Posts Tagged ‘Hugo Pratt’

The Manara Library

venerdì, 18 novembre 2011 - 09:00

È la nuova collana che la Dark Horse dedica – questo è chiaro – a Milo Manara. Niente di nuovo per il lettore italiano: questo primo volume raccoglie Indian Summer (“Tutto ricominciò con un’estate indiana”; qui una preview), su testi di Hugo Pratt, e The Paper Man (“L’uomo di carta”): storie ormai classiche di cui non si contano più le edizioni. Il secondo volume è in uscita a febbraio 2012 e – incidentalmente – conterrà un articolo davvero bello di Stefano Gaudiano.
Il progetto si basa sulla collana Milo Manara – Le Opere, uscita nel 2008 per Il Sole 24 Ore come “collaterale”, terrificante termine di marketing che indica un allegato a testate periodiche (e che a me evoca vittime civili di blitz di forze speciali).
Vado a memoria, ma credo che la formula “Library”, con cui a un autore prestigioso si intitola una certa serie o collana che ne raccoglie l’opera (più o meno integralmente), in passato sia stata usata per la prima volta per Will Eisner, prima dalla sua storica casa editrice Kitchen Sink, poi dalla DC Comics, che ne ha gestito le opere dal 1999 al 2004. Non ricordo molto altro: certo, un altro pivello come Joe Kubert, poi…?

Questo per dire che l’operazione riveste evidentemente una certa  rilevanza per la casa di Milwaukie, che ripropone la “Italian comics superstar” (cito dalla IV di copertina) con traduzioni e apparati testuali nuovi di trinca, a cura della Senior Editor Diana Schutz (che ha lavorato con Frank Miller, Will Eisner e che oggi è coinvolta nei progetti di maggior prestigio). On top of it, trovo elegante la linea grafica, sobria e “ufficiale” senza essere celebrativa o “polverosa”.

Le traduzioni sono firmate da Kim Thompson della Fantagraphic Books, storicamente legato ad autori di casa nostra “non ovvi”, per così dire; basti pensare al suo lungo sodalizio di editor con Francesca Ghermandi, risalente ai primi anni Novanta, quando questa grande autrice quasi non era pubblicata in Italia.
Gli apparati consistono in un paio di articoli che assolvono alla doppia, doverosa funzione di: a) attirare e incuriosire il lettore; b) fornirgli le coordinate storiche ed editoriali necessarie a inquadrare il lavoro di Manara: un autore ormai classico e dalla carriera ultraquarantennale che sul  mercato USA non è mai stato pubblicato in maniera regolare ed è noto più per cliché riduttivi (“Manara = European erotic comics”) che per l’effettiva produzione a fumetti, abbondantissima e relativamente varia.

Al primo punto provvede una prefazione di Frank Miller, che nella sua prosa mai a rischio di minimalismo e understatement commenta il lavoro di un collega come può fare solo un autore davvero grande (al momento sperduto chissà dove ma che un giorno – chissà – potrebbe anche decidere di tornare tra noi).
Miller conosce bene le difficoltà e i vincoli – tipici di questo linguaggio – con cui il fumettista paga la sconfinata libertà di scelta di ambientazione, personaggi e trama delle storie. Vi accenna in diversi punti, per esempio qui:

Technically, a comic book can be read in a very few minutes. It is a task of the cartoonist to slow the reader down, to seduce the reader into breathing in the story at its intended pace. Here Manara excels.

La seconda funzione è assolta – spero – da una mia introduzione, che gli interessati (molto interessati: è in inglese ed è lunga diverse schermate) possono leggere di seguito o scaricare da qui.

(more…)

“Nei miei occhi” – Elogio e disclaimer

martedì, 14 dicembre 2010 - 21:00

Bastien Vivès, classe 1984, è un bel talento di cui si sottolinea sempre “la giovanissima età” (cosa che una volta si diceva di persone con diversi anni anni meno di lui; ma in effetti è certamente giovane e chissà per quanto tempo continueranno a chiamarlo così; Giuseppe Palumbo, classe 1964, ha smesso di essere “un nuovo talento del fumetto italiano” da… vediamo… cinque o sei anni?). L’esordio italiano era stato neanche due anni fa con Il gusto del cloro e questa traduzione di Dans mes yeux esce ora per (quasi) lo stesso editore, la Black Velvet del nuovo corso Giunti. Nel frattempo Vivès è stato coccolatissimo da Animals, che ci ha permesso di ingannare l’attesa con le sue più agili, vecchie e nuove produzioni blogghesche, che il talento di cui sopra l’hanno confermato al 100%: Bastien Vivès è un autore già grande da molti punti di vista e interessante da tutti.
È un disegnatore dotatissimo, che nasce solido e “imparato”, con padronanza totale – per esempio – delle personalissime anatomie; senza soverchie preoccupazioni di tecnica (disegna al tratto, con uno o più colori a mano o photoshoppati, con matite colorate come in Nei miei occhi); in possesso di uno stile rapido e fresco, parente stretto del bozzetto e originale, pur nella trasparenza dei riferimenti (tra cui per sua ammissione c’è da sempre Gipi).
È un regista persino migliore: lasciando stare i santi (Eisner, Pratt, Muñoz e compagnia) non è facile trovare fanti – o autori – anche di lungo corso a loro agio e con la stessa sicurezza con ogni tipo di inquadratura; e in particolare – come in Nei miei occhi - con le sottigliezze della soggettiva, di cui Vivès dimostra una stupefacente comprensione istintiva; e certamente non conosco autori che dopo pochi anni di attività abbiano mai dimostrato una frazione della capacità di Vivès di condurre con tanta sicurezza l’occhio del lettore dove e quando vuole lui.
Il Vivès narratore – nel senso delle scelte tematiche – è forse quello che più dimostra gli anni che ha e anche qualcuno di meno: pur con dialoghi assai belli e sintetici, dalla tremebonda vicenda di Nei miei occhi cola forse ancora un po’ troppa melassa (il protagonista, dal cui esclusivo punto di vista il lettore segue la storia, conosce una ragazza di cui è chiaro che si innamora; lei no). Con Il gusto del cloro ci era andata un po’ meglio, complice l’ambientazione prevalentemente in piscina, dove le storie d’amore inespresse devono fare a meno delle parole e gli sguardi sono appannati.
Non c’è naturalmente niente di male in queste trame estremamente sentimentali e molti lettori apprezzeranno la sensibilità con cui Vivès ritrae il nascere di un’emozione e il suo potenziale esplodere in ogni direzione, compreso il muro contro cui andrà a sbattere. E probabilmente un numero ancora maggiore apprezzerà il suo adattamento di Tre metri sopra il cielo (così vedremo se in Italia è possibile che  un libro a fumetti venda bene, ma bene davvero).
Non posso però fare a meno di pensare che una così forte connotazione anagrafica (o, se vogliamo, generazionale) sia un limite eccessivo per un autore con questi mezzi espressivi (avevo scritto “con queste potenzialità” ma Vivès le sue potenzialità ha cominciato a realizzarle da subito).

© 2010 Bastien Vivès / Black Velvet

Dialoghi belli e sintetici, dicevamo, estremamente abili nel riprendere l’immediatezza del parlato. Questo anche grazie alla buona traduzione, cosa delicata vista la minore elasticità dell'”italiano del fumetto” (espressione che uso costantemente dopo averla sentita in alcune lezioni del linguista Mirko Tavosanis) nell’esprimere registri colloquiali.
Ci è riuscito bene il traduttore Fabrizio Iacona, che ringrazio insieme alla casa editrice: la traduzione è avvenuta infatti a opera sua durante un workshop tenuto a Bologna a chiusura dell’edizione 2008-2009 del corso di Editoria per il Fumetto e la Traduzione, da me organizzato e diretto in collaborazione con lo studio grafico RAM di Bologna.
Per una svista, all’interno del volume la traduzione è accreditata a “Fabrizio Iacona – Andrea Plazzi” ma – lo ripeto – si tratta di un errore: pur avendo revisionato il testo secondo quanto la buona pratica redazionale imporrebbe senza eccezioni (e che la qualità a picco dei volumi in traduzione degli ultimi anni denuncia come sempre più assente), l’editing effettivo si è mantenuto ampiamente al di sotto dei minimi sindacali per un testo da avviare al lettering e non si configura in alcun modo come co-traduzione (altro malcostume ampiamente praticato).

HP e Stefano Gaudiano

mercoledì, 14 luglio 2010 - 22:00

Questo post è il seguito diretto del precedente e non lo appesantirò di link o altri contenuti che potete trovare lì. E non è un trucco per aumentare i contatti (amici blogger più esperti e maliziosi non mi crederanno mai).
Abbastanza sorprendentemente (ma non più di tanto, se credete che esistano ancora le notizie e non solo il rumore di fondo) la notizia della morte di Harvey Pekar non è scomparsa dalle cronache online nel giro delle consuete 24 ore. Se ne parla ancora e persone e appassionati che spesso conoscono poco più del suo nome esprimono cordoglio, rammarico e rimpianto per non averlo conosciuto meglio (e tralasciamo i commenti sul fatto che Pekar in Italia praticamente non è mai arrivato).
Avevo accennato a tradimento a un piccolo segreto Pekar-related di Stefano Gaudiano, un disegnatore italiano che risiede negli USA ormai da 30 anni e con cui – incidentalmente – ho da anni uno scambio interessantissimo (e per me traduttore, prezioso) sul lento evolversi nel tempo della (sua) identità linguistico-culturale. Ma divago.
Non c’è voluto molto (anche meno, a dire il vero) per convincere Stefano a vuotare il sacco (o a versare i fagioli, come direbbe lui) e quello che segue è il suo ricordo-confessione-rammarico per la peculiarissima Pekar-experience che ha vissuto negli anni.
Pekar è una figura molto cara a Stefano che – giusto per darvi un’idea – abita qua e ha seriamente pensato di partecipare ai funerali di Pekar, che si sono svolti qua. Fate un po’ voi.

Non ho nulla da aggiungere al suo ricordo e al bel disegno qua sopra, che secondo lui “gli ho fatto fare” (in realtà è stato lui a fare una sorpresa a me), se non che una frase di Stefano mi ha folgorato: il suo dubbio di avere rivisto/incontrato oppure soltanto letto Harvey Pekar (che – non mi sono neppure preso il tempo di dirlo – compare nelle vesti di se stesso e di narratore in prima persona in quasi tutte le sue storie ed è il precursore e maestro indiscusso di qualsiasi cosa voglia anche solo pretendere di chiamarsi “real-life comics” o “fumetto autobiografico”, tanto per stare sul sicuro e usare un cliché). Non è neppure un lapsus, solo un dubbio.
Mica male come recensione.

• • •

1985
Il Comics Journal (numero 97 di aprile) pubblica una severissima recensione della rivista su cui esordisco. In copertina, un disegno di R. Crumb (“Chi è questo? Bravo però.”) presenta “From off the streets of Cleveland”: Harvey Pekar e American Splendor.

1987
Ho appena finito Kafka e tira aria di crisi esistenziale. Vado a Dallas per una fiera di fumetti dove spero di incontrare Hugo Pratt, che però non si fa vedere. Accanto al tavolo della Renagade Press, dove ero di base, siede Harvey Pekar.
Non ricordo se già allora alcuni amici avessero cominciato a chiamare “Italian Squalor” le mie disavventure personali, ma anche solo per quel numero del Journal dedicato a lui sento un certo legame con questo signore, e chiacchieriamo liberamente. Vedendomi in uno stato che conosce bene mi racconta l’aneddoto che più tardi leggerò su un vecchio numero di AS, di quando aveva più o meno la mia età e andò in Florida per suicidarsi col semplice metodo di sedersi sotto una palma senza mangiare o bere finché non fosse morto.
Insomma, leghiamo un po’ e ci scambiamo i numeri di telefono.

1988
Da una specie di limbo personale a Durango, cittadina minerario-turistica del Colorado, telefono a Pekar (risponde Joyce! [la moglie di Pekar - NdR]) per chiedere consiglio in generale e magari una storia da disegnare. Lui mi chiede di vedere qualcosa di mio che non sia Kafka, per farsi un’idea di come affronterei l’atmosfera quotidiana delle sue storie.

1989-2010
Non ricordo di avergli mai spedito delle prove. Credo di no. Da qualche parte ho ancora dei tentativi abortiti. Ma so con quasi assoluta certezza che nel ’96 ho in mano un suo breve soggetto: un dialogo assurdamente banale fra impiegati nell’ascensore di un ospedale. Mi colpisce la scenografia scarna e dopo qualche abbozzo insoddisfacente sull’impostazione delle vignette resto interdetto nel vuoto, come sempre. Non ho trovato la voce giusta per accompagnare Pekar in ascensore.
Credo di vederlo almeno a un’altra convention, anzi, ne sono quasi sicuro. Era a san Diego l’anno che Dan Castellaneta recitava American Splendor sul palco. Poi chissiricorda se l’ho sentito di persona o semplicemente ho letto i suoi fumetti. So di avergli parlato per telefono, e forse gli ho scritto una lettera chiedendo scusa per aver preso una storia e non averne fatto niente per anni e anni. Lui mi ha rassicurato che non c’era problema e la storia è rimasta in mano mia.

Stefano Gaudiano
Issaquah (WA, USA) – Luglio 2010

“Nuvole a stampa”

sabato, 21 febbraio 2009 - 08:00

Il titolo completo è “NUVOLE A STAMPA – Breve storia dell’editoria a fumetti in Italia” ed è una mostra da me curata che apre mercoledì 25 febbraio, nei locali di Palazzo Italia, l’elegante sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado. Figlia delle idee e del supporto costante di Aleksandar Zograf, come del resto qualsiasi cosa che io faccia e conosca in terra serba (con la possibile eccezione del consumo di rakija – Zograf è astemio –  e di ćevapi – per cui non mi servono suggerimenti), questa mostra è stata caldeggiata e promossa dalla direttrice dell’Istituto Alessandra Bertini Malgarini.

Senza sforzarmi troppo, riporto un estratto dalla mia breve introduzione al catalogo:

Nel 2008 il fumetto italiano è convenzionalmente entrato nel suo secondo secolo di vita (…) e l‘occasione è ottima per ripercorrere un cammino in realtà assai più lungo. NUVOLE A STAMPA – Breve storia dell’editoria a fumetti in Italia cerca di farlo attraverso una selezione necessariamente minima ma – pensiamo – significativa delle molte migliaia (letteralmente) di pubblicazioni che l’hanno via via segnato, testimoniando l’evoluzione sociale e del costume.

Questo approccio, riservato di solito a ricercatori e bibliofili, può risultare assolutamente affascinante anche per l’appassionato, il semplice curioso o il nostalgico delle letture giovanili: la varietà delle pubblicazioni italiane che negli ultimi – almeno – 160 anni hanno proposto fumetti (o formati narrativi antesignani di questo linguaggio) è infatti davvero sorprendente.

La mostra comprende riproduzioni di pubblicazioni accompagnate da testi di Fabio Gadducci, Stefano Priarone, Sergio Rossi e miei, organizzate in quattro sezioni cronologiche (“Dalle origini agli anni Cinquanta”, “Gli anni Sessanta”, “Gli anni Settanta”, “Dagli anni Ottanta a oggi”) e cinque sezioni che abbiamo chiamato “trasversali”, cioè dedicate ad argomenti o autori non legati a questo o a quel periodo ma che attraversano una parte considerevole della storia editoriale del fumetto nel nostro paese, o l’hanno altrimenti segnata. Le cinque sezioni sono “Il Corrierino”,  “Bonelli”, “Disney”, “Hugo Pratt” e “Magnus”. L’appassionato intuirà i motivi dietro a queste scelte, tra le tante possibili.

Dal 25 al 27 febbraio Belgrado ospiterà una serie di “eventi italiani” legati alla promozione e alla divulgazione del nostro fumetto, che seguirò con l’aiuto di amici e colleghi ospiti dell’Istituto: il già citato Fabio Gadducci, esperto e storico di letteratura popolare; Diego Cajelli, sceneggiatore; Paolo Parisi, autore; Giovanni Eccher, regista. Qui trovate il programma completo.
Se passate da Belgrado fate un fischio, che magari sono rimasti un po’ di ćevapi.

Questo post è già troppo lungo ma non posso lasciarvi senza ringraziare nuovamente l’amico Saša Rakezić (lo Zograf di cui sopra). Da un lato, ha fatto di tutto perché gli eventi in questione ricevessero la massima copertura, non fermandosi davanti a nulla. Dall’altro, mi ha chiarito le idee sull’importante nozione di kitsch balcanico. E adesso rispolverate il vostro serbo-croato e datevi una mossa: c’è tutto un mondo intorno.
Mica ceci.


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