Paper Resistance: macchinazioni

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Ci sono parole, come “macchinoso” per dire “complicato” o “macchinazione” come sinonimo di “complotto”, che ci ricordano come le macchine non si sono inserite sempre felicemente nella nostra civiltà (vedi immagine a fianco).
Il termine “macchina” è stato anche associato al potere cristallizzato delle istituzioni, al corpo artificiale che inghiotte l’individuo trasformandone l’esistenza in un insieme di funzioni. C’è poi il tema del dispositivo che diventa strumento di repressione e dell’artificiale che minaccia l’organico.
Nei disegni che Paper Resistance ha realizzato per riviste, libri e mostre negli ultimi anni compaiono spesso macchine e dispositivi con riferimento a questa costellazione di significati.
È il caso di “Handcuffs“, 25 disegni raccolti in volume nel 2008, che raffigurano altrettanti modelli di manette provenienti da paesi ed epoche diverse. Le immagini sono ralizzate e catalogate con un distacco emotivo che sembra la parodia dello spirito con cui ingegni di diverse epoche si sono posti di fronte al problema tecnico di bloccare i polsi delle persone.

caneAnche in “Security First“, la mostra allestita l’estate scorsa al Ram Hotel, Paper Resistance ha “illustrato” (termine ironicamente didascalico usato dall’autore) il rapporto carnefice-vittima con la partecipazione di manganelli, sedie elettriche, cinghie e apparecchi per il rilevamento delle impronte.

Ma sarebbe riduttivo fermarsi all’aspetto poliziesco della dialettica tra uomo e macchina. Il dispositivo, la protesi o il supplemento, come si preferisce chiamarlo, non ha solo una valenza repressiva. È anche ciò che di esterno si aggiunge al nostro corpo per renderci parte del grande organismo sociale o permetterci di superare i limiti imposti dalla natura.

E su questo piano Paper Resistance non manca di offrirci stimoli visivi: uno scolaro con zainetto “incorporato” sulla schiena e vigilante meccanico a seguito; due sub metropolitani ricoperti da una seconda pelle in neoprene; un Pistorius “cavallo da corsa” con protesi ortopediche che apre la strada a forme stranianti di realismo.

Nel mondo delle macchine ogni cosa è solo ciò che è, con l’immediata evidenza della superficie. Pensiamo per esempio al “puro dato” che sta dietro alla tecnologia digitale. Allo stesso modo nelle immagini di Paper Resistance, ironia, spunti grotteschi e in certi casi perfino poesia nascono da accostamenti bizzarri e increspature di superficie. Niente complesse simbologie da scardinare, solo un linguaggio limpido che arriva agli occhi e alla mente con un unico artificio: l’attrito del pennello – la “resistenza” – sul piano orizzontale della carta.

(Francesca Faruolo)

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INTERVISTA A PAPER RESISTANCE
Bologna, ottobre 2008

“Handcuffs”, uno dei tuoi lavori connessi al tema del controllo, è composto da una serie di illustrazioni che raffigurano manette di diverse epoche storiche. Dove ti sei documentato per trovare tutta questa varietà di modelli? E come hai deciso la confezione da dare alle immagini?handcuff
La mia fonte è stata la Rete, dove notoriamente si trova di tutto. La ricerca da questo punto di vista è stata semplice: ho disegnato 25 manette ma avrei potuto anche andare avanti perché ce ne sono davvero moltissime. In Rete ci sono ambienti frequentati dai cultori di manette e comunità dove si venerano gli escapisti e l’idea che ci sta dietro: essere legati e riuscire a liberarsi.
Quando ho esposto “Handcuffs” nell’ultima mostra “Security First”, ho cercato di fare qualcosa di nuovo ampliando il concept del controllo per esplorare proprio la dinamica tra vigilante e vigilato, oppresso e oppressore, guardia e ladro.
Quanto al formato, non volevo che “Handcuffs” fosse un libro, ma neanche un insieme di cartoline sciolte. Siccome è un po’ un campionario di manette, ho preso spunto dai campionari dei colori Pantone.

I temi di “Security First” erano la vigilanza urbana, le misure di sicurezza e varie situazioni poliziesche. Nonostante questo immediato riferimento all’attualità, le immagini prendono spesso una piega surreale o per lo meno straniante. C’è un distacco dell’osservatore dalla cosa osservata che ti tiene alla larga da un atteggiamento “militante” in senso stretto. Suppongo che tu ne sia consapevole: hai studiato e ragionato questo approccio o ti viene spontaneo?securityfirst3
Cerco di non cadere nei clichè in quello che faccio. Non solo quando disegno. Non è sempre semplice. Ma per me rappresenta un punto di partenza a priori, di default diciamo. Nel momento in cui produco delle immagini, credo che a rendere efficace un mio disegno sia riuscire a ottenere un risultato “straniante”. Anche se spesso e volentieri quello che faccio prende spunto dal reale, a me non interessa riportare la cronaca della realtà, raccontare l’ultimo o il penultimo evento di cui parliamo un po’ tutti. Per me ha senso (provare a) rappresentare la sostanza degli eventi, dei personaggi e della storia che ci viviamo tutti i giorni. Prendere determinati elementi e assemblarli. In maniera inaspettata magari, ma che comunque abbia un senso, che però non è quello comunemente inteso nelle cose. Ragionare sulle cause e valutarne gli effetti. Il tutto, direi, avviene in modo piuttosto automatico. Diretto, più che spontaneo.

jacksonNel 2008 hai curato la parte visiva di un’edizione di Col sangue agli occhi di George Jackson pubblicata da Agenzia X. Anche qui hai avuto pane per i tuoi denti: poliziotti, manganelli, manette e sbarre d’acciaio…
Col sangue agli occhi (“Blood in my eyes”) raccoglie le lettere di George Jackson dal carcere ed è stato un libro chiave per la controcultura statunitense, e anche europea. Era un classico nelle letture degli attivisti negli anni Settanta. Agenzia X ha deciso di ripubblicarlo inserendo una biografia illustrata di George Jackson e siccome ci conoscevamo perché avevo già lavorato insieme, hanno pensato di chiederlo a me.
È stata una bella collaborazione, anche perché poi il lavoro che ne è venuto fuori ha soddisfatto tutti.
Tra quanto fatto per “Security First”, “Handcuffs” e Col sangue agli occhi credo di aver sviscerato abbastanza queste tematiche negli ultimi tempi. Vediamo se in futuro sarò in grado di fare anche dell’altro…

A proposito di dispositivi: come funziona il tuo meccanismo creativo?
Devo sempre fare i conti col tempo. In genere penso molto prima di disegnare. Poi, quando è il momento di prendere in mano la matita, so già che cosa deve venire fuori. Non eseguo mai dei bozzetti, faccio tutte le prove in testa. Siccome spesso ho i minuti contati devo essere il più focalizzato possibile per conciliare diverse attività. Certo, se avessi più tempo sarei più contento e farei anche qualche prova in più, o sperimenterei qualcos’altro, ma adesso è così che va, ne prendo atto e mi regolo di conseguenza.

Il tuo segno così misurato e definito si presta molto bene a disegnare una realtà sotto controllo. Inoltre una certa forma di rigore e di pulizia formale è per te anche una scelta estetica.
Immagina però di trovarti all’improvviso in un mondo utopico dove non ci sono più logiche di dominio e prevaricazione: che strada prenderesti?
Sicuramente in un mondo del genere Paper Resistance non esisterebbe! Magari esisterebbe Flower Power, spero che comunque possa continuare a disegnare in quel mondo lì…

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Paper Resistance in rete
Paper Resistance website
Security First – Mostra al Ram Hotel
Inguine Mah! – rivista

Tutte le illustrazioni di Paper Resistance a corredo di questo post sono rilasciati con licenza Creative Commons per poterne consentire la diffusione e la condivisione da parte dei lettori a fini non commerciali e riportandone l’origine.

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9 Risposte to “Paper Resistance: macchinazioni”

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