Non nel senso di politicamente corretto, per carità. Almeno, non se “politicamente corretto” è l’anticamera di un’edulcorazione eufemistica del linguaggio destinata all’ipocrisia. E, peggio ancora, a sterilizzarlo a morte (perché, lo sappiamo, senza un po’ di batteri non si può vivere e il destino dei maniaci dell’igiene è ammalarsi, o diventare ipocondriaci, se c’è differenza).
Dove? A bordo del treno di cui abbiamo già parlato. In compagnia di Paolo Nori, Carlo Lucarelli, Giardini di Mirò e Carlo Boccadoro, tra gli altri, oltre ovviamente che dei tantissimi studenti di Modena a provincia (centinaia) a cui il progetto è rivolto specificamente.
Il tutto dal 25 al 30 gennaio.
E tranquilli: non ci saranno aggiornamenti e post in tempo reale.


Niente parolacce, siamo corretti
mercoledì, 25 gennaio 2012 - 08:00Andrea Borgioli 2/2
martedì, 17 gennaio 2012 - 22:30Il primo post
Andrea Borgioli 1/2
Prosegue la chiacchierata con l’insospettabile Andrea Borgioli, disegnatore che dopo avere promesso già da un po’ sta mantenendo, facendo passi avanti quasi a ogni pagina.
E per tutte quelle foto con la faccia sfocata, che ci volete fare? Son ragazzi.
Fate finta di niente, gli passerà.
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Hai scelto un mestiere in cui il rapporto tra la qualità e la quantità della produzione è cosa delicata, che mette in gioco l’etica del lavoro, le motivazioni di un disegnatore e gli equilibri personali, se non esistenziali: disegnare fumetti seriali è cosa lunga, faticosa e solitaria.
Ti sei mai interrogato sul come e sul perché cerchi di disegnare fumetti in un certo modo? In altre parole, visto che siamo in zona weltanschauung: hai una tua filosofia artistica, professionale, di vita? Le distingui?
Innanzi tutto mi onora far parte di una tradizione che ha visto avvicendarsi una lista infinita di grandissimi talenti che hanno fatto la storia del fumetto italiano, poi perché il fumetto Bonelli è una palestra tanto faticosa quanto fortificante.
Una volta ho sentito una bellissima dichiarazione d’amore di Bacilieri che paragonava il fumetto Bonelli alla trincea dell’editoria in generale. È una metafora molto azzeccata. Quella carta, il formato,la stampa, la serialità, la produzione serrata che deve incidere il meno possibile sulla qualità… tutte componenti che portano il disegnatore a sacrificarsi e, un giorno, a diventare completo, se lavora onestamente (soprattutto verso se stesso). È come essere in fanteria, c’è poco da scherzare.
Per ultimo ma non meno importante: Bonelli si era assunto il dovere morale di pagare i propri collaboratori tanto da permettere loro di vivere, e non è cosa da poco di questi tempi.
Un argomento inesauribile: Palumbo.
Si potrebbero riempire le pagine… finendo sempre per lasciarsi andare a una sonora sviolinata. Nella mia lunga lista dei debiti di riconoscenza a lui spetta l’onere del primo posto. Prima attraverso il suo lavoro (in quinta elementare è divenuto uno dei miei cinque imprescindibili), poi di persona, sorbendosi la mia cartellina negli infiniti pellegrinaggi alle fiere (sempre sorridente, mai una smorfia in anni e anni di stalking). Infine come artefice del mio battesimo del fuoco.
Devo a lui l’opportunità della mia prima storiella pubblicata. Detto questo, mi gongolo nell’essergli contemporaneo e ogni volta che guardo un suo lavoro inedito provo ancora quella strana sensazione che sta a metà tra la vertigine e l’euforia e che mi fa venir voglia di disegnare.
Sei un fan dichiarato di Kazimir Malevič, la cui influenza geometrizzante ha fatto capolino in una prima versione della testata del blog. Un tacconiano astrattista…?!
Sono innamorato da sempre del Suprematismo, ma più per ragioni concettuali che puramente estetiche. Malevic mi affascina perché riuscì a spezzare il legame che sino ad allora esisteva tra la pittura e la realtà, trasportando la prima in un campo perfettamente autonomo. Attraverso la scomposizione in minimi termini a cui ha sottoposto la storia della rappresentazione occidentale è approdato a un nuovo mondo di forme pure fluttuanti. È riuscito ad affacciarsi sul pensiero, oltrepassando la barriera della superficie pittorica.
Allo stesso modo (anche se le due discipline in questo caso non potrebbero essere più lontane) mi piace quando nell’evoluzione stilistica di un disegnatore intravedo la stessa ispirazione alla semplificazione. Non il tirar via in cui incappano tanti autori ormai stanchi per i troppi anni di sovrapproduzione, ma la sana disciplina del togliere. Quella, per fare un esempio, per cui Alex Toth è il più grande disegnatore di tutti i tempi.
Pratt è forse il più suprematista di tutti. La sua evoluzione andava verso la semplificazione delle forme e, parallelamente, delle ombre che le tagliavano. Dopo la sua fase finale, quella in cui il disegno si stava trasformando in una sorta di scrittura, probabilmente avrebbe fatto un bellissimo libro di vignette nere su fondo bianco, arrivando in seguito alle vignette bianche su fondo bianco…
Un altro suprematista puro è Dall’Agnol: il suo ritorno a Dylan Dog nel post-Julia si sta sviluppando in una vorticosa evoluzione di sintesi che a ogni uscita mi lascia sbigottito. Dall’Agnol è uno dei più grandi disegnatori italiani viventi di cui nessuno parla mai.
In un mondo perfetto sei abbastanza veloce da realizzare quante tavole vuoi nel tempo che vuoi, senza ricadute sulla qualità. Puoi quindi permetterti – artisticamente, professionalmente, economicamente – di selezionare e scegliere lavori, incarichi, progetti (non sei un clone di Palumbo: è un esperimento mentale).
Terminata la storia che hai in corso – perché gli impegni vanno rispettati – che cosa faresti, senza doverti preoccupare delle vendite?
Un adattamento di Carmilla di Le Fanu.

Per le illustrazioni: © Andrea Borgioli
Andrea Borgioli 1/2
martedì, 10 gennaio 2012 - 22:30Per due anni ci siamo fregiati della stupenda testata di Paolo Bacilieri, graditissima a tutti i frequentatori del blog (la potete ammirare in archivio, insieme a tutte le altre che l’hanno preceduta). Da oggi ci farà compagnia il bel disegno di Andrea Borgioli, che per Paolo nutre grande stima e che qualche anno fa è stato suo collega sulle pagine di Jan Dix.
Toscano fino all’ultimo telomero, Andrea abita da tempo a Bologna, dove gli piombavo in casa già più di dieci anni fa senza neppure saperlo. Il suo appartamento/studio è uno dei posti più ospitali che io conosca in questa città discutibile: datemi un pretesto, uno qualunque, e io lo vado a trovare e mi fermo a cena (va detto che ogni tanto porto anche qualcosa; che piace a me, okay, ma Andrea sembra gradire; certo, è un ragazzo proprio educato che non direbbe mai di no, quindi il dubbio resta).
Andrea è da tempo un bravo disegnatore, brillante e curioso, come non può non essere un fumettista del XXI secolo. Ha sempre in corso la lettura di un libro interessante e con lui non si smetterebbe mai di parlare di argomenti stimolanti, partendo dai fumetti e arrivando dove pare a noi: dalla caccia al bosone di Higgs al degrado etico in Italia, passando per i fondamenti bio-fisiologici della coscienza (ma non ditelo a Hofstadter).
Cosine così.
L’ideale, arrivati al caffè.
In due parti.
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INTERVISTA CON ANDREA BORGIOLI
Raccolta a Bologna nel dicembre 2011
Alza gli occhi dal tavolo di lavoro e guarda la tua libreria per 20 secondi: quali libri hai visto?
Ahimè, sono miope e vedo una distesa di costole irregolari dai colori variegati. Dietro alla maggior parte di quelle costole c’è qualcuno che ho saccheggiato: sono per il mercato libero delle belle intuizioni. Il fumetto non è un organismo inerte, tutto può essere rubato, adattato e trasformato. Uno stile nasce dalla miscela in divenire tra le influenze (variazioni sui temi altrui) e l’errore personale rispetto a una regola. Fare un elenco dei saccheggiati mi imbarazza (per un timore reverenziale autentico): il confronto non regge e suonerebbe pretenzioso. Meglio non scomodarli.
Sei nato nel 1980, disegni a tempo pieno da almeno 10 anni e professionalmente da poco meno. Se ragionassimo per luoghi comuni, dovresti essere cresciuto a pane, manga e supereroi, dall’Image in avanti, mentre l’influenza più evidente – da te dichiarata espressamente – è Ferdinando Tacconi.
Non sarà che il Tacconi degli anni Settanta è condannato a restare moderno anche se evidentemente in Gli Aristocratici i modelli delle auto sono quelli del periodo?
Tacconi è un mostro sacro per ragioni che esulano dal modello delle auto che disegnava o da certi suoi manierismi stilistici tipici del decennio che citi (come spezzava le linee in generale o come risolveva il panneggio di una camicia su un braccio piegato, in particolare).
Tra gli alti e bassi di una produzione vertiginosa che seguiva le logiche e le esigenze del fumetto popolare, la sua grande lezione è stata trovare la chiave di volta che tiene insieme lo spessore della linea, il bianco e le campiture nere. Risultato: estrema leggibilità e sguardo che si riposa sull’insieme della tavola. Che sia ben chiaro: a tutto questo si arriva col lavoro instancabile di una vita; è una sorta di epifania da tavolo inclinato che non piove in testa dall’oggi al domani.
Tacconi purtroppo è mancato una manciata di mesi prima che io iniziassi la mia collaborazione con Bonelli e anche dopo la sua morte non ha ricevuto la gloria che meritava, insieme a tanti altri pionieri della sua generazione.
Sei un po’ retro oppure – pensandoci meglio – che le influenze siano strettamente generazionali è una sciocchezza?
Non mi sento affatto anacronistico: ho subito influenze da disegnatori pescati dalle epoche più disparate ma il punto è che la storia del fumetto dovrebbe essere conosciuta da chi decide di fare questo mestiere.
Il fatto che in prima elementare copiassi Ferri, Bignotti e Donatelli fa parte delle casualità della vita. Da una certa età in poi è solo curiosità e passione. Come dicevo prima, ogni stile è la conseguenza di un altro e andando a ritroso si capisce come mai si finisca sempre ad avere a che fare con quella manciata di disegnatori americani che tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento (arrotondo un po’ per comodità) hanno inventato tutto.
Quindi tu pensi che nel fumetto il disegno sia importante?
Come la carne nel ragù (o la cipolla nel friggione se preferisci), non vedo come sia possibile il contrario. Certo, una storia debole e ben disegnata non la leggo, guardo le figure, ma si perde il senso della questione. Al contrario, una storia molto bella, ma disegnata da cani la leggo comunque anche se non riuscirà a farmi apprezzare i disegni. Negli ultimi anni si tende a considerare il disegno una componente secondaria e ininfluente. Questo porterà ad avere una generazione di disegnatori zoppi e irrecuperabili. Non sono un purista del bel disegno, lungi da me. Semplicemente, per riuscire a disegnar male bisogna necessariamente prima imparare a disegnare bene (e non intendo certo diventare tecnicamente stucchevoli e iperrealistici, ma capire bene quella che Pazienza chiamava “la matematica del segno”).
L’apprendistato è noioso, mi rendo conto (e tra l’altro non finisce mai) ma è indispensabile e ritrovarsi a saper risolvere con originalità stilistica un cavallo senza aver mai studiato e compreso il funzionamento della sua anatomia è un’illusione (ho detto “cavallo” ma il discorso vale anche per l’ananas, i radiatori e via dicendo).
Barare non è un crimine, ma prima o poi lo scontrino si deve pagare, che ci piaccia o meno.
Andrea Borgioli in rete
Il blog personale 
Salvo diversa indicazione, per le illustrazioni: Copyright © Andrea Borgioli
2011 in review
domenica, 1 gennaio 2012 - 00:47Una curiosa iniziativa di WordPress: chi non teme l’ansia da prestazione può mostrare a tutto il mondo quant’è lungo l’elenco delle persone che frequentano il suo blog, con vari tipi di statistica.
Per puro senso dell’umorismo – e perché la grafica pimpeggiante mi piace assai – condivido con voi i numerelli di questa piccola cosa dove ogni tanto vi trovate a passare.
Ti amavo, Frank
venerdì, 25 novembre 2011 - 19:00
È la straziante dichiarazione del simpaticissimo coniglietto di Ty Templeton, un ottimo cartoonist su cui sarebbe interessante tornare.
L’occasione recente è una serie di post in tema “Occupy Fumetto” su cui ha riferito Matteo Stefanelli: reazioni e interventi della comunità fumettistica al e sul movimento “Occupy Wall Street” (per gli amici: OWS), padre delle tante iniziative “Occupy” che lo stanno declinando in tutto il mondo. In particolare, il post di Templeton è una risposta alle violente posizioni anti-OWS espresse da Frank Miller: indipendentemente dalle simpatie personali in questa querelle, mi sembrava interessante dare un po’ di attenzione alla striscia di Templeton, che non è solo molto intelligente ma anche fumetto al 100%.
Fateci caso: una scena del genere può essere così solo a fumetti. Non argomenterò questa mia impressione “a pelle” e sono molto interessato ai commenti (sia concordi che contrari).
Ci sono altri cartoons molto divertenti e ne trovate qualcuno qua in una breve rassegna di Comicsalliance sulla risonanza fumettistica (ampiamente negativa) all’uscita di Miller.
Magnifici, pettinatissimi lavaggi
giovedì, 24 novembre 2011 - 17:00Tuono Pettinato – ormai si sa – è uno degli Spiriti Nobili del nostro fumetto, dall’arguzia sagace e gioiosamente prolifica (su questo blog ne abbiamo parlato qui e qui). Come sarebbe stato questo Anno Unitario senza Garibaldi? Di certo assai più triste e serioso.
E che dire dell’Animo che anela a innalzare la Mente, impegnandola nei Grandi Temi della Ragione, sempre e comunque in amena letizia? Per esso Galileo fu a suo tempo come una folata d’aria a rinfrescare le sale opprimenti e stantìe dell’Accademia.
Che Il magnifico lavativo - recente e sorprendente biografia a fumetti del Nostro – sia un libriccino bello e brillantemente scorrevole non sorprenderà quindi nessuno, impegnato come sarà il lettore a ritrovarsi divertito e intrattenuto dagli irrefrenabili pupazzetti che di Tuono Pettinato sono il marchio di fabbrica.
E qui “biografia” va a braccetto con “libriccino”, perché l’autore è ancora giovane, a dispetto di produzione e maturità del talento, il che è parte integrante del piacere che le parole “Tuono Pettinato” evocano al fumettofilo che ama discernere: perché se già c’è del più che buono (e sicuramente del migliore), tantissimo di ottimo ancora arriverà.
A quando un Texone?
Chiediamolo a Tuono in persona, Venerdì 25 novembre a Bologna, presso la Libreria Giannino Stoppani, via Rizzoli 1 (info 051 227337).
AMAZING FANTASY 15 in video
mercoledì, 23 novembre 2011 - 09:00
Ne avevamo parlato a suo tempo, qui e qui: grazie a una donazione strabiliante e abbastanza misteriosa, nel 2008 le tavole originali di una delle pubblicazioni più importanti del fumetto americano del dopoguerra entrarono a far parte del catalogo della Library Of Congress di Washington.
Perfezionata l’acquisizione, la digitalizzazione e la messa online dei materiali, l’evento fu poi celebrato in via definitiva con la pubblicazione di questo intervento video della curatrice Sarah W. Duke, che recupero oggi grazie alla segnalazione di un fedele lettore di questo blog (anche lui desidera restare anonimo: che sia imparentato col donatore?).
Una curiosità, di quelle che tipicamente nascono (e possono essere soddisfatte solo) da tavole originali: la prima testata “Spider-Man” disegnata da Steve Ditko, poi ricoperta da quella definitiva con apposita pecetta (time-tag 2:18).
E potete anche acquistare delle scansioni ad alta risoluzione. Non è la cosa più immediata del mondo (nessun carrello, e un po’ di contegno per favore… non siamo su Amazon) ma potete farcela, partendo da qui.
The Manara Library
venerdì, 18 novembre 2011 - 09:00
È la nuova collana che la Dark Horse dedica – questo è chiaro – a Milo Manara. Niente di nuovo per il lettore italiano: questo primo volume raccoglie Indian Summer (“Tutto ricominciò con un’estate indiana”; qui una preview), su testi di Hugo Pratt, e The Paper Man (“L’uomo di carta”): storie ormai classiche di cui non si contano più le edizioni. Il secondo volume è in uscita a febbraio 2012 e – incidentalmente – conterrà un articolo davvero bello di Stefano Gaudiano.
Il progetto si basa sulla collana Milo Manara – Le Opere, uscita nel 2008 per Il Sole 24 Ore come “collaterale”, terrificante termine di marketing che indica un allegato a testate periodiche (e che a me evoca vittime civili di blitz di forze speciali).
Vado a memoria, ma credo che la formula “Library”, con cui a un autore prestigioso si intitola una certa serie o collana che ne raccoglie l’opera (più o meno integralmente), in passato sia stata usata per la prima volta per Will Eisner, prima dalla sua storica casa editrice Kitchen Sink, poi dalla DC Comics, che ne ha gestito le opere dal 1999 al 2004. Non ricordo molto altro: certo, un altro pivello come Joe Kubert, poi…?
Questo per dire che l’operazione riveste evidentemente una certa rilevanza per la casa di Milwaukie, che ripropone la “Italian comics superstar” (cito dalla IV di copertina) con traduzioni e apparati testuali nuovi di trinca, a cura della Senior Editor Diana Schutz (che ha lavorato con Frank Miller, Will Eisner e che oggi è coinvolta nei progetti di maggior prestigio). On top of it, trovo elegante la linea grafica, sobria e “ufficiale” senza essere celebrativa o “polverosa”.
Le traduzioni sono firmate da Kim Thompson della Fantagraphic Books, storicamente legato ad autori di casa nostra ”non ovvi”, per così dire; basti pensare al suo lungo sodalizio di editor con Francesca Ghermandi, risalente ai primi anni Novanta, quando questa grande autrice quasi non era pubblicata in Italia.
Gli apparati consistono in un paio di articoli che assolvono alla doppia, doverosa funzione di: a) attirare e incuriosire il lettore; b) fornirgli le coordinate storiche ed editoriali necessarie a inquadrare il lavoro di Manara: un autore ormai classico e dalla carriera ultraquarantennale che sul mercato USA non è mai stato pubblicato in maniera regolare ed è noto più per cliché riduttivi (“Manara = European erotic comics”) che per l’effettiva produzione a fumetti, abbondantissima e relativamente varia.
Al primo punto provvede una prefazione di Frank Miller, che nella sua prosa mai a rischio di minimalismo e understatement commenta il lavoro di un collega come può fare solo un autore davvero grande (al momento sperduto chissà dove ma che un giorno – chissà – potrebbe anche decidere di tornare tra noi).
Miller conosce bene le difficoltà e i vincoli – tipici di questo linguaggio – con cui il fumettista paga la sconfinata libertà di scelta di ambientazione, personaggi e trama delle storie. Vi accenna in diversi punti, per esempio qui:
Technically, a comic book can be read in a very few minutes. It is a task of the cartoonist to slow the reader down, to seduce the reader into breathing in the story at its intended pace. Here Manara excels.
La seconda funzione è assolta – spero – da una mia introduzione, che gli interessati (molto interessati: è in inglese ed è lunga diverse schermate) possono leggere di seguito o scaricare da qui.
Ma quanto can can per un numero 1
lunedì, 31 ottobre 2011 - 09:30
Ed è ancora poco, fidatevi. Perché in realtà non è un numero 1 (uno qualsiasi) e neanche la numero 1 (quella di Zio Paperone), bensì il numero 1. Quello da cui ha avuto inizio tutto. O almeno l’universo Marvel, cioè forse non tutto ma certamente una parte molto importante del fumetto americano moderno, non solo “popolare” (le virgolette sono per quelli che fanno distinzioni diverse da “fumetto buono”/”fumetto meno buono”; io, scusate, ma il mio neurone fin lì arriva).
Parliamo quindi, ovviamente, evidentemente, necessariamente, indubitabilmente e senza ombra di possibile dubbio del numero 1 dei Fantastici Quattro, anzi – più precisamente – di Fantastic Four #1, uscito nel 1961.
La celebrazione cade in occasione di Lucca Comics & Games 2011 e dei 50 anni esatti della pubblicazione, o meglio dalla data di copertina: l’albo uscì infatti in agosto ma in quegli anni – per motivi legati alla distribuzione, alla gestione delle copie invendute e alla successiva fatturazione - la data di copertina era di tre mesi posteriore a quella di uscita e nel nostro caso era quindi “novembre”.
Gli autori – mi sento sciocco a scriverlo – erano Stan Lee e Jack Kirby.
Il portale Lo Spazio Bianco ha organizzato una spettacolare celebrazione di questo evento, chiamando a raccolta non solo saggisti, critici ed esperti italiani e stranieri del fumetto USA, che su quelle pagine seminali hanno scritto a profusione, ma anche una folta schiera di disegnatori di fumetti, appassionati ammiratori di questo autentico Big Bang del fumetto moderno. Alcuni sono noti, altri notissimi; alcuni sono delle superstar e altri sono meno noti, o forse anche sconosciuti, ma tutti sono stati bravissimi a interpretare la bella idea di Lo Spazio Bianco: ciascuno di loro ha ridisegnato esattamente una pagina di Fantastic Four #1, riprendendo i testi della classicissima edizione italiana dell’Editoriale Corno (Fantastici Quattro n.1 del 6 aprile 1971).
Il tutto è online: presentazione, copertina (e quando vedrete di chi è capirete che qua si fa sul serio) e persino una mia introduzione al tutto.
Ora, come direbbe Leo Ortolani (uno degli appassionati ammiratori di cui sopra) le introduzioni piacciono solo a chi le fa e raramente servono a qualcosa, se proprio non sono molto, molto ben scritte e con tante, tante idee belle e originali che aiutano il lettore a mettere in prospettiva l’opera e a leggerla da nuovi e sempre inediti punti di vista.
Un po’ come i Classici.
Non credo che sia il caso di questa ma potrebbe interessarvi darci un’occhiata (la trovate di seguito e qui, scaricabile in pdf, in una versione un po’ rivista).
E anche stavolta sono riuscito a parlare di Rat-Man e Leo Ortolani.
Mah…
Lavorare col fumetto: code, gabbie e pennelli
mercoledì, 26 ottobre 2011 - 17:45
Giovanni Russo è il responsabile Comics di Lucca Comics & Games, ed è colpa sua. La scorsa estate mi ha infatti preso per la collottola e mi ha ricordato che, per quanto lo riguardava, gli appuntamenti sugli aspetti professionali dell’editoria a fumetti e del fare fumetti in genere che avevo curato nelle scorse due edizioni erano un appuntamento fisso.
Virilmente, non ho dato a vedere che ho apprezzato la cosa ma, capirete, a questo punto la responsabilità non è tutta mia.
Quelli che seguono sono i tre incontri di quest’anno, e ve li metto così, senza link e tutto quanto il resto, nella speranza di incuriosirvi. E li potete anche scaricare tutti insieme da qui.
In ogni caso, un salto a Lucca dovreste proprio farlo.
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Un paio di presentazioni feroci
martedì, 18 ottobre 2011 - 12:41Del libro abbiamo già parlato. Ora viene il bello, con alcune presentazioni che Leo farà nei prossimi giorni. Per ora sono solo due, per cui siete avvertiti: organizzatevi e passate parola agli amici.
Milano - Giovedì 20 ottobre, h. 18.30 Libreria Feltrinelli, Corso Buenos Aires 33 (info: 02 2023361)
Bologna – Martedì 25 ottobre, h. 18.00 Libreria Feltrinelli, P.zza di Porta Ravegnana 1 (info: 051 266891-261392)

Online per davvero, stavolta
lunedì, 3 ottobre 2011 - 17:49Per un errore il post precedente (lo vedete sicuramente ancora qua sotto) è andato inizialmente online in una versione parziale, con diversi refusi e senza la maggior parte delle immagini e dei link. Mi scuso con i suoi tanti lettori, più numerosi della media (è sempre vero: “Kirby rules”).
Non serve la pillola blu
domenica, 2 ottobre 2011 - 08:00
Per un orgasmo fumettistico di quelli maiuscoli basta The Jack Kirby Omnibus – Volume One, uscito da qualche settimana per la DC Comics.
Come “production value” (carta, stampa, confezione, qualità delle riproduzioni) il volume è all’altezza dei migliori format per edizioni di prestigio che da una quindicina d’anni fioriscono nel mercato USA, con ristampe più o meno integrali di serie, personaggi o autori: i vari “Masterworks”, “Ultimate”, “Complete”, “Archives” e naturalmente “Omnibus”.
Resta qualche riserva per la colorazione abbastanza maldestra, ricostruita dalle pubblicazioni originali: alla fine, però, non penalizza troppo il tratto nero, che quasi sempre è il più difficile da recuperare e che qui è di qualità superiore alla media (insomma, è nero davvero, e senza “bruciature” eccessive).
Questo particolare Omnibus raccoglie tutte le storie del secondo periodo di Jack Kirby per la DC Comics (1957-1959), con brevi estratti dal primo difficilmente collocabili altrove e limitati agli anni 1946-1947 (manca solo la serie Challengers Of The Unknown, già ristampata due volte negli ultimi anni).
Si tratta di un periodo particolarmente prolifico, anche se naturalmente non esistono periodi in cui Kirby non lo sia stato (chi avesse dei dubbi, un bel po’ di tempo e naturalmente un’ampia disponibilità ad abbandonarsi a ciò che di solito si chiama suspension of disbelief, può convincersene qui).
Salvo sorprese, “Volume One” potrebbe benissimo stare per “volume unico”: il libro copre infatti interamente il periodo in questione e per ora non è annunciato né previsto un “Volume Two” (a meno che la serie continui accorpando tagli e ritagli kirbyani vari, difficilmente recuperabili in altro modo e che nel catalogo DC abbondano: per esempio, ce ne sono un bel po’ nel terzo periodo, dal 1970 al 1975: riporto a casaccio questo, questo e quest’altro ma sono solo pochi esempi).
La gemma – per valore storico, perché artisticamente tutte queste storie sono all’altezza l’una dell’altra – sono gli undici episodi di Freccia Verde disegnati ma anche scritti in varia misura da Jack Kirby (l’introduzione di Mark Evanier spiega la genesi faticosa di queste storie; il personaggio è il Green Arrow classico della Silver Age, che negli anni Cinquanta era ancora tale e quale quello creato da Mort Weisinger e George Papp nel 1941).
Negli anni Settanta, in Italia la loro esistenza era documentata unicamente da alcuni Albi del Falco di 10-15 anni prima, dove l’occhio del fan, nonostante la grande differenza tra quelle brevi storie di sei pagine – piene di figure dinamicissime, agili e snelle – e gli splendori cosmici dei Fantastici Quattro, o i gigantismi del Quarto Mondo, poteva riconoscere la mano dello stesso, grandissimo autore.
Inoltre, già consapevole dell’importanza della figura dell’inchiostratore (non ringrazieremo mai abbastanza il “credit box” delle storie Marvel, voluto espressamente da Stan Lee, per averci donato una consapevolezza precoce su chi e come fa i fumetti e per le informazioni preziose e altrimenti inaccessibili su tanti grandi autori), lo stesso fan adolescente di allora aveva imparato bene la differenza tra un Kirby-Giacoia, un Kirby-Sinnott, un Kirby-Royer e – scriverlo mi pesa – un Kirby-Colletta, che riconosceva al volo.
Quelle storie, molto più corte e semplici di quelle Marvel, assai più “sofisticate” e moderne, esibivano un tratto elegante, certo, e sinuoso, ma bizzarro e non riconducibile a nient’altro che portasse il nome di Jack Kirby pubblicato fino ad allora in Italia.
A poco a poco, contemplando quasi giornalmente quei disegni affascinanti, quelle curve guizzanti e flessuose e quel tratto nero che sembrava assecondare con precisione e naturalezza un disegno a matita perduto per sempre che si poteva soltanto intuire, si fece strada un’idea bizzarra: che in qualche altra epoca sperduta nel tempo Kirby si fosse inchiostrato da sé? La cosa era talmente strana per il prevalente canone Marvel, secondo il quale disegnatore e inchiostratore di una storia erano autori diversi, che non tutti ci credevano.
I miei amici, per esempio.
E non vi dico io a insistere.
Anni dopo, una valanga di “Kirby-related info” cominciò a inondare felicemente i fan di tutto il mondo e l’intuizione fu confermata (per la cronaca, il primo embrione della fondamentale Jack Kirby Checklist, antenata cartacea di ogni Kirby-risorsa oggi online, apparve nel 1992 in appendice al volume The Art Of Jack Kirby).
E non vi dico la soddisfazione.
Ma per gli altri episodi di Freccia Verde, quelli mai pubblicati in Italia, sembrava non esserci speranza, dispersi com’erano in oscuri numeri di testate effimere, uscite decenni prima per pochi mesi. Anche in anni più recenti, con i principali comics-dealer ormai operanti online e con l’esplosione di e-bay, quei numeri restavano elusivi, e gli eventuali ritrovamenti non sempre gratificanti, per lo stato di conservazione o il costo.
Fino a The Jack Kirby Omnibus – Volume One.
Con libri così, a chi serve la pillola blu?
“Due figlie e altri animali feroci” – Il book trailer
giovedì, 22 settembre 2011 - 10:57Online sul sito dell’editore anche la scheda ufficiale ed estratti dal libro
“Un libro… scritto?”
mercoledì, 21 settembre 2011 - 09:00
È la domanda che mi fanno quasi sempre quando dico che è uscito Due figlie e altri animali feroci – Diario di un’adozione internazionale, il primo libro (in prosa) di Leo Ortolani.
Quasi tutti i lettori di questo blog leggono fumetti, sanno chi è Leo Ortolani e in questo senso la domanda di cui sopra è legittima: infatti di libri a fumetti Leo ovviamente ne ha già fatti (anche se meno di quanto si potrebbe pensare: Leo preferisce uscire in edicola con i suoi amati giornalini, discendenti diretti di quelli con cui è cresciuto).
Tornando a noi: sì, un “libro scritto”.
Ma partiamo dall’inizio.
Leo ha sempre dato tanta, tantissima confidenza al suo pubblico, parlando non solo di fumetti ma anche di se stesso e della sua vita personale, di cui i lettori sanno molto di più di quella di tanti altri autori. Per esempio, chi legge Rat-Man impara molto presto che Leo è geologo, visto che trova sempre il modo di infilare un riferimento o una battuta in tema (“si direbbe una granodiorite…”; e in realtà questa battuta mi data pesantemente, perché fu una delle prime, tanti anni fa).
Così, molti lettori sanno che nel 2010 Leo e sua moglie Caterina sono diventati genitori di due strepitose sorelline, Johanna e Lucy Maria, che oggi hanno 4 e 6 anni. Un po’ c’era quest’offerta 1×2, un po’ è capitata l’occasione, fatto sta che le hanno prese già un po’ grandicelle per andare subito al sodo, perché quando il gioco si fa duro, eccetera eccetera.
Avete già capito che Leo e Caterina le due sorelline le hanno adottate e a questo scopo hanno fatto anche un bel viaggetto, diciamo, 20.000 chilometri tra andata e ritorno. Infatti, Johanna e Lucy Maria erano (sono!) tanto speciali che l’offerta era valida solo in Colombia.
Dalla Colombia Leo e Caterina tenevano informati gli amici e i parenti con mail bellissime e divertentissime su quello che succedeva tutti i giorni, e sui progressi con questi due animali strani e ferocissimi con cui cercavano di fare la conoscenza. Mail talmente belle e divertenti (e utili, se anche voi volete adottare degli anim… dei bambini) che anche un editore grande e importante come Sperling & Kupfer, dopo avere riso un sacco ha detto: “Be’, io quasi quasi ci farei un libro. Tra l’altro, è il mio mestiere, quindi, Leo, se va bene a te…”
A Leo andava bene, ed eccolo qua il libro. Ed è proprio quello che dice il titolo, mica come i trailer dei film: il diario di un’adozione internazionale, quella di Leo, Caterina, Johanna e Lucy Maria, con tutti i suoi problemi, i drammi, i pensieri, le gioie e naturalmente il trionfo finale.
E naturalmente ci trovate un bel po’ di vignette e anche pagine a fumetti. Perché lo so che ve lo siete chiesti per tutto il post.
Memoria a fumetti su “Il Mulino”
venerdì, 9 settembre 2011 - 18:00Esce in libreria in questi giorni il nuovo numero della rivista Il Mulino, con un mio articolo dal titolo “La memoria a fumetti”.
Per “memoria” si intende naturalmente la Memoria, cioè ogni forma di ricerca e studio sulla Shoah, insieme a tutte le iniziative che oltre a questa commemorano “le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato vite e protetto i perseguitati.” (dal testo della legge n. 211 del 20 luglio 2000 a istituzione della “Giornata della Memoria” in data 27 gennaio, giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz).
Come i lettori di questo blog sanno bene, per quanto mi riguarda ogni occasione è buona per parlare di fumetto – un segmento del traballante mercato editoriale costantemente a rischio di atrofizzazione - in qualsiasi situazione in cui altrimenti non accadrebbe.
L’ho fatto in scuole, biblioteche, musei, Istituti di Cultura, festival letterari, cinematografici e trash (anche di fumetto, ma naturalmente non vale), centri sociali, case occupate e campi profughi. Così, non mi faccio sfuggire l’occasione di parlarne sulla carta stampata (sì: stiamo parlando di una rivista stampata, con carta e inchiostro).
Se poi mi viene il dubbio che non se ne parli per prevenzione culturale, ci vado a nozze: un pezzo precedente (sempre per Il Mulino) parlava proprio di questo, prendendosela un po’ con la moda di un termine sostanzialmente inutile da tempo prevalente nella comunicazione generalista e quindi più visibile di “fumetto” al lettore non specializzato ma potenzialmente interessato a proposte “di taglio alto” (eufemismo di uso corrente per “né Tex né Topolino”).
Questa volta però ho recalcitrato, cogliendo ogni occasione per rimandare da un numero all’altro: impegni personali e imprevisti a parte (che non mancano mai), il motivo dominante era ovviamente la preoccupazione per la portata intimidente dell’argomento, oltre che per una produzione a fumetti che su questo argomento probabilmente non brilla (parlo ovviamente del mio orizzonte di lettura: sarei felice se mi fossero sfuggiti titoli interessanti).
Alla fine, insieme al Redattore Capo Bruno Simili si è cercato un qualche equilibrio tra approfondimento e sintesi informativa, a beneficio di un ipotetico lettore-tipo della rivista.
Spero di averlo trovato (l’equilibrio ma anche il lettore) in un rapido excursus di titoli e nel confronto tra tre opere che si sono confrontate esplicitamente con Auschwitz e la Shoah: Maus di Art Spiegelman (…evidentemente), Anne Frank – La biografia a fumetti di Sid Jacobson Ernie Colón e Auschwitz di Pascal Croci.
Un altro criterio è stata la reperibilità delle opere: trovo importante che il lettore possa eventualmente procurarsi i libri di cui si parla e ho citato solo titoli in catalogo reperibili in libreria. Una concessione all’attualità editoriale che un articolo strettamente scientifico può permettersi di trascurare.
Si tratta di una scelta limitatissima e quasi arbitraria (Yossel dove lo mettiamo?), col merito – spero – di circoscrivere molto il discorso, permettendo di argomentare agilmente una semplice tesi: la difficoltà dell’argomento imbarazza molti autori fino a “costringerli nell’angolo” e li induce a rifugiarsi nel didascalismo e nella vocazione didattica, rinunciando a sfruttare in pieno le potenzialità linguistiche ed espressive del linguaggio-fumetto. Altri, invece, accettano di correre il rischio e di provarci, centrando il bersaglio.
A seguire, il pezzo (troppo lungo per leggerlo a monitor: potete scaricarlo anche da qui).
Cartooning? Ce ne fosse…
martedì, 6 settembre 2011 - 08:00In Italia l’editorial cartooning può vantare grandi autori ma non una vera e propria tradizione. Nel senso che gli autori costituiscono l’eccezione alla “regola del deserto”: qualche padre fondatore, come Augusto “Nasica” Majani e Giuseppe Novello, qualche bravo contemporaneo, come ElleKappa e l’immenso Altan (entrambi più che attivi ma certo non due ragazzini)… poi?
Per cominciare, mancano gli spazi editoriali: i nostri giornali (non tutti) hanno ciascuno una propria firma, anche di gran prestigio (il garbato e un po’ datato Giannelli per il Corriere, il già citato Altan e il raffinato Bucchi su Repubblica), ma non una rubrica in cui più autori commentano regolarmente i fatti del giorno con le loro vignette.
Altra cosa sono i periodici tentativi di avviare un inserto satirico, in passato riusciti veramente solo con Cuore.
L’occasione di condividere questa considerazione a cui tra me e me torno regolarmente viene da questa superba vignetta,
che più anglosassone non si può, scoperta per noi dall’ottimo e indignatissimo Non leggere questo blog (di cui vi segnalo il geniale progetto “a proposito di autorevolezza“).
Gli interessati hanno solo l’imbarazzo della scelta per abbonarsi a un qualche web-service per ricevere la propria vignetta giornaliera, per non parlare dei tanti, colossali archivi online (ogni syndicate, cioè ogni agenzia di rappresentanza, ha il suo, a cominciare dal più grande di tutti).
Se come me siete interessati alle cose USA, con un occhio alla vita di tutti i giorni, provate con The CaglePost, il ricchissimo portale di Daryl Cagle (disegnatore eccellente, tra l’altro), che propone anche moltissimi autori internazionali.
L’inferno
venerdì, 2 settembre 2011 - 09:00Da XKCD, il mio webcomic preferito quando si tratta “storie d’amore, sarcasmo, matematica e linguaggio”.
Tra le tantissime, segnalo questa striscia a informatici, programmatori e adepti della setta di Donald Knuth, figura-chiave di matematico-informatico con addentellati fumettistici poco noti ma illuminanti.













