altro una star mondiale, ma non si adattò mai del tutto a questa nuova vita, provando nostalgia per l’ambiente da cui era venuto e per il suo vero pubblico. Nel 1966 decise perciò di abbandonare la scena, uscendo per sempre dallo sfavillante mondo delle celebrità in cui era entrato per caso. La vita di Anton Karas è segnata da questa tensione tra fama e anonimato, fulgore e oscurità su cui Palumbo ha innestato una storia giocata sul tema del doppio.

Il musicista assume qui un ruolo di terzo uomo che lo rende misteriosamente ambiguo: proiettato nel passato come modello cui aspirare, nel presente come ciò che ognuno di noi si lascia alle spalle crescendo, e nel futuro come proiezione dell’ignoto che ci attende. In ogni caso, un’ombra al nostro fianco. Nell’intervista che segue Palumbo ci ha dato qualche indizio per comprendere ciò che l’ha spinto a dar vita a questo personaggio sublimando una vicenda personale in una storia narrata per fotogrammi e impressioni.

(Francesca Faruolo)

INTERVISTA A GIUSEPPE PALUMBO
Raccolta a Bologna nel giugno 2008

Chi è veramente Anton Karas?
Ho usato Anton Karas come pretesto. In realtà L’ultima volta di Anton Karas è una storia molto personale. Non volevo farlo diventare un racconto autobiografico, però di fatto lo è. Solo che anziché esserci come protagonista “Giuseppe Palumbo – disegnatore”, c’è “Anton Karas – musicista”. L’idea di un’esistenza che diventa di colpo evidente e poi scompare mi piaceva molto. Ricorda un po’ il ciclo della vita. Così il mio Anton Karas non è né il vero Anton Karas, né è Giuseppe Palumbo: è un “terzo uomo”. La storia racconta di me da ragazzino, quando a Matera mi dovevo confrontare con un altro Giuseppe Palumbo. Si chiamava proprio come me ed era l’esatto mio opposto. Faccio un esempio banale: prendeva 10 in tutte le materie e mio padre lo portava sempre ad esempio. “Sì – rispondevo io – però in disegno ha 6!”.

Chissà che tormento…
In realtà mio padre fece bene ad aprire il confronto. Questo ragazzo poi è morto giovanissimo lasciando un vuoto grandissimo. Avrà avuto 14 o 15 anni e la notizia fu un vero shock per gli abitanti di Matera. Io l’ho vissuta molto male. Anche perché facevo fatica a confrontarmi con lui e da quel momento mi è venuto a mancare il contraltare. Ho reagito cercando l’eccellenza che lui rappresentava (per lo meno nei campi in cui potevo farcela!). Io non ero più lo stesso e lui non c’era più: ero diventato io stesso un terzo uomo.

Tavola dal 4° episodio

Tavola del 4° episodio

La carta e il formato della storia sono diversi da episodio in episodio. Come pensi di accorparli?
Si, sono tutti diversi e alla fine li accorperò in un numero di “Troglodita”. Una volta assemblati sarà evidente comunque il perché delle differenti scelte tecniche in relazione allo sviluppo narrativo della storia.

Le tavole sono pensate e preparate secondo un’idea definita in partenza, anche dal punto di vista della sceneggiatura o crei la storia strada facendo?
Ho scritto tutta la storia come se si trattasse di un racconto perciò il lavoro successivo è quello di adattare questo testo alle esigenze del fumetto e di assemblare i disegni.

Perché hai scelto di pubblicare L’Ultima volta di Anton Karas a puntate sul blog di Troglodita?
Ho iniziato a postare così le tavole perché il blog è una sorta di rivista virtuale che serve anche per dar spazio a storie che non so se verranno mai pubblicate. Quindi lo uso come terreno di sperimentazione.

Tavola del 1° episodio


L’ultima volta di Anton Karas
è pubblicato a puntate sul blog di Troglodita, l’antologia di NdA che raccoglie i fumetti e gli esperimenti di Giuseppe Palumbo.
1° episodio
– 19 maggio 2007
2° episodio
– 28 luglio 2007
3° episodio
– 1 settembre 2007
4° episodio – 27 dicembre 2007
5° episodio – 7 settembre 2008

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Le immagini a corredo dell’articolo sono di e Copyright © Giuseppe Palumbo

“ZeroTolleranza” 5 di 5

giovedì, 26 giugno 2008 - 11:33

Gli altri post
ZeroTolleranza – 1 di 5
ZeroTolleranza – 2 di 5
ZeroTolleranza – 3 di 5
ZeroTolleranza – 4 di 5
ZeroTolleranza – Uscita, debutto e Cattani

Ha iniziato a farsi conoscere cinque anni fa con La nostra storia alla sbarra, cronaca del G8 di Genova e da allora Zerocalcare ha continuato a disegnare fumetti raccogliendo e rielaborando stimoli provenienti da fatti di cronaca, storie di strada e vissuto personale.

Il problema è che abbozzamo sempre è il suo contributo all’antologia ZeroTolleranza dove la fantascienza orwelliana convive con scene da spaghetti western culminando in un epilogo splatter. Anche se il racconto attinge a repertori di genere evocando memorie di fumetti e film divorati precocemente, la realtà di tutti i giorni non è troppo lontana. L’immagine di uno sceriffo mascherato chiamato a tutelare l’ordine pubblico o di uno strano velivolo che sorvola minaccioso la città controllando movimenti sospetti, a qualcuno potrebbe apparire quasi plausibile. Ed è qui che inizia la storia: da un po’ di tempo tutto questo ha iniziato a sembrarci quasi normale. (more…)

“ZeroTolleranza” 4 di 5

giovedì, 19 giugno 2008 - 06:09

PIANEROTTOLUM di Andrea VivaldoGli altri post
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ZeroTolleranza – Uscita, debutto e Cattani

Continuano gli appuntamenti con ZeroTolleranza, il volume a cura di Claudio Calia ed Emiliano Rabuiti per Becco Giallo Editore (giugno 2008).

Un condominio popolato da giovani e anziani, autoctoni e immigrati, famiglie tradizionali e coppie omosessuali, cristiani, musulmani o atei. Vite diverse alle prese con un dialogo impossibile, tra il comico e il paradossale, nello spazio comune tra un appartamento e l’altro.
Siamo in Pianerottolum, racconto satirico scritto e disegnato da Andrea Vivaldo. Dieci brevi episodi per mostrare l’intolleranza nella sua dimensione minima e grottesca. Dove il conflitto nasce da submovimenti e piccoli pretesti, come il semplice fastidio verso chi parla un’altra lingua. (more…)

Will Eisner e le penne facili

martedì, 11 marzo 2008 - 17:09

Fagin pag. 5 È finalmente uscito anche in Italia Fagin l’ebreo di Will Eisner che, come il suo romanzo successivo, Il Complotto, pubblicato da noi nel 2005, può essere considerato una riflessione sul rapporto dello scrittore con il mondo e su come un’opera letteraria possa, nel bene e nel male, contribuire a plasmare la realtà.

Scriveva Don De Lillo in Mao II:

“Una persona siede in una stanza e ha un pensiero e questo esce sanguinando nel mondo.”

Se i Protocolli dei Savi di Sion (di cui parla Il Complotto) sono il caso estremo di una falsificazione orchestrata, o Grande Menzogna, come l’ha definita Umberto Eco, ci sono casi più ambigui in cui stereotipi, menzogne e invenzioni letterarie vengono trasmessi senza fare rumore, si diffondono e a poco a poco diventano delle verità. (more…)


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