Posts Tagged ‘Stefano Gaudiano’

Lavorare col fumetto: code, gabbie e pennelli

mercoledì, 26 ottobre 2011 - 17:45

Giovanni Russo è il responsabile Comics di Lucca Comics & Games, ed è colpa sua. La scorsa estate mi ha infatti preso per la collottola e mi ha ricordato che, per quanto lo riguardava, gli appuntamenti sugli aspetti professionali dell’editoria a fumetti e del fare fumetti in genere che avevo curato nelle scorse due edizioni erano un appuntamento fisso.
Virilmente, non ho dato a vedere che ho apprezzato la cosa ma, capirete, a questo punto la responsabilità non è tutta mia.

Quelli che seguono sono i tre incontri di quest’anno, e ve li metto così, senza link e tutto quanto il resto, nella speranza di incuriosirvi. E li potete anche scaricare tutti insieme da qui.
In ogni caso, un salto a Lucca dovreste proprio farlo.

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HP e Stefano Gaudiano

mercoledì, 14 luglio 2010 - 22:00

Questo post è il seguito diretto del precedente e non lo appesantirò di link o altri contenuti che potete trovare lì. E non è un trucco per aumentare i contatti (amici blogger più esperti e maliziosi non mi crederanno mai).
Abbastanza sorprendentemente (ma non più di tanto, se credete che esistano ancora le notizie e non solo il rumore di fondo) la notizia della morte di Harvey Pekar non è scomparsa dalle cronache online nel giro delle consuete 24 ore. Se ne parla ancora e persone e appassionati che spesso conoscono poco più del suo nome esprimono cordoglio, rammarico e rimpianto per non averlo conosciuto meglio (e tralasciamo i commenti sul fatto che Pekar in Italia praticamente non è mai arrivato).
Avevo accennato a tradimento a un piccolo segreto Pekar-related di Stefano Gaudiano, un disegnatore italiano che risiede negli USA ormai da 30 anni e con cui – incidentalmente – ho da anni uno scambio interessantissimo (e per me traduttore, prezioso) sul lento evolversi nel tempo della (sua) identità linguistico-culturale. Ma divago.
Non c’è voluto molto (anche meno, a dire il vero) per convincere Stefano a vuotare il sacco (o a versare i fagioli, come direbbe lui) e quello che segue è il suo ricordo-confessione-rammarico per la peculiarissima Pekar-experience che ha vissuto negli anni.
Pekar è una figura molto cara a Stefano che – giusto per darvi un’idea – abita qua e ha seriamente pensato di partecipare ai funerali di Pekar, che si sono svolti qua. Fate un po’ voi.

Non ho nulla da aggiungere al suo ricordo e al bel disegno qua sopra, che secondo lui “gli ho fatto fare” (in realtà è stato lui a fare una sorpresa a me), se non che una frase di Stefano mi ha folgorato: il suo dubbio di avere rivisto/incontrato oppure soltanto letto Harvey Pekar (che – non mi sono neppure preso il tempo di dirlo – compare nelle vesti di se stesso e di narratore in prima persona in quasi tutte le sue storie ed è il precursore e maestro indiscusso di qualsiasi cosa voglia anche solo pretendere di chiamarsi “real-life comics” o “fumetto autobiografico”, tanto per stare sul sicuro e usare un cliché). Non è neppure un lapsus, solo un dubbio.
Mica male come recensione.

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1985
Il Comics Journal (numero 97 di aprile) pubblica una severissima recensione della rivista su cui esordisco. In copertina, un disegno di R. Crumb (“Chi è questo? Bravo però.”) presenta “From off the streets of Cleveland”: Harvey Pekar e American Splendor.

1987
Ho appena finito Kafka e tira aria di crisi esistenziale. Vado a Dallas per una fiera di fumetti dove spero di incontrare Hugo Pratt, che però non si fa vedere. Accanto al tavolo della Renagade Press, dove ero di base, siede Harvey Pekar.
Non ricordo se già allora alcuni amici avessero cominciato a chiamare “Italian Squalor” le mie disavventure personali, ma anche solo per quel numero del Journal dedicato a lui sento un certo legame con questo signore, e chiacchieriamo liberamente. Vedendomi in uno stato che conosce bene mi racconta l’aneddoto che più tardi leggerò su un vecchio numero di AS, di quando aveva più o meno la mia età e andò in Florida per suicidarsi col semplice metodo di sedersi sotto una palma senza mangiare o bere finché non fosse morto.
Insomma, leghiamo un po’ e ci scambiamo i numeri di telefono.

1988
Da una specie di limbo personale a Durango, cittadina minerario-turistica del Colorado, telefono a Pekar (risponde Joyce! [la moglie di Pekar - NdR]) per chiedere consiglio in generale e magari una storia da disegnare. Lui mi chiede di vedere qualcosa di mio che non sia Kafka, per farsi un’idea di come affronterei l’atmosfera quotidiana delle sue storie.

1989-2010
Non ricordo di avergli mai spedito delle prove. Credo di no. Da qualche parte ho ancora dei tentativi abortiti. Ma so con quasi assoluta certezza che nel ’96 ho in mano un suo breve soggetto: un dialogo assurdamente banale fra impiegati nell’ascensore di un ospedale. Mi colpisce la scenografia scarna e dopo qualche abbozzo insoddisfacente sull’impostazione delle vignette resto interdetto nel vuoto, come sempre. Non ho trovato la voce giusta per accompagnare Pekar in ascensore.
Credo di vederlo almeno a un’altra convention, anzi, ne sono quasi sicuro. Era a san Diego l’anno che Dan Castellaneta recitava American Splendor sul palco. Poi chissiricorda se l’ho sentito di persona o semplicemente ho letto i suoi fumetti. So di avergli parlato per telefono, e forse gli ho scritto una lettera chiedendo scusa per aver preso una storia e non averne fatto niente per anni e anni. Lui mi ha rassicurato che non c’era problema e la storia è rimasta in mano mia.

Stefano Gaudiano
Issaquah (WA, USA) - Luglio 2010

Splendori Americani

martedì, 13 luglio 2010 - 00:04

Come capita spesso, oggi la notizia del giorno arriva da afNews. Faccio passare un po’ di tempo. Non la chiamerei elaborazione del lutto, devo solo abituarmi all’idea.
Risalgo a una delle fonti originali, poi ne cerco una, due, tre altre. Leggo tutto, senza aggiungere molto alla cronaca: è morto Harvey Pekar.

Non ho più di una ventina di minuti per questo post ed è assolutamente impossibile che riesca a dare un’idea di chi fosse Harvey Pekar e quale sia (verbo al presente) il suo posto nella cultura americana degli ultimi 40 anni. Soprattutto quella a fumetti ma stavolta stare a specificarlo sa proprio di piccineria, di sciocco, infantile, mai così giustificato orgoglio di parte.

Non spreco tempo e indignazione per un fatto che è sorprendente anche solo statisticamente: ai fini pratici, Harvey Pekar è inedito nel nostro paese (questa edizione passata quasi inosservata è di due anni fa e non cambia granché; e questo, anch’esso recentissimo, non è un suo lavoro tipico).

Davvero non so come sia possibile una cosa del genere.

L’aneddotica su Pekar è sterminata. Ma basti una sola cosa: per lui disegnava Robert Crumb (a quanto mi risulta, l’unico altro che può dire una cosa del genere è Aleksandar Zograf) e corrono voci di una sua certa soggezione artistica. Sua di Crumb.

Su di lui troverete iperboli a non finire, a cui aggiungo le mie: il Chekhov dell’Ohio, il Bukowski della Middle Class, il Balzac delle periferie urbane. Fanno un po’ ridere e sono tutte inadeguate. D’altra parte qua ci sono di mezzo la Vita e la Poesia. Voi che fareste con 20 minuti per un post su François Villon, Arthur Rimbaud, Alda Merini, Dino Campana e Piero Ciampi, tutti insieme? Sto semplificando cedendo alle frasi a effetto ma ho un alibi: non sono un critico. E non semplifico più di frasi come “la vera arte nasce dal dolore”, una delle iperboli di cui sopra.

Nessuno come Harvey Pekar ha incarnato l’America vera e profonda. Il suo American Splendor è l’unica, grande saga a fumetti della letteratura americana, un documento indispensabile – storia dopo storia, serie dopo serie – per leggere un paese (una cultura?) centrale per la storia recente, al fuori dalla deformazione stereotipizzante dei media, dell’industria culturale e dello show business.

Qui (scusate, non riesco a integrare il codice del video) è lui al 100%.

Pekar è molto caro al mio amico Stefano Gaudiano, che di Pekar custodisce un piccolo segreto. Stefano, ti va di dircelo?

Infine, Pekar era del 1939: come Magnus, Mœbius, Fabrizio De André e altra gente interessante (di Magnus e Mœbius lo sapevo a memoria; lascio a voi qualche ricerchina un po’ frivola: in rete ci sono un sacco di strumenti). Non penso che le coincidenze significhino granché (sorry, Mister Jung), preferirei non sentire nominare la parola “numerologia”, e nel 1939 sono nati sicuramente un bel po’ di gaglioffi o anche solo di soggetti noiosi. Volevo dire di stare un po’ su: non è che in quell’anno abbiano soltanto invaso la Polonia.


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