Ma quanto can can per un numero 1

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Ed è ancora poco, fidatevi. Perché in realtà non è un numero 1 (uno qualsiasi) e neanche la numero 1 (quella di Zio Paperone), bensì il numero 1. Quello da cui ha avuto inizio tutto. O almeno l’universo Marvel, cioè forse non tutto ma certamente una parte molto importante del fumetto americano moderno, non solo “popolare” (le virgolette sono per quelli che fanno distinzioni diverse da “fumetto buono”/”fumetto meno buono”; io, scusate, ma il mio neurone fin lì arriva).
Parliamo quindi, ovviamente, evidentemente, necessariamente, indubitabilmente e senza ombra di possibile dubbio del numero 1 dei Fantastici Quattro, anzi – più precisamente – di Fantastic Four #1, uscito nel 1961.
La celebrazione cade in occasione di Lucca Comics & Games 2011 e dei 50 anni esatti della pubblicazione, o meglio dalla data di copertina: l’albo uscì infatti in agosto ma in quegli anni – per motivi legati alla distribuzione, alla gestione delle copie invendute e alla successiva fatturazione – la data di copertina era di tre mesi posteriore a quella di uscita e nel nostro caso era quindi “novembre”.
Gli autori – mi sento sciocco a scriverlo – erano Stan Lee e Jack Kirby.
Il portale Lo Spazio Bianco ha organizzato una spettacolare celebrazione di questo evento, chiamando a raccolta non solo saggisti, critici ed esperti italiani e stranieri del fumetto USA, che su quelle pagine seminali hanno scritto a profusione, ma anche una folta schiera di disegnatori di fumetti, appassionati ammiratori di questo autentico Big Bang del fumetto moderno. Alcuni sono noti, altri notissimi; alcuni sono delle superstar e altri sono meno noti, o forse anche sconosciuti, ma tutti sono stati bravissimi a interpretare la bella idea di Lo Spazio Bianco: ciascuno di loro ha ridisegnato esattamente una pagina di Fantastic Four #1, riprendendo i testi della classicissima edizione italiana dell’Editoriale Corno (Fantastici Quattro n.1 del 6 aprile 1971).
Il tutto è online: presentazione, copertina (e quando vedrete di chi è capirete che qua si fa sul serio) e persino una mia introduzione al tutto.
Ora, come direbbe Leo Ortolani (uno degli appassionati ammiratori di cui sopra) le introduzioni piacciono solo a chi le fa e raramente servono a qualcosa, se proprio non sono molto, molto ben scritte e con tante, tante idee belle e originali che aiutano il lettore a mettere in prospettiva l’opera e a leggerla da nuovi e sempre inediti punti di vista.
Un po’ come i Classici.
Non credo che sia il caso di questa ma potrebbe interessarvi darci un’occhiata (la trovate di seguito e qui, scaricabile in pdf, in una versione un po’ rivista).
E anche stavolta sono riuscito a parlare di Rat-Man e Leo Ortolani.
Mah…

Calvino e l’Otorinolaringoiatria
di Andrea Plazzi

Perché tutta questa attenzione, tutto questo amore, tutta questa passione intorno al primo numero dei Fantastici Quattro? Perché tanti disegnatori, esperti, saggisti, critici hanno risposto all’appello di Lo Spazio Bianco senza percepire e – a quanto mi risulta – neppure chiedere denaro? Soprattutto, perché l’ho fatto io?

Sono parte di tutto ciò e non posso pretendere oggettività, o di analizzare la cosa dall’esterno, ma accettare l’invito mi ha costretto a pensarci un po’ su e una pulce fastidiosa ha iniziato a ronzarmi nell’orecchio.

E come negli articoli ammodino, adesso vi tocca l’argumentatio.

Un’opinione diffusa è che i Velvet Underground siano il gruppo più importante del rock moderno dopo i Beatles. Sono invece assai meno numerosi quelli che li considererebbero “un successo” (a partire dai componenti del gruppo, tra cui un certo Lou Reed, certo non sospettabile di falsa modestia), parola su cui naturalmente bisogna intendersi.

Per esempio, durante la loro breve carriera (1967-1970) i VU non vendettero mai molti dischi, in un’epoca in cui la musica ancora si vendeva, e spesso anche bene.

Secondo la leggenda, il loro primo, leggendario (e già vedete che parole mi vengono da usare, e da ripetere) album omonimo del 1967, prodotto da Andy Wharol e con la banana in copertina, vendette 5.000 copie (next to nothing, per il mercato USA di allora) ma che tutti quelli che lo acquistarono fondarono una band. Conteneva pezzi come Sunday Morning, Venus in fur, I’m waiting for the man, Heroin, All tomorrow’s parties e li riconoscerebbero alla prima nota anche i non appassionati, a cui magari i titoli non dicono molto (immagino che sia possibile ma naturalmente non ci credo).

Importante” nel senso di “influente”, quindi. E poi “amato”, “citato”, “che suscita passione”, “ascoltabile e ascoltato anche dopo molto tempo”, “al di sopra delle mode”, “che ispira altri musicisti a distanza di anni”, “di cui si dice ‘lo sto riascoltando’ perché ci si vergognerebbe a dire ‘lo sto ascoltando’”.

L’ultima frase potrebbe suonarvi famigliare. È quasi identica a una delle definizioni che Italo Calvino dà di “classico”, riferite ai libri e a loro volta ormai classiche. Già che ci siamo, rubiamone qualcun’altra: Calvino chiama classici i libri “che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati”; “che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale”; “che non hanno mai finito di dire quel che hanno da dire”; “che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti.”

Queste affermazioni richiedono ovviamente che le opere siano conosciute ma non necessariamente il loro “successo”, nozione che come si diceva andrebbe precisata: nel senso moderno e commerciale del termine, semplificando, possiamo dire che avere successo significa vendere molte copie in un periodo limitato di tempo (parliamo di “copie” e quindi, per definizione, di opere riproducibili, di cui il libro è l’antesignano; ovviamente sono “classici” anche il David di Michelangelo e tante opere in copia unica). In questo senso, sarebbe difficile considerare di successo molti libri celeberrimi e fondamentali. Per esempio, c’è un certo accordo sul fatto che i due libri più ristampati e influenti di sempre sono La Bibbia e gli Elementi di Euclide, che certamente le classifiche di vendita non le hanno mai viste neanche da lontano (anche perché per millenni ne sono circolate poche, singole copie faticosamente ricopiate a mano). Se promettete di non equivocare e di non trarre conclusioni affrettate, si potrebbe anche aggiungere che Mein Kampf di Adolf Hitler, al contrario, è stato stampato e distribuito per circa 20 anni in decine di milioni di copie in tutta la Germania (e con tirature minori ma non marginali anche in numerosi altri paesi) ma che secondo lo storico Joachim Fest, autore di una monumentale biografia del dittatore, si tratterebbe di uno dei libri meno letti di sempre. E ciononostante sarebbe difficile negare la sua enorme influenza sulla storia del XX secolo (quasi sicuramente senza soddisfare alcuna delle definizioni di Calvino). Pensateci: un libro importante e influente anche se non viene letto. E anche se è falso dalla prima parola all’ultima, se è per questo, come I Protocolli dei Savi di Sion, tanto per restare in quei paraggi storico-culturali.

Si potrebbe continuare a lungo, oltre a leggere e rileggere Perché leggere i Classici di Italo Calvino, ma direi che ormai è chiaro: la rilevanza di un’opera può percorrere strade tutt’altro che ovvie.

Non credo che si conoscano le vendite di Fantastic Four 1. È invece storica e documentata (ne parla Stan Lee in diverse interviste e nell’autobiografia del 2002) la ritrosia dell’editore di allora Martin Goodman a parlare di cifre, quindi personalmente non mi fiderei di testimonianze indirette (“Goodman mi disse che…”) ma solo di documenti originali, se mai venissero alla luce. Per esempio, rendiconti o fatture del distributore, o almeno del tipografo: conoscendo la tiratura, alcuni altri parametri come lo sconto applicato e facendo ipotesi ragionevoli sulle principali voci di costo, come per esempio le tariffe corrisposte agli autori, si potrebbe risalire a una stima probabilmente rudimentale ma forse indicativa del venduto minimo necessario a pareggiare le spese.

Certo, non fu un flop ma probabilmente neppure un clamoroso successo da subito. Possiamo supporre che le vendite si collocassero tra “per ora non è in perdita” e “be’, poteva andare peggio” (più o meno come Rat-Man Collection 1 del marzo 1997; un paragone che non dispiacerà a Leo Ortolani; che incidentalmente partecipa a questo progetto).

Il resto è storia: col tempo, le vendite aumentarono gradualmente (almeno da quanto si può dedurre indirettamente da interviste e testimonianze sull’affermazione della Marvel nei primi anni Sessanta), senza una vera e propria esplosione, al contrario dell’autentico successo commerciale (nel senso di cui sopra) che l’Uomo Ragno fu da subito (non chiedetemi di chiamarlo “Spider-Man” in un articolo italiano, vi prego).

A questo punto, chiuderei qui. Scusate per l’argumentatio interrupta (esistono interruptiones peggiori) ma non ho altro da aggiungere. Non a questo singolare, pazzesco, assurdo, bellissimo omaggio a fumetti, e ai tanti saggi e interventi.

Perché tutta questa attenzione, tutto questo amore, tutta questa passione intorno al primo numero dei Fantastici Quattro? Fate come me, rileggete Calvino e toglietevi quella pulce dall’orecchio.

Andrea Plazzi
Bologna, settembre 2011

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2 Risposte to “Ma quanto can can per un numero 1”

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